LA FAMIGLIA TERRA DI LIBERTA'

Conferenza tenuta da Prof. S. Grygiel alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 3 ottobre 1994
(Trascrizione non rivista dal relatore)

Giovanni Paolo II, parlando della famiglia a Kinshasa, disse:
"L'argomento è meraviglioso, ma la realtà è difficile".
Infatti la famiglia è un argomento meraviglioso ed una realtà difficile, perché esige che l'uomo miri ogni giorno al gratuito il cui ideale sconfina nel Divino. Voler essere uomo significa voler diventare Dio. Per poter essere umano, bisogna allora essere sovrumano. E' proprio per questo che la famiglia, essendo realtà difficile, è argomento affascinante.
In quel mirare al divino gratuito si rivela e si realizza la nostra libertà L'uomo è libero quando dimora nella propria casa che non si trova nelle cose né negli "animali" (cfr. Gn 2, 20). Lo spazio della sua casa comincia in un'altra persona nella misura in cui essa gli indica e lo conduce a Dio. Solo dimorando insieme a Dio gli uomini fruiscono della Verità del Suo Divino Amore che è la Libertà. In questa libertà nascono le famiglie nel senso pieno e profondo del termine, perché è in esse che la libertà si compie nel continuo dare la propria vita non solo agli altri ma anche per gli altri. Nelle società in cui manca la libertà propria delle persone, anche se vi fossero le cosiddette libertà, mancheranno le famiglie, perché vi mancherà questo dare la vita per gli altri.
Colui che vive nella libertà che sta alla base della famiglia mira al Divino. Ed è attraverso la famiglia che egli riceve dal Divino la propria identità. La famiglia, mettendo in rilievo il carattere divino dell'uomo, lo difende contro il meccanismo sociale che tende a ridurlo in una delle sue funzioni.
L'amore è inscritto nella struttura dell'essere persona umana; esso è il suo nome.
Il nome si rivolge al nome. L'amore provoca l'amore.
Esso non impone nulla a nessuno. L'amore soltanto ama. Colui che ama obbliga l'amato soltanto ad amare, cioè a dare tutto, perfino la vita, all'altro. E' qui che abbiamo a che fare con l'essenza della libertà, senza la quale non c'è nessuna possibilità di comunione delle persone. Abbiamo paura di essere liberi, perché il carattere dialogale della libertà esige da noi di essere sempre più grandi di noi stessi.
L'uomo colpito dall'amore, l'uomo, quindi, chiamato ad esserlo, si raccoglie nel proprio essere e, rientrando in possesso di sé e diventando padrone di sé (dominus sui), risponde all'amore adeguatamente, cioè con tutto se stesso. In questo dialogo la cui essenza consiste nell'offrire la propria vita all'altro, nasce l'autocoscienza dell'uomo. Offrendo se stesso, egli è ancora più se stesso, perché colui al quale egli si dona cerca di rispondergli anche con l'amore. La loro presenza dell'uno all'altro, quella reciproca parusia (in greco par-ousia significa essere presente per qualcuno), costituisce lo spazio in cui l'uomo si rivela a tutti, incluso se stesso. Tutte le parole e tutti gli atti che l'uomo compie, se non riempiti da questa presenza, sono vuoti; non fanno ciò che dicono e non dicono ciò che fanno.
Non rivelano l'uomo, perché sono una menzogna. I discepoli di Emmaus, scrive S. Luca, (24, 35), "Lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane". Pensiamo alle cene, ai pranzi nelle famiglie, nei quali l'uno è presente all'altro, e a quelli nei quali manca tale presenza. La menzogna è sempre una trappola che l'uno tende all'altro. L'Eucaristia è una realtà propria della famiglia.
Le persone, rivelandosi l'una alle altre, creano lo spazio in cui dimorare. L'una abita nella presenza dell'altra e, abitandovi, le offre la propria presenza da abitare. In altri termini l'uomo, abitando nella parusia dell'altro, partecipa al suo essere e all'agire che ne deriva, cioè al suo conoscere la verità e al suo fare il bene. Conoscendo insieme la verità e facendo il bene, dimorano nella stessa casa.
