L'EREDITÀ SPIRITUALE DI DON DIDIMO: DON DIDIMO È NOSTRO PADRE

Commemorazione di don Didimo Mantiero tenuta, nel primo anniversario della morte, dall' Avv. Sergio Martinelli

(13 giugno 1992, Fonte - TV)

Padre è colui che dà la vita. Don Didimo ha dato a noi la vita. La vita è un fenomeno complesso, che è sciocco e banale semplificare. La vita è un mistero più misterioso di quanto possa sembrare. Anche ridotta al momento del concepimento, la vita umana ha sempre tre fattori: un padre, una madre e lo Spirito Santo. E ogni padre e ogni madre trasmettono a loro volta un patrimonio genetico che viene dalla profondità dei secoli. Noi siamo figli di tanti dolori, di tante speranze, di tanta fede; siamo i figli di gente che nei secoli ha lottato con tenacia e con amore, con fede e con speranza perchè noi fossimo; siamo figli di tanti padri e di tante madri. Ad essi vada talvolta il nostro pensiero, la nostra gratitudine, la nostra preghiera.

In questa complessità di vita è necessario nascere e rinascere, come Gesù invitava Nicodemo a fare - povero e caro Nicodemo, maestro in Israele, che non capisce e domanda: "come può un uomo nascere quando è vecchio?". Nicodemo è molto vicino a noi che, in questa complessità di vita, di nascite e di rinascite, sia detto senza l'ombra di cattivo umorismo, possiamo dirci figli di molti padri. E se ognuno di noi provasse a cercare chi lo ha portato ad essere la persona che è, dovrebbe ammettere di trovarsi in difficoltà! Ma alcune persone sarebbero da lui immediatamente individuate. I suoi genitori, prima di tutto. E noi qui presenti potremmo senz'altro aggiungere Don Didimo. Don Didimo è stato nostro vero padre, ed è giusto che i suoi figli si ritrovino nel tempo, in una data anniversaria che segna e segnerà per sempre il nostro tempo, a ricordare il loro padre e a cercare di capire dove sia stato nella nostra storia l'atto della sua paternità. Ebbene io elencherò alcune ragioni per cui Don Didimo è nostro padre. Ma altri potrebbero aggiungerne.

1) Don Didimo è diventato nostro padre quando ha deposto nel nostro animo il germe della "coscienza della verita". La verità è come l'ossigeno. La verità è come la luce. Non si può vivere senza ossigeno. Non si può vivere senza luce. Non si può vivere senza verità. Ma una cosa è vivere incoscientemente ed un'altra cosa è avere la coscienza della vita. Chi incoscientemente vive, incoscientemente muore. Chi invece ha la coscienza di dove sia la fonte della vita, in casi ben rari decide liberamente di rifiutarla e di morire. Don Didimo ha dato a noi la coscienza che noi siamo dove è il nostro progetto, dove è il pensiero che ci ha pensati, dove è la parola vera, dove è il Verbo senza il quale "niente è stato fatto di tutto ciò che esiste". Don Didimo ha messo in noi questa coscienza. Chi ha capito questo e lo ha accettato, non può più essere l'uomo di prima. È nato un uomo nuovo. Sono rimasti i tradimenti, ma ne sono seguite le lacrime, non il suicidio. E se è vero quanto dice il grande San Tommaso d'Aquino, che don Didimo ci ha fatto amare : "esse est tendere", è rimasta la tensione a una Verità che è "la luce vera, quella che illumina ogni uomo".

