CULTURA E CULTURA CATTOLICA

Dobbiamo porci prima di tutto una domanda iniziale: è possibile una cultura cattolica, e se sì, esiste una cultura cattolica? Per rispondere bisogna preliminarmente chiarire che cosa si intende con la parola "cultura". Per alcuni studiosi essa comprende non solo le idee, ma anche le abitudini, i costumi, i processi tecnici, che un gruppo esprime e tramanda. Altri, e più propriamente e convincentemente, intendono per cultura il segno che l'uomo con la sua intelligenza, la sua libertà e la sua attività imprime alla natura e alla storia, "umanizzandole" e quindi determinando una elevazione e una promozione dell'uomo stesso. Questa seconda concezione ci fa capire che la cultura implica una visione dell'uomo e del mondo e, conseguentemente, una serie di comportamenti personali e sociali volti a realizzare taluni valori in cui si crede.

Quindi cultura è sì costume e istituzioni, ma soprattutto è filosofia, morale, arte: è insomma umanesimo. In questo senso una cultura cattolica (ma sarebbe meglio dire "cristiana"), deve comprendere una visione dell'uomo, del mondo e della storia ispirata dalla rivelazione e, conseguentemente, uno sforzo di tradurre nella realtà storica questa visione allo scopo di provocare una promozione integrale dell'uomo. Ma è possibile una cultura cristiana (o cattolica)?

SIGNIFICATO DI CULTURA E CULTURA CATTOLICA

Il significato originario (ma ancor oggi vivo) proviene da un'immagine presa dal mondo agricolo: "cultura" viene a indicare la "coltivazione dell'uomo" segnatamente nella sua realtà interiore. Già Cicerone parla di un "cultus animi". Dal canto loro i discepoli di Gesù non hanno mai dimenticato che, secondo il suo insegnamento, il primo e più vero "coltivatore dell'uomo" è il Padre (cfr. Gv 15,1) sicché ogni antropologia è autentica e davvero illuminante a misura che - almeno oggettivamente, pur se non sempre intenzionalmente - si rifà al suo disegno, nel quale l'"archetipo" di ogni umanità è stabilito nell' Unigenito fatto uomo, crocifisso e risorto. Perciò il Concilio Vaticano II ha potuto icasticamente asserire che "solamente nel mistero del Verbo incarnato trova luce il mistero dell'uomo" (Gaudium et spes 22). In questa prospettiva si capisce come mai proprio nell'ambito del cristianesimo si sia configurato l'umanesimo più alto e meglio motivato.

Già l'antichità classica era arrivata a proclamare: "Molte cose sono mirabili al mondo, ma l'uomo le supera tutte" (Sofocle, Antigone, coro del primo stasimo). Il cristianesimo accoglie e assimila l'umanesimo greco, e trasfigurandolo lo trascende sino a farne il senso, anzi la prima e immediata finalità di tutte le cose visibili, come si evince da quanto scrive sant'Ambrogio: "L'uomo è il culmine e quasi il compendio dell'universo, e la suprema bellezza dell'intera creazione" (Exameron IX, 75). E' dunque parte eminente e caratterizzante della "cultura cattolica" una antropologia tipica e inconfondibile. E' un'antropologia che certo potrà anche almeno parzialmente convenire con ogni altra attenzione umanistica, purché questa sia sana e fondata sui reali valori - dovunque si trovino - di verità, di giustizia, di bellezza, dei quali l'animo umano si nutre e si adorna: coi quali, possiamo dire, "si coltiva" (come già aveva intuito il mondo classico). Ma non potrà mai identificarsi o anche solo assimilarsi a nessuna visione dell'uomo che effettivamente contraddica o si distacchi dall' "archetipo" di ogni umanità, che è "l'uomo Cristo Gesù" (cfr. 1 Tm 2,5). Proprio l'esistenza di questo "archetipo" consente e impone di difendere l'uomo da ogni manipolazione e da ogni asservimento, e arruola ogni credente a combattere ogni attentato all'immagine viva di quel Signore dell'universo, nel quale siamo stati progettati. Ovviamente la "coltivazione cristiana dell'uomo", se non vuol restare soltanto un'astratta affermazione di principio, deve avere anche i mezzi per il raggiungimento dei propri compiti, e particolarmente per la formazione delle nuove generazioni.