La casa è il luogo in cui l'uomo si sente bene, perché vi è nato dall'amore e non per caso. Il suo sentirsi da sé, oppure sentirsi amato, si esprime nel cognome che egli aggiunge al verbo "sono!". L'uomo si presenta, indicando con l'aiuto del cognome la casa familiare: vuol dire l'amore dal quale proviene. E' come se dicesse: guardate, sono amato! Ecco l'amore in cui dimoro e che costituisce la mia dignità! In alcune lingue slave, il cognome oppure il patronimico, con il quale l'uomo si identifica, rivela la figliolanza e la sua origine che è il padre. In un certo senso chi vede il figlio vede anche il padre, perché è nell'amore del padre che il figlio dimora. Questa è la salvezza e la beatitudine dell'uomo.
L'uomo allora, cercando di essere beato, esce da sé alla ricerca dell'altro, perché solo con l'aiuto di un'altra persona riuscirà a edificare la casa della beatitudine.
Il libro della Genesi è insuperabile nel descrivere questo camminare ed edificare la casa dagli uomini. "Adamo" cerca l'aiuto in primo luogo nelle cose e negli animali, ma, pur avendo dato dei nomi ad essi, si rende conto che invece di essere aiutato perde la libertà, perché si riduce ad una realtà che non lo conduce verso ciò di cui egli è desiderio.
Identificandosi con le cose e con gli animali, diventa una loro ridicola imitazione. Cercando in essi l'"aiuto" per sé, senza poter mai raggiungere il livello della loro vita, commette una menzogna che occulta la verità del suo essere e soffoca la sua libertà.
L'uomo trova, invece, l'aiuto nella persona di "Eva", che, rivelandogli il proprio essere teso all'infinito, l'essere cioè che mira al Divino gratuito, gli rivela la verità del suo desiderio di essere di più e il suo destino. Nella diversità di "Eva" gli si delinea la verità futura del suo proprio essere e nella comunione con lei gli viene data la caparra del suo compimento. Affascinato ed entusiasmato a mettersi in questo cammino, "Adamo" grida: "Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa / ... / è stata tolta da me". (Cfr. Gen 2, 23).
Affascinati dalla libertà che emerge come un dono dal loro desiderio di essere divini, essi entrano nel sacro delle loro identità. L'uno dimora nel cognome dell'altro, cognome che indica la casa familiare che è Dio stesso. Guardando l'un l'altro faccia a faccia, muoiono ciascuno a sé per rinascere nel "noi" come "io" e "tu" propri delle persone. Rinascono, quindi, arricchiti l'uno dell'altro. Questo loro guardare l'un l'altro faccia a faccia, il loro morire e rinascere ci permette di intravedere ciò che succederà quando, guardando Dio faccia a faccia, moriremo per risorgere.
La grandezza della libertà che si realizza e si rivela in questo reciproco aiutare l'un l'altro dipende dalla risposta alla domanda: fino a che punto l'uno è disposto a morire per l'altro? La morte di chi dà la vita per l'altro è tale presenza che colui che vi entra e vi dimora si sente salvato. In altri termini, colui per il quale l'altro dà la vita, ha la casa. La salvezza dell'uomo, allora, si trova nella morte che è assolutamente puro dono. Morire così però, lo può soltanto colui che, come ha detto Cl. S. Levis, serve nel nostro battaglione come un volontario. Le nostre morti non sono abbastanza pure per poter essere le case della salvezza. Per questo ho detto che i matrimoni e le famiglie costituiscono l'inizio dell'edificazione della casa.
Nella comunione, le persone, fruendo l'una dell'altra e aiutando l'una l'altra, comprendono se stesse. I loro corpi, in modo particolare quando le persone sono unite nel matrimonio, rendono visibile il Mistero dell'Amore e della Libertà di Dio. E' chiaro che non possono farlo quando l'uno per l'altro rappresenta soltanto un oggetto di un fare che imita l'amore e la libertà. Nella dimora matrimoniale, nella presenza cioè della moglie al marito e in quella del marito alla moglie tutte e due orientate verso l'Amore che è Dio, non finisce, ma inizia l'edificazione della casa. La comunione matrimoniale, quindi, non appaga il loro desiderio di essere beati, desiderio insaziabile fino alla morte. Permette però di intravedere la beatitudine.
Nella casa edificata della presenza del marito alla moglie e di quella della moglie al marito abiteranno anche gli altri, in un certo senso vi abiterà tutta la società. Nella misura in cui la società vi abita, ciascuno, come avrebbe detto Platone, "in chiunque s'incontri, / ... / riterrà d'incontrarsi o in un fratello o in una sorella o nel padre o nella madre o in un figlio o in una figlia o in qualche discendente o ascendente di questi".