2) Don Didimo è nostro padre perchè ha rigenerato in noi Abramo, nostro padre nella Fede. I nostri genitori sono nostri genitori perchè ci hanno trasmesso la vita, che anche a loro fu trasmessa dai tempi dei tempi. I nostri antenati, della cui vita noi viviamo, erano anche contemporanei di Abramo. La coscienza di essere anche figli di Abramo, diretti discendenti suoi - chiamati a far rivivere a distanza di millenni, ma in una contemporaneità bruciante, un trattato sconvolgente - questa coscienza l'ha generata in noi don Didimo. Dove comincia la coscienza comincia la vita dello spirito. Chi accende la coscienza, accende la vita, cioè è padre. Don Didimo ha acceso in noi la coscienza di essere figli di Abramo e ci ha chiamati ad essere parte con lui del trattato di pace fra la terra e il Cielo, l'unico vero trattato di pace, fondato sulla giustizia di Gesù Cristo. Come si può non chiamare "padre" chi ci ha chiamato a questa vita? Come si può dubitare che sia vera paternità, la paternità spirituale? Chi ha ricevuto questa chiamata alla vita da Don Didimo, come può non riconoscerlo vero e carissimo padre? Non c'è ragazzo o ragazza che non senta la prepotente chiamata alla paternità e alla maternità. Ricordiamoci di Don Didimo. È stato vero padre. Ha avuto tanti figli, che gli hanno voluto tanto bene. C'è sempre bisogno di preti così, di preti veri, che non rinunciano ad essere padri, anzi lo sono di più di tanti padri naturali. Se qualcuno si sente chiamato da Dio a diventare sacerdote, sappia che non rinuncia alla paternità, in senso vero, reale, non metaforico. Lo Spirito è vita. "Quel che è nato dalla carne è carne e quello che è nato dallo Spirito è Spirito".

3) Don Didimo è stato nostro padre perchè è stato il creatore del nostro modo di essere Chiesa. Egli non è stato "soltanto" il nostro padre individuale, di ognuno di noi, in vario modo e misura. Egli ha fatto di noi una comunità ecclesiale. La Chiesa è una, santa, cattolica e apostolica. La Chiesa è una. Ma la Chiesa non è composta di tante anonime individualità, indipendenti una dall'altra. La Chiesa è fatta di persone e le persone sono esseri di relazione, cioè fanno parte di famiglie, di associazioni, di compagnie, di amicizie. L'uomo isolato non esiste. L'appartenenza alla Chiesa una, che valica tempo e spazio, avviene in un certo tempo, attraverso una certa lingua, mediata da una certa cultura, grazie alla testimonianza di determinate persone. La nostra appartenenza alla Chiesa è stata segnata in modo indelebile dalla parola, dalla cultura e dalla testimonianza di Don Didimo. E non si puo ridurre ciò a semplice fatto storico che appartiene al passato. È vero che si dice: morto un Papa se ne fa un altro. Questa è astrazione. C'è gente, ci sono giovani, ci sono illustri uomini di cultura che a ottocento anni di distanza si avvicinano alla Chiesa perchè affascinati dal modo di essere Chiesa di San Francesco d'Assisi. C'è gente che crede alla Chiesa per la testimonianza disarmante di Santa Bernardette, morta da cento anni. Possiamo noi dire che nessuno più di Don Didimo ci ha rivelato e ci ha testimoniato che la Chiesa è una famiglia? Come in un famiglia ci sono parentele più o meno strette e come in una famiglia il vincolo più stretto non è in funzione della esclusione ma della carità, così nella Chiesa che ci ha rivelato e testimoniato Don Didimo. La famiglia, determinata dai nostri stretti legami spirituali e culturali, al servizio dì tutti. Non è così che operano i francescani? Non e così che operano tutte le comunità religiose, di sacerdoti, di suore, di laici, di cui è ricca la Chiesa? I nostri difetti potranno oscurare il nostro ruolo, ma non cancellarlo, se a questo ruolo siamo stati chiamati da Dio e se lo esercitiamo "con buona volontà". La spiritualità e la carità di Don Didimo non sono un ruolo generico di essere Chiesa. Noi dobbiamo avere questa chiarezza interiore e questa piena consapevolezza.

