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INTERVISTA ALLA DOTT.SSA
MARTA DELL’ASTA Il
dissenso fu un primo tentativo di far riemergere l’“io” dalla
distruzione che il regime comunista ne stava perpetrando. È l’idea che
Marta Dell’Asta, invitata dalla Scuola di Cultura Cattolica e dal Centro
Culturale Giovanni Paolo I, ha ribadito giovedì sera alla presentazione
del suo libro “Una via per incominciare. Il dissenso in Urss dal 1917 al
1990”, pubblicato da “La Casa di Matriona”. Dott.ssa
Dell’Asta, perché questo libro? «Io mi sono innamorata della Russia attraverso padre
Scalfi (fondatore di Russia Cristiana, ndr).
Quando l’ho sentito parlare, la cosa mi ha interessato e da allora ho
sempre collaborato: portavo soldi o testi di nascosto, incontravo i
dissidenti. Da padre Scalfi ho capito che lì erano in gioco valori
profondamente cristiani come il valore della persona, la responsabilità.
Crollato il comunismo, ogni tanto si pensava a questa storia e ci si
chiedeva “Cos’è rimasto? Chi se ne ricorda?”. Allora abbiamo
pensato di mettere insieme dati e fatti, che non esistono in nessun altro
libro.» Lei, quindi, ha
rischiato di persona, in quella situazione. «Rischiavo al massimo di essere espulsa. Padre
Scalfi, invece, aveva avuto un incontro all’aeroporto. Gli si era
avvicinato un agente in borghese e gli aveva detto: “Le è piaciuta la
Russia? Bene, lei non piace alla Russia.”» Con il suo
lavoro, lei cerca di dare una chiave di lettura del dissenso? «Certamente sì, anche se mi sono resa conto che
mettendo accanto i fatti, gli episodi, le dichiarazioni che i dissidenti
stessi facevano, viene fuori da sé la posizione che avevano. Non c’è
bisogno di applicare chiavi interpretative. La storia stessa dice i
principi su cui si fondava. Ancora oggi i dissidenti riaffermano le stesse
cose di allora, il che mi conferma che abbiamo intuito giustamente la
novità della loro posizione.» Quali sono i
punti principali attorno ai quali si sviluppò il dissenso? «Uno dei primissimi a venir fuori fu Boris Pasternak
nel 1957 con “Il dottor Zivago”, un romanzo al quale attribuiva un
valore non solo letterario, ma personale, etico, importantissimo. Aveva la
consapevolezza netta che la verità che diceva era una cosa esistenziale.
E il principio fondamentale che poi fu portato avanti dagli altri è
quest’idea dell’uomo vivo, della vita. “Zivago” deriva da
“zivoj” che vuol dire “vivo”. La vita insegna che la realtà è un
mistero, che non la puoi possedere, che c’è qualche cosa che ti supera,
che ti spinge ad andare oltre e che c’è qualche cosa in più da capire.
Il punto di partenza è stato questo: la realtà, il dato di fatto. Un
dissidente ha detto, per rendere l’idea: “La nostra non è una lotta
politica. È una lotta del vivo contro il morto”.» Che rapporto
c’è tra cristianesimo e dissenso? «Il rapporto è fondamentale. La tradizione
culturale russa dalla seconda metà dell’800 era molto ideologizzata e
intrinsecamente violenta. A cavallo del ‘900 c’è stata una rinascita
della tradizione cristiana molto potente: molti intellettuali marxisti si
sono convertiti e hanno rimesso in moto un ripensamento profondissimo. Con
la rivoluzione del 1917 tutto è finito, interrotto. Era come se ci fosse
stato l’inizio di un cammino che poi è rimasto sospeso nel nulla. La
cosa più evidente è che i dissidenti, anche i non credenti, hanno
pescato da questa rinascita religiosa interrotta.» Perché
la letteratura del dissenso ha avuto uno sviluppo così forte in Russia, e
non in altre parti del mondo, come magari la Germania, dove pure vigeva un
regime totalitario? «Io penso che siano state le circostanze storiche
profondamente diverse, perché, comunque, l’esperienza nazista è stata
forzosamente breve. Poi l’ideologia sovietica era molto più
proponibile, più accattivante. Un’ideologia basata sulla razza
superiore non era “esportabile”. Quella comunista, invece, riprendeva
alcuni ideali fondamentalmente cristiani, ma li immanentizzava e ne faceva
un assoluto. Era molto più perfezionata e aveva alle spalle
un’elaborazione intellettuale che nasceva molto indietro nel tempo.
Questo l’ha resa più efficace e anche più pericolosa. Per cui il danno
che ha fatto, soprattutto sulla coscienza individuale della persona, è
stato più serio, e si è reso necessario un ritorno alle radici
dell’essere dell’uomo, ai perché della vita, una rinascita che si è
potuta verificare perché qualcuno ha liberamente rischiato.» Andrea Mariotto
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