Don Paolo Baldo incontra gli animatori

dei Momenti Formativi del Lunedì

sul tema:

“Il cuore dell’annuncio cristiano”

Premessa: l’annuncio della parola è un servizio fondamentale, ce lo insegnano innanzitutto i primi cristiani: gli apostoli all’inizio della Chiesa, nominano i Diaconi come principali addetti alla carità, per concentrarsi e rafforzare il loro ministero di

- annuncio della parola

- preghiera

Ce lo insegna poi anche il Comune dei Giovani, che mette come proprio fondamento la catechesi. Tutti i servizi pertanto sono da considerarsi importanti, ma un ruolo particolare deve essere assegnato a quello della catechesi come annuncio della parola di Dio.

Riscoprire il cuore dell’annuncio cristiano è opportuno per tre motivi fondamentali:

1- perché la nostra fede vuole e deve essere sicura e autentica, cioè secondo verità;

2- perché abbiamo di fronte una grande sfida: il confronto con le altre religioni, sempre più pressante soprattutto in questo momento storico, data la multiculturalità e multietnicità del comparto sociale. In particolare il confronto principale si avrà con l’ISLAM.

Ricordiamo che non c’è dialogo se non si ha qualcosa da dire, bisogna quindi oltre ad essere profondamente convinti anche pronti a rendere ragione della grande speranza che è in noi. Bisogna inoltre stare attenti a non cadere nel pensiero relativista che tende a volte a dimenticare Gesù Cristo, che rappresenta un punto di frattura, per dare unico spazio a Dio che è un motivo di coesione.

3- perché il percorso catechistico deve iniziare dai fondamenti; la catechesi è infatti un particolare insegnamento per dare i contenuti essenziali della fede, cioè una conoscenza sufficientemente chiara e correlata dei termini essenziali della fede. In particolare ci si riferisce al CREDO, ai SACRAMENTI (intervento di Cristo nella storia), la MORALE, la PREGHIERA à questa non è altro che la struttura del Catechismo universale della Chiesa Cattolica.

Cos’è allora il cuore dell’annuncio cristiano. Per scoprirlo basta riandare al primo annuncio fatto dagli apostoli. Essi hanno da subito predicato:

1. un FATTO, un avvenimento;

2. una PERSONA precisa come protagonista;

3. il FRUTTO di un PROGETTO preciso.

Il fatto

Il fatto è la risurrezione di Gesù Cristo. I cristiani credono che un uomo è morto e risorto realmente, veramente e corporalmente. E’ pertanto un uomo vivo.

La risurrezione non è pertanto un ricordo o un’allucinazione, è una realtà viva. Il fatto non ammette vie di mezzo, la persona di cui si parla o è viva o è morta. E questa grande realtà deve essere alla portata della comprensione di tutti.

Il centro della fede quindi non è la croce, ma la risurrezione, bisogna sempre sottolineare l’importanza di questo evento nuovo e straordinario, questa vittoria sulla morte.

Il dolore innocente può commuovere, ma non si fonda su questo la fede, il fondamento è la vittoria della risurrezione.

C’è una persona risorta dai morti, si tratta cioè di riconoscere un uomo morto che ora vive e che aveva predetto questo fatto mentre era in vita, era stata una sua promessa, e lo avrebbe fatto per la nostra giustificazione. (vedi Paolo ai Romani cap. 4, 25 “messo a morte per i nostri peccati e per la nostra giustificazione).

C’è pertanto un aspetto soteriologico in questa morte, cioè un motivo salvifico.

Nei quaranta giorni successivi alla risurrezione Gesù si dedica in particolare agli apostoli per renderli convinti della realtà che è sotto ai loro occhi: “ero morto, ma ora vivo e per sempre”.

Il protagonista

Il protagonista dell’evento è Gesù di Nazareth, è cioè un uomo, una persona.

Quasi nella totalità dei casi i fondatori delle grandi religioni tengono le distanze da Dio, affermano cioè la loro natura di profeti, ma Dio è qualcosa che va oltre.

Gesù di Nazareth invece dice di essere qualcosa di diverso: “io sono la via, la verità e la vita… chi mangia di me vivrà in eterno ….. venite e vedete”.

Chi è dunque questo Gesù. Ricordiamo che il nome per gli Ebrei è molto importante perché indica l’essenza della persona, indica cioè la vocazione cui è chiamato chi lo porta. E’ per questo che gli Ebrei non usano mai il nome di Dio, perché sarebbe come averne il possesso e ciò non è possibile. I nomi dati a Gesù sono:

à è il Signore, sta cioè alla destra del Padre, il titolo di Signore indica che ha lo stesso potere di chi siede sul trono. Il signore è colui che domina la vera Signora del mondo prima di Cristo cioè la morte. Questo Signore con cui ci si confronta basta e avanza; i veri cristiani sono pertanto le persone più libere perché devono obbedire solo a questo Signore e nessun altro ha il potere di soggiogarli. Questa affermazione è garanzia di LIBERTA’ poiché chi non è servo di Cristo è servo di altri padroni (della moda, dell’economia…).

Per questa accezione si veda: Romani 10, 9 – Atti degli apostoli 18,5

à è il Cristo, che traduce l’ebraico Messia, cioè colui alla cui attesa gli Ebrei erano stati educati. Il nome Cristo assume quindi il significato di colui che realizza i desideri e le attese autentiche dell’uomo.

Tale accezione si afferma soprattutto in S. Paolo. Si veda a questo proposito 1° a Timoteo 3,16 – Colossesi 1, 15-20 – Filippesi 2, 6-11.

Il progetto

Nella prima predicazione c’è una concentrazione Cristologia.

Si affermano prima delle formule binarie come “Padre del Signore nostro Gesù Cristo” ed “è stato risuscitato” (che indica la presenza di un’altra persona).

Successivamente sono introdotte delle formule ternarie (Galati, 4, 4-6 – 1° Corinzi 12, 4-8) dove accanto al Padre e al Figlio c’è anche lo Spirito Santo che fanno intuire che il fatto e la persona di cui si parla non sono eventi scollegati da una più ampia storia di salvezza.

Le verità essenziali in cui dobbiamo credere diventano pertanto:

- la trinità e unità di Dio;

- l’incarnazione, la passione, la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo di Gesù Cristo.

Per i cristiani il volto di Dio è pertanto la TRINITA’.

Nella Trinità c’è una persona, il Figlio che è vero Dio e vero Uomo. C’è pertanto in Gesù un unione ipostatica di due nature complete ed integre in un'unica persona. Due nature distinte e non confuse. C’è cioè una perfetta umanità e una perfetta divinità. Esse non sono unite fra di loro ma nella Persona del Verbo incarnato.

Anche Gesù, in quanto uomo aveva una graduale conoscenza delle cose, tra cui la sua figliolanza con il Padre. Nel momento del Battesimo egli assume la sua coscienza messianica, di dover cioè diventare il servo sofferente. Anche Gesù prende autocoscienza secondo uno sviluppo profondamente umano. Anche se non dobbiamo dimenticare che c’è una “comunicatio idiomata” cioè una comunicazione tra la natura divina e la natura umana di Gesù.

Ciò che è importante per la nostra fede è comunque che: IL VERBO si è FATTO CARNE, e che la divinità di Gesù si esprime anche nel profondo rispetto della libertà di ciascuno che egli ha nel comunicare la sua figliolanza con il Dio vivente.