Don Didimo non è stato, ripeto, un santo prete che ha fatto bene ad un paio di generazioni di parrochiani. Ridotto in questi termini, hanno ragione coloro che dicono che morto un Papa se ne fa un altro. Don Didimo non ci ha introdotti nella Chiesa uno alla volta. Don Didimo ci ha messi insieme e ci ha introdotti nella Chiesa tutti insieme. Non solo. Don Didimo ha inventato un metodo per introdurci nella Chiesa e ci ha messo a disposizione questo metodo perchè altri fossero introdotti nella Chiesa. E questo metodo funziona! Nel deserto della pastorale giovanile il Comune dei Giovani funziona. Ecco la ragione della validità attuale e futura, non passata, del nostro modo di essere Chiesa. Noi siamo Chiesa perchè lo siamo diventati attraverso il Comune dei Giovani, metodo educativo creato da Don Didimo, che lo ha affidato a noi perchè lo custodissimo a beneficio della Chiesa universale e delle generazioni future. Il Comune dei Giovani, con le radici nella preghiera della Dieci, affiancato dalla catechesi-scuola di cultura cattolica, è l'organizzazione attraverso cui si è creata la nostra omogeneità culturale, dove si sono rafforzati i nostri legami di famiglia, ed il Comune dei Giovani è contemporaneamente il luogo aperto a tutti i giovani dove si esplica nella carità il nostro ruolo di essere Chiesa oggi.

Cari amici, "multae sunt mansiones in Ecclesia Dei", molti sono i compiti nella Chiesa di Dio. C'è chi si ritira in un monastero a pregare, chi va a convertire gli africani, chi studia i papiri della Sacra Scrittura, chi amministra i sacramenti nelle parrocchie, chi insegna nelle scuole. Il nostro compito è custodire, testimoniare e sviluppare il Comune di Giovani, metodo così moderno di avviarsi ad essere Chiesa, da non essere ancora capito. Dobbiamo svolgere questo compito con fermezza, con tenacia e con serenità. Con fermezza. Non ci devono essere nè timori, nè carezze a farci desistere. Con tenacia. Il Comune dei giovani è troppo importante per l'educazione giovanile perchè il demonio non cerchi in tutte le maniere di distruggerlo: ora distraendoci con i mirtilli e con le fragole della nostra concupiscenza, ora cercando di dividerci nel nostro orgoglio, ora cercando di schiacciarci dall'esterno. Noi dobbiamo resistere, giorno dopo giorno, anno dopo anno. Il tempo è riservato a Dio. Con serenità. Il Comune dei Giovani non è nostro. È di Dio. Non dimentichiamo mai ciò, di fronte alle persone che ci ostacolano. Il nostro cuore deve essere sereno. E non c'è modo migliore di mantenerlo sereno che quello di pregare per le persone che ostacolano il Comune dei Giovani. Pregare perchè anch'esse siano serene, che Dio le renda felici, anche a nostro scapito, se ciò è necessario.

Non dico queste cose perchè sia necessario. Ho avuto da voi, in questi anni di difficoltà, tante e tante prove di fermezza, di tenacia, di serenità da garantire ogni bene per il futuro. La riflessione sulla paternità di Don Didimo mi ha portato al Comune dei Giovani. Era inevitabile. Ritorniamo a Don Didimo. L'indifferenza religiosa oggi nasce da varie cause. Una causa non secondaria è stata individuata nella mancata percezione da parte degli uomini dell'amore di Dio. "Amor ch'a nullo amato amar perdona". Quando gli uomini avvertono di essere amati, si lasciano amare ed amano e sono salvi. Ma Dio è uno strano giocatore: ama e si nasconde; crea e si nasconde nelle nebbie del caos primigenio; redime e si nasconde in un uomo di nome Gesù; è presente, ma è una "latens deitas". Ogni tanto manda qualche uomo per le strade del mondo, a testimoniare il suo amore. Noi, quest'uomo, lo abbiamo incontrato. Come tutti i segni di Dio, Gesù per primo, era un segno di contraddizione. Poteva essere accolto e poteva essere rifiutato. "A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio." Se avevamo bisogno di un testimone dell'amore di Dio, Dio ce lo ha mandato. Ora Egli è vivo e presente, realmente, non in senso retorico. Perchè noi siamo riuniti nel nome di Gesù e con Gesù sono presenti tutte le anime sante che sono con Lui. Noi siamo qui con le nostre miserie e con le nostre meschinità, ma anche con la nostra buona volontà. È stato meraviglioso godere dell'amore di Dio, rivelatoci da Don Dìdimo, con la sua parola, con la sua amicizia. Siamo ancora disponibili ad accogliere per mezzo dell'intercessione di Don Didimo, l'amore di Dio. Il resto lo farà Lui, Dio.