L'uguaglianza, la fratellanza e la libertà, parole che l'Illuminismo ha svuotato di contenuto, nascono in tali case e poi formano la società. Solo in tali case gli uomini portano lo stesso cognome che indica la loro provenienza divina. Essa li rende tutti primi. Nessuno vi è secondo.
L'uomo, unendosi alla persona amata, la genera ed è generato da essa; insieme danno inizio ad un mondo nuovo, mondo comunionale. Il marito, generando la moglie, e la moglie, generando il marito, creano lo spazio per l'atto creatore di Dio il cui Amore, quasi provocato da quello di loro e approfittandone, chiama una nuova persona ad essere amore. Il loro figlio è di Dio piuttosto che loro. L'identità, quindi, della sua persona, non dipende dalla società.
La comunione delle persone, soprattutto quella che è il matrimonio e la famiglia, costituisce sempre la provocazione all'amore. L'amore è un lavoro difficile. Perciò di fronte al matrimonio e alle famiglie si sveglia negli uomini o l'amore o l'odio. Ogni amore è un segno di contraddizione.
Il matrimonio e la famiglia tendono alla Famiglia Trinitaria il cui Amore trabocca dalle rive del Divino, creandogli esseri capaci di riceverlo. Fermandosi da qualche parte "troppo umana", il marito, la moglie ed anche il figlio si rivolgono l'uno all'altro non per nome, che esprime l'essere e l'amore ma per quello che parla delle funzioni alle quali l'uno sottomette l'altro. Trattenuti così, gli uomini non sono più una pro-vocazione, e una chiamata all'amore e al lavoro. Ognuno di loro, ridotto ad una funzione, impone all'altro la funzione che attualmente gli serve. La funzione non chiama e non obbliga nessuno. Essa costringe tutti a fare certe cose finché essi sono in grado di farle. Chi ancora o già non funziona così viene automaticamente eliminato dal gioco.
Colui che sfugge alla pro-vocazione all'amore fugge dalla libertà. Non accetta di essere chiamato dall'altro ed egli stesso non chiama nessuno. Accetta, invece, di essere trattato come una mela buona da mangiare, piacevole agli occhi e utile per acquistare il saper fare di essa qualcosa d'altro attualmente bramato. Lo accetta perché egli stesso vuole trattare così gli altri.
L'uomo non libero, l'uomo dipendente da questa o da quell'altra cosa, diventa sempre più pigro, anche se producesse tante cose utili o addirittura indispensabili per la sopravvivenza. Anzi, gli schiavi sono indaffarati per paura di dover lavorare. Infatti, l'essenza del lavoro, quell'entrare nel sacro dell'altro uomo, essi non la conoscono.
Il non amare l'altro fino a dargli la propria vita, finisce nell'ateismo perché non mira al gratuito Divino. L'ateismo umilia l'uomo più di quanto lo abbia fatto il paganesimo. Quest'ultimo, infatti, ammettendo che l'uomo ha anche altri legami oltre a quelli con il mondo che passa, non lo riduce ad una mela buona da mangiare, piacevole agli occhi e utile per poter acquistare il saper fare altre cose altrettanto piacevoli ed utili.(cfr. Gen. 3, 6).
Abitare fedelmente nella presenza fedele dell'altro fa sì che l'uomo si difenda contro il tempo che passa e divora tutto ciò che si sottomette ad esso; nella casa familiare l'uomo rimane se stesso. La presenza fedele dell'altro aiuta l'uomo a non identificarsi con il tempo e, quindi, a salvarsi, permettendogli di intravedere la Presenza del Divino che non passa. Essa, essendo dalla natura la Presenza per sempre, esige dall'uomo la fedeltà nell'essere presente agli altri uomini. E' proprio con l'"aiuto" degli altri che l'uomo affonda le radici nell'Infinità di Dio. La fedeltà propria del matrimonio, raggiungendo l'eternità e gettando in essa le fondamenta per la casa familiare che resiste al tempo e alle sue insidie, riflette forse nel modo più adeguato possibile, la fedeltà con la quale Dio contrae il matrimonio con l'uomo.
