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Il
“giallo” del nostro Risorgimento Il Prof. Gianfranco Morra agli Incontri Culturali di Primavera
Il Risorgimento non solo è un periodo controverso della storia nazionale, ma è un vero e proprio "giallo". È la tesi che lunedì sera ha sostenuto il prof. Gianfranco Morra, dell'Università di Bologna, chiamato dalla Scuola di Cultura Cattolica agli Incontri Culturali di Primavera per discutere di "Risorgimento tra federalismo e centralismo". Il motivo che fa pensare a un mistero è presto detto: "Il Risorgimento è nato di un certo tipo e si è realizzato al contrario". Inizialmente, infatti, l'impulso è stato dato su delle basi ideologiche di tipo "confederalista", ma la conclusione di questo processo storico ha avuto, nel 1861, esiti "unitari e centralisti". Non è riuscita ad imporsi, dunque, la volontà espressa in prima istanza da Vincenzo Gioberti, che aveva teorizzato un'unione sì, ma di diversi stati che mantenessero la propria sovranità. Una confederazione, appunto, "che è una cosa molto diversa dalla federazione". Per rendere l'idea - ha spiegato Morra - la prospettiva di Gioberti avrebbe portato a quella che oggi è l'Unione europea (impropriamente definita da alcuni come una federazione). La causa della mancata corrispondenza tra l'inizio e la fine del processo risorgimentale sta nel fatto, secondo il professore, che "il Piemonte occupò le altre regioni", esportando alle altre zone d'Italia il proprio modello amministrativo, a sua volta derivato da quello francese, di tipo fortemente centralista. Il fronte che si opponeva all'impostazione centralista era fatto non soltanto di uomini politici, ma anche di grandi intellettuali. Tra questi, ha detto Morra, spiccava la personalità di Antonio Rosmini, la cui visione "personalista" non riuscì però ad avere la meglio. "Secondo Rosmini tutto doveva essere funzionale allo sviluppo della persona e della famiglia, che venivano prima della società civile e dello Stato", in un intreccio di competenze basato sulla sussidiarietà. L'esatto opposto della concezione che si era imposta, invece, in Francia con la Rivoluzione francese, nella quale "i diritti della persona vennero assorbiti da quelli del cittadino", dove "la persona divenne funzionale allo Stato". Alla
fine l'unità d'Italia venne imposta, "senza che vi fosse alle spalle
una coscienza nazionale; fu un'occupazione che creò un'omogeneizzazione
artificiosa, rifiutata anche dalla popolazione". Paradossalmente, ha
concluso Morra, "ha creato più coscienza nazionale la Prima Guerra
mondiale".
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