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LA FAMIGLIA TERRA DI
LIBERTA'
Conferenza tenuta
da Prof. S. Grygiel alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa,
il 3 ottobre 1994
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Giovanni Paolo II, parlando della famiglia
a Kinshasa, disse:
"L'argomento è meraviglioso, ma la realtà è
difficile".
Infatti la famiglia è un argomento meraviglioso ed una realtà
difficile, perché esige che l'uomo miri ogni giorno al gratuito
il cui ideale sconfina nel Divino. Voler essere uomo significa voler diventare
Dio. Per poter essere umano, bisogna allora essere sovrumano. E' proprio
per questo che la famiglia, essendo realtà difficile, è
argomento affascinante.
In quel mirare al divino gratuito si rivela e si realizza la nostra libertà
L'uomo è libero quando dimora nella propria casa che non si trova
nelle cose né negli "animali" (cfr. Gn 2, 20). Lo spazio
della sua casa comincia in un'altra persona nella misura in cui essa gli
indica e lo conduce a Dio. Solo dimorando insieme a Dio gli uomini fruiscono
della Verità del Suo Divino Amore che è la Libertà.
In questa libertà nascono le famiglie nel senso pieno e profondo
del termine, perché è in esse che la libertà si compie
nel continuo dare la propria vita non solo agli altri ma anche per gli
altri. Nelle società in cui manca la libertà propria delle
persone, anche se vi fossero le cosiddette libertà, mancheranno
le famiglie, perché vi mancherà questo dare la vita per
gli altri.
Colui che vive nella libertà che sta alla base della famiglia mira
al Divino. Ed è attraverso la famiglia che egli riceve dal Divino
la propria identità. La famiglia, mettendo in rilievo il carattere
divino dell'uomo, lo difende contro il meccanismo sociale che tende a
ridurlo in una delle sue funzioni.
L'amore è inscritto nella struttura dell