Nella casa edificata delle presenze fedeli l'uomo si sente "da sé". Egli comincia a sentirsi "da sé" nell'amore dei genitori. Il loro amore, rivelando da dove egli stesso proviene, rivela al figlio il suo destino. Nella presenza reciproca dei genitori dell'uno all'altro traluce al figlio la Presenza di Dio. Andando incontro ad essa con l'"aiuto" dell'amore dei genitori, il figlio trascende la famiglia stessa, cominciando proprio in essa ad essere presente agli altri uomini. La famiglia che trattiene il figlio e non lo "aiuta" a mirare al Divino gratuito attraverso gli altri non è famiglia e il matrimonio che le ha dato inizio non è matrimonio, ma solo giustapposizione di individui che non sono ma solo fanno qualcosa insieme. La loro convivenza, perfino quella sessuale, è una convivenza forzata.
Da come uno intende la propria casa dipende anche il suo rapporto con il mondo. Le parole "moltiplicatevi e soggiogate la terra, dominate sugli esseri viventi che strisciano sulla terra!" (cfr. Gen. 1, 28), sono state dette non a "Adamo" o a "Eva" ma alla comunione delle loro persone. Come, allora, l'uomo intende la parola "moltiplicatevi", intende anche la parola "soggiogate la terra". Come egli intende l'amore, intende tutto, incluso se stesso. Per chi l'altro uomo è da sfruttare e poi da buttare via, a fortiori lo sarà il mondo intero. Il fare in cui l'uomo non è presente all'altro uomo fino a dare la vita per lui, e che per questo è solo una realizzazione del desiderio sfrenato di possedere il mondo e l'uomo stesso, non "educe" nessuno da "un paese lontano" e non introduce nessuno nella casa familiare. Tale fare distrugge non solo l'uomo ma anche il mondo che "attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio /../ per entrare nella libertà della /loro/ gloria" (Rom: 8, 19-21).
La discendenza e i frutti della terra sono stati dati come una promessa alla nostra speranza. Perciò né la terra né la discendenza non costituiscono l'oggetto del nostro puro fare tecnico, ma esigono l'azione propria della nostra libertà che si esprime proprio nella speranza, nell'amore e nella fede.
Di conseguenza, i disastri ecologici provocati dal fare tecnico non possono essere risolti con un altro fare altrettanto tecnico. Solo la conversione degli uomini, cioè il loro rispondere con tutti se stessi alla chiamata degli altri esseri, renderà giustizia agli uomini e al mondo. Anche il mondo non vuole essere trattato soltanto tecnicamente. Il segno che le conversioni avvengono o meno saranno i matrimoni e le famiglie la cui realtà non si riduce ad un andirivieni produttivo e consumistico.
Il matrimonio e la famiglia le cui fondamenta sono gettate nel Divino, non si sottomettono alle statistiche in base alle quali poi le scienze sociologiche cercano di costruire norme per la società. "Il peso di queste fedi d'oro", disse l'Orefice ai futuri sposi "non è il peso del metallo. Questo è il peso specifico dell'essere umano, di ognuno di voi e di voi due insieme." (Karol Wojtyla, La bottega dell'orefice). L'identità degli uomini e, quindi, la loro beatitudine, sono un dono dell'aldilà.
Grazie a questo peso specifico di ognuno degli sposi, la verità degli anelli nuziali e quella della famiglia non possono essere sottomesse né alla tirannia del più forte né ai voti e alla cosiddetta volontà della maggioranza che talvolta "democraticamente" sostituisce la tirannia stessa. L'amore significa la sovranità delle persone. Sovrano, dunque, è tutto ciò che ne nasce. Sovrana è la persona umana, sovrani, quindi, sono il matrimonio e la famiglia. Sovrano e inviolabile è il corpo dell'uomo nella misura in cui in esso si compie l'amore. Sovrana è anche la casa familiare nel senso materiale del termine, quando costituisce lo spazio per le presenze delle persone. Sovrana è la società, alla quale tali matrimoni e tali famiglie danno inizio. Senza il permesso non si può entrare, se posso dire così, nella persona, nel matrimonio, nella famiglia, nella nazione. Sarebbe un'aggressione.
Il matrimonio e la famiglia ridotti ad avvenimenti fortuiti che distolgono gli uomini dalla laboriosa presenza dell'uno all'altro, decompongono la società. La decompongono, perché essi stessi sono decomposti. Attraverso tali matrimoni e tali famiglie entra nella società il caos degli uomini che non sono padroni di sé. Nel caos, che è una conseguenza della convivenza forzata, tutto diventa casuale e ipotetico; la prassi diventa criterio dei propri effetti e di colui che li produce. Il categorico che emana dall'uomo nella misura in cui egli desidera di essere raggiunto dal Divino, nel caos viene perso di vista.
