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Tra poco tempo uscirà il suo ultimo libro, che continua a ricevere modifiche e perfezionamenti. Nessuna fretta, però, da parte dell'autore, Eugenio Corti, venuto lunedì sera, a
Bassano, per una conferenza organizzata dal Comune dei Giovani, l'associazione fondata da don Didimo
Mantiero.
Di fronte a una platea che già lo conosceva (Corti è stato insignito nel 2000 del premio Scuola di cultura cattolica, altra realtà fondata da don
Mantiero), l'autore ha avanzato una proposta che non sempre arriva da uno scrittore: "Potremmo decidere il titolo insieme - ha esordito - è un'idea fresca fresca che mi è venuta a cena". In effetti, al termine del suo intervento, una votazione si è tenuta, ma non essendosi delineata una maggioranza netta il problema del titolo è rimasto. L'uditorio doveva decidere come qualificare il protagonista del prossimo racconto di Corti: Catone Maggiore, un personaggio che visse nell'era di Roma repubblicana. La scelta dell'autore di raccontare la storia del Censore è presto detta: "Si trovò a combattere l'Ellenismo. Non la meravigliosa cultura greca del VI, V, IV secolo a.C., ma una cultura degradata che avrebbe portato (e alla fine portò) alla distruzione dell'Impero". E anche oggi, ha spiegato, "c'è una vena di marcio nella cultura dominante", che porta all'involuzione dell'Occidente, una deriva della cultura che procede sull'adagio della morte di Dio teorizzata da
Nietzsche. "Oggi lo sbarramento nella cultura è rappresentato dal 'politicamente
corretto'. Se non si è politicamente corretti si è emarginati".Tra i pochi sopravvissuti della ritirata di Russia, Corti ha speso molti anni della sua vita nello studio e nella ricerca sul comunismo e sulle sue aberrazioni, arrivando a concludere che "il comunismo, come il nazismo, ha voluto fondare una società perfetta eliminando Dio, e il risultato è stato un numero straordinario di morti. Crollato il comunismo leninista, è emerso quello
gramsciano, che non elimina fisicamente l'avversario, ma lo imbavaglia e lo tacita".
Scrittore per vocazione, Corti ha confessato che continuerà a lavorare fino a che "Domeneddio mi darà la forza di farlo". L'importante, ha concluso, "è lo scrupolo della ricerca della verità. Io cerco di fare in modo che i miei scritti siano fondati sulla bellezza e sulla verità", come un arco che, partendo da due colonne divise, forma un'unità.
Andrea Mariotto |