DIVERSE ACCEZIONI DI CULTURA

Lungo il secolo ventesimo si è diffusa e si è imposta un'altra e ben diversa accezione di "cultura". In essa "cultura" viene a indicare un sistema collettivo di valutazione delle idee, degli atti, degli accadimenti, e quindi anche un complesso di "modelli" comportamentali. Ogni "cultura" intesa così suppone anche una "scala di valori" proposta e accettata entro un determinato raggruppamento umano. Così si è potuto e si può parlare, per esempio, di una "cultura positivista", di una "cultura idealista", di una "cultura marxista", di una "cultura radicale". Che esista, tra le altre, anche una "cultura cristiana" secondo questo significato, e sia per il credente necessaria e irrinunciabile, potrebbe essere negato solo da chi volesse ridurre il cristianesimo a esteriorità folkloristica o quanto meno a un puro fatto di coscienza senza alcuna risonanza nella testimonianza esteriore e nella vita. C'è un terzo significato di "cultura" che, dal linguaggio delle discipline etnologiche si diffonde a partire dalla metà del secolo XIX. "Cultura" è tutto ciò che è espresso da una determinata gente e da essa riconosciuto come proprio: la mentalità, le istituzioni, le forme di esistenza e di lavoro, le consuetudini, i prodotti dell'ingegno e dell'abilità manuale. In questo senso si può parlare di "cultura africana", "cultura contadina", eccetera. Esiste una "cultura cattolica" intesa così? Esiste, perché esiste e deve esistere un popolo cattolico, con buona pace di chi ritiene che una cristianità non ci sia più e non ci debba essere. La cristianità odierna potrà anche essere di minoranza, diversamente da quella di qualche secolo fa, ma non per questo deve essere meno vivace e meno inequivocabilmente caratterizzata. E non potrà mai delinearsi come realtà priva di continuità nel tempo, senza premesse e senza radici; né come qualcosa di puramente intellettuale, senza manifestazioni socialmente rilevabili. Ciò che non è socializzabile, e non diventa mai socializzato, a poco a poco perde di rilievo nella consapevolezza delle persone semplici e comuni; e alla fine si estingue.

IL DOVERE DI APPROFONDIRE LA VERITA'

Conservare la verità non basta. E' doveroso ancora studiarla ed approfondirla. Scriveva S. Agostino ad un cristiano appena istruito nella religione: "Io esorto la tua fede a desiderare di intendere. Devi aver la passione di comprendere. Chi possiede la fede, e poi non si cura di conoscere, e non sente in sé il tormento di conoscere ciò che, pure, ha incominciato a credere, dimostra di non sapere a che conduca la fede". L'apostolo S. Paolo paragona la fede ad un inizio di verità che deve svilupparsi e ci esorta a crescere nella scienza di Dio: Crescentes in scientia Dei.(19) La verità è feconda ed inesauribile. Giustamente fu detto: "Possederla costituisce dovere di ulteriore ricerca. Possederla apre il colloquio spirituale, suscita fervore interiore... La verità è luce che genera nuova luce: in lumine tuo videbimus lumen - nella tua luce, dice il Salmo, vedremo altra luce. Si classifica qui, perciò, l'obbligo d'un continuo studio della verità della fede e d'uno sviluppo sempre nuovo e progressivo della cultura cattolica. Incombe l'obbligo ai semplici fedeli di studiare la verità ed alla missione della Chiesa di attendere allo sviluppo sempre aggiornato della cultura cattolica.

LA "DIACONIA DELLA VERITA'"

E' il servizio appassionato nella ricerca e nella trasmissione della verità. Questo significa porre al centro la persona umana, dotata di capacità razionale e di libera volontà, che sperimenta il gaudium de veritate e l'insopprimibile desiderio di incontrare la bellezza nel suo splendore e la bontà nel suo amore. Questa visione comporta al tempo stesso il rifiuto della menzogna e di ogni idolo illusorio, il vivo desiderio di evitare ogni sofisma e di rinchiudere la verità nell'ingiustizia, come ammonisce San Paolo. Preferire la verità alla falsità e alla menzogna non è solamente un atto proprio della capacità conoscitiva dell'intelletto umano, ma anche un atto proprio della libertà che cerca il bene e, con esso, la realizzazione piena dell'esistenza. Parlare di verità e di ricerca della verità nella cultura contemporanea costituisce una provocazione e una sfida. Sembrerebbe che cercare la verità sia come inseguire una chimera, l'araba fenice, un'impresa donchisciottesca per antonomasia. La domanda di Pilato: "Cos'è la verità?" pare sia diventata la cifra distintiva del nostro tempo fragile ed inquieto, in cui si presuppone l'incapacità di dare una vera risposta, in cui trionfa il cosiddetto "pensiero debole". Non sappiamo, ci viene insegnato, se esiste una verità, e tanto meno se è davvero possibile conoscerla. E siamo invitati a dubitare delle persone che si sentono sicuri della verità, una parola troppo forte per le nostre orecchie educate ormai stabilmente al dubbio, all'illusorio, alla debolezza.

Certamente, la "diaconia della verità" significa impegnarsi a non accontentarsi delle verità parziali, frammentarie e disperse. Significa in modo permanente passare dal fenomeno al fondamento, dalle cose alle cause, senza tralasciare mai la ricerca della verità. Nietzsche definiva il nichilismo come la mancanza della finalità, della domanda sul "perché". Dobbiamo riconoscere che viviamo in un ambiente intellettuale radicato nel nichilismo, che non si pone mete e non si domanda il perché delle cose - forse ne ha anche paura -, che sembra aver rinunciato al gusto e alla gioia della verità e, per questo, esposto alla tentazione di un uso strumentale e pratico della verità. Non c'è maggior forma di corruzione che quella intellettuale, la quale consiste nell'imprigionare la verità nell'ingiustizia e, di conseguenza, chiamare male ciò che è bene, e viceversa. Giovanni Paolo II nell'Enciclica "Fides et ratio" ha assegnato con forza a tutta la Chiesa il compito di cercare la verità, di passare dal fenomeno alla realtà.

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