Nelle case ipoteticamente e caoticamente costruite tutti si sentono male. I figli vengono addirittura distrutti, perché non sapendo dall'inizio a chi rispondere (infatti non li chiama nessuno), non sanno dove andare. Cadono nella miseria. I figli privi della presenza del padre e della madre, non inseriti cioè nella laboriosa comunione della libertà ma in un accomodamento transitorio, abusivamente chiamato matrimonio e famiglia, i figli privi del cognome e del patronimico, se ne vanno raminghi per il mondo. In diversi modi cercano non tanto di dimenticare ciò che loro manca quanto piuttosto di convincersi che esso si trova alla portata delle loro mani.
Fuori della casa familiare, caduto nel caos personale e sociale, l'uomo non è che un senzatetto: vuol dire che, non sentendosi amato, non ama. Dimenticando la sua provenienza, perde la sovranità. Si presenta non con il cognome, ma con una prassi che lo trattiene nelle cose che gli sostituiscono la dignità manifestantesi proprio nel cognome. Il suo "sono!", non essendo più divino, è vuoto. Bisogna riempirlo con qualcosa che funzionerebbe come se fosse proprio il suo cognome. Si allontana sempre di più da sé, vive "in un paese lontano" dove cerca di "saziarsi con le carrube che mangiano i porci" (Luca 15, 13-16).
Simone de Beauvoir confessa che, essendosi trovata all'età di otto anni fuori casa, non poteva giustificare la propria esistenza, perché, avendo perso tutti i pinti di riferimento, non riusciva ad autodefinirsi. Non sapeva chi era in quanto non si sentiva amata. Preda delle cose e dei bisogni, ai quali riduceva l'amore e la libertà, si era persa nel soddisfarli. Divenne un oggetto degli oggetti, oggetto che vedeva soltanto gli oggetti.
Colui che si sente trattato come oggetto, allo stesso modo tratta gli altri. Sfruttato, sfrutta tutto e tutti incominciando dal proprio corpo e da quello degli altri. La tragedia di tanti matrimoni, di tante famiglie e della società consiste proprio nel fatto che sono le debolezze ad unire l'uomo alla donna, i figli ai genitori o i genitori ai figli. Usare o sfruttare l'altro fino al momento in cui egli non è più mangiabile e piacevole agli occhi, costituisce spesso l'unico legame su cui si basano tante amicizie, tanti matrimoni, tante famiglie... Tale matrimonio e tale famiglia, tale famiglia e tale società.
Questa tragedia deriva dalla confusione tra l'amare l'uomo e il desiderare di averlo, come se egli fosse un oggetto da usare e poi da buttare. Chi desidera così l'altro non desidera il suo essere ma il suo funzionare in questo o in quell'altro sistema.
Chi desidera così la moglie, il marito, i figli, non darà loro la propria vita perché la abbiano in abbondanza, anzi, per la propria comodità toglierà loro perfino quella che hanno.
L'uomo falsamente desiderato è esposto al pericolo di essere trattato tecnicamente dal concepimento fino alla morte, sia quando gli è dato il permesso di vivere, perché già o ancora funziona, sia quando gli viene impedito, perché ancora o già non funziona. L'Homunculus, quell'uomo prodotto in provetta secondo le prescrizioni alchimistiche dallo scienziato Wagner in "Faust" di Goethe, trattato cioè tecnicamente all'inizio dell'esistenza, corre il rischio di essere definitivamente chiamato piuttosto con un "ciò" che con un "tu".
Tra i "ciò" privi di nomi e di cognomi non c'è la comunione ma solo un conflitto in cui ognuno cerca di dominare l'altro per non essere dominato da lui. A chi non sa ancora o già difendersi dagli altri, minaccia la morte. La tragedia degli aborti e dell'eutanasia risulta dalla mancanza di comunione delle persone. L'aborto, l'eutanasia, ma anche la riproduzione in vitro, per esempio, risultando dalla mancanza del dialogo della chiamata e della risposta tra gli uomini e quindi della mancanza della libertà, sono una espressione del falso desiderio dell'altro uomo e della voglia di dominarlo.
Il desiderare falsamente la moglie, il marito, i figli, manifesta un falso desiderare di essere Dio. L'uomo che desidera Dio per servirsene come se Egli fosse un oggetto, lo costruisce ed è pronto anche ad ucciderlo per la propria comodità.
Non bisogna dimenticare che i sacramenti concernono direttamente l'essere dell'uomo e non le funzioni che egli può svolgere o meno. Di conseguenza, il matrimonio sacramentale consiste nel rivelare il proprio essere all'altro e nell'entrare nel suo essere rivelato. Il sacramento del matrimonio si compie nel desiderare sempre di più l'essere dell'altra persona, vale a dire nell'amarlo. Amare le funzioni di una persona invece del suo essere significa desiderarla male.
Qualsiasi tecnica applicata all'uomo, sia nel generarlo sia nell'educarlo, incide sulla sua identità, sicché egli si sente menomato.
Contro questa tragedia ci difendono i poeti e i mistici. I poeti la cui intuizione sfiora il principio e la fine dell'essere, vedono chiaramente la tragedia quotidiana dell'Homunculus. Tristram Shandy, il personaggio del romanzo di Laurence Sterne, "La vita e le opinioni di Tristram Shandy, gentiluomo", sentendosi un essere mancato, come se fosse "gioco di piccoli accidenti", e chiamandosi perciò Homunculus (é proprio da questo romanzo che Goethe ha preso il termine) trova la causa della sua sventura in un fatto raccontato dal padre nel suo diario . La madre di Tristram Handy aveva disturbato dall'esterno l'istante del suo concepimento, domandando incautamente al padre: "scusa caro, non hai dimenticato di caricare l'orologio?". Tutte le sventure di Tristram Shandy cominciarono nove mesi prima della sua nascita. Benché apparisse uguale agli altri era soltanto un Homunculus.

"Enigma é il puro scaturire.
Anche il canto può appena svelarlo;
Come cominci, tale resterai."
(F. H. Holderlin, Il Reno)

Se l'identità dell'uomo non proviene dall'amore in cui traspare l'Amore di Dio che ci ha amati e scelti prima della creazione del mondo, perché siamo santi e immacolati al suo cospetto (cfr. Ef. 1, 4), la sua vita rischia di svilupparsi come una storia raccontata da un idiota (Shakespeare). Così anche la storia di ogni matrimonio e di ogni famiglia.
Ogni storia raccontata in un modo divino costituisce una tradizione. In ciascuna di esse si compie la storia della Presenza di Dio agli uomini. Ed è essa che costituisce la Tradizione nel senso metafisico e profondo del termine. La società che ha perso la Memoria di questa Tradizione non può che essere solo una banda di nomadi e di partiti le cui tradizioni si riducono a lottare intorno al falò per il boccone migliore. La società perde la Memoria quando la perdono i matrimoni e le famiglie.
La famiglia, in quanto luogo della nascita e dell'educazione dell'uomo, per dirla con S. Agostino, "è in un certo senso il vivaio della città" - quoddam seminarium est civitatis. "La casa dell'uomo deve essere l'origine e la cellula della città" - hominis domus initium sive particula debet esse civitatis (De civitate Dei, 15, 16, 3; 19, 16). Nella famiglia si decide il destino dell'umanità e del mondo.
Oserei dire che la famiglia è il cittadino primordiale del mondo ed è proprio essa che conferisce una tale cittadinanza allo Stato. Aristotele disse che "la famiglia è anteriore e più necessaria dello Stato" . Non è lo Stato a legittimare la famiglia ma è la famiglia a legittimare lo Stato. La famiglia, allora, dovrebbe sorvegliarlo premurosamente, affinché esso non usurpi il diritto di decidere sulla verità dell'uomo, perché, se lo facesse, esso usurperebbe il diritto di decidere su Dio stesso. La giustizia dello Stato non vivificata e non corretta dalle presenze nelle quali abitano le persone, costruendo una "comunione", diventa una ingiustizia tanto più grande quanto più efficacemente essa stessa è calcolata dai partiti e dalle loro maggioranze.
Lo Stato in sé non è educatore, perché l'educazione avviene nell'intimità personale dell'uomo, nella quale solo una persona è in grado di entrare e di dimorare. L'educatore educa, rivelandosi a chi gli è stato affidato. I genitori non affidano i loro figli allo Stato, perché esso non ha nulla da rivelare agli uomini. Lo Stato è una pura esteriorità costruita da loro stessi.
Il maestro apre la propria casa al discepolo e lo introduce in essa. Lo Stato non ha la casa. I valori-doni, senza i quali l'uomo non può essere uomo, vengono trasmessi di generazione in generazione nell'intimità della comunione tra il maestro e il discepolo, benché gli Stati cambino. Platone, che l'aveva perfettamente compreso, scrisse che i vecchi in una famiglia sono una realtà più sacra delle statue degli dei. E' dalla loro sacra presenza, piena di tradizione, che sgorga il futuro della società.
Lo Stato che sfugge alla famiglia e aspira all'educazione dei cittadini, in quanto essi sono uomini, trasmette loro solo un saper funzionare in determinate situazioni. Alla fine li costringe a risolverle tutte mediante se stesso. Tale Stato è sempre un "paese lontano". Oggi lo chiamiamo "Stato totalitario". Lo diviene anche lo Stato democratico, quando con le votazioni cerca di decidere l'amore dell'uomo e, di conseguenza, quello che è Dio stesso.
L'uomo non apprende l'amore, la speranza, la fede, come apprende un mestiere. Egli li apprende quando un altro uomo lo "educe" dalla solitudine chiamandolo ad essere presente agli altri. E' in questa solitudine che il figlio privo della presenza dei genitori, il marito privo della presenza della moglie, e la moglie priva della presenza del marito, cercano il rifugio nel mondo immaginario. In esso, separati l'uno dall'altro, la madre cessa di essere madre, il padre padre e il figlio figlio, perché il figlio è figlio nella misura in cui si identifica con il padre e con la madre, e questi sono padre e madre nella misura in cui si identificano con il figlio, identificandosi prima l'uno con l'altro come sposi. I genitori che non sanno chi essi stessi siano tolgono al loro figlio la possibilità di ritrovare se stesso nell'esperienza della figliolanza. Egli, non esistendo nel dialogo con loro, non si sente responsabile, perché essi non lo chiamano a rispondere con tutto se stesso al loro amore. Ciascuno abbandona ciascuno o, meglio, cerca di dimenticare di essere stato abbandonato da tutti. Per mancanza della partecipazione all'essere e all'agire che si compie nel conoscere questo essere in quanto vero e nell'amarlo in quanto è buono, tutti cercano per conto proprio surrogati di verità e di bene. I genitori allora, se vogliono venire a capo dei problemi dei figli, devono prima venire a capo dei loro problemi.
La mancanza della libertà e della responsabilità nella società di oggi si manifesta nell'ampiezza e nella violenza delle campagne contro la paternità, contro la maternità e contro la figliolanza dell'uomo. Queste campagne dimostrano fino a che punto la società si è impantanata in una civilizzazione costruita dai fannulloni che non sono abbastanza liberi per poter essere presenti l'uno all'altro ed edificare la casa.
Le storie raccontate dagli idioti sono sempre facili e noiose. Esse si basano sulla mancanza dei principi dell'essere e dell'agire, cioè del conoscere e dell'amare. La tristezza pervade colui che non è, perché non conosce e non ama, e che per questo si sente mancato e indifeso. La sua volontà ne esce deformata e finisce nella disperazione. I monaci hanno chiamato questo stato dell'uomo l'acedia.
Nel ritorno ai principi c'è la guarigione della persona umana. E' proprio nella presenza dell'altro che l'uomo comincia a guarire. L'altro è il principio e il fine nei quali si rivela il Principio e il Fine dell'uomo. Perciò il matrimonio e la famiglia costituiscono il primo e l'ultimo bastione della libertà e della sovranità dell'uomo e della società. Se questo bastione cadesse, saremmo condannati a vivere in un grande campo di concentramento, ornato di banalità. Se qualcuno volesse distruggere la società, dovrebbe cominciare a farlo dal distruggere il matrimonio e la famiglia. Se volesse, invece, farla rinascere, dovrebbe curare quell'amore che dà inizio ad essi.
Speriamo però che i fannulloni non prevarranno. Perché? Perché essi avrebbero già prevalso, se Dio non continuasse ad amare l'uomo, inscrivendo, nell'atto della creazione, l'amore umano nell'Amore che Egli stesso è. "In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione dei nostri peccati" (Giov. 4, 10). C'è un solo Amore. Tutti gli altri non sono che una risposta alla Grazia, risposta che è anche una grazia.
La grazia, la raggiunge solo la speranza e la speranza è se stessa soltanto nella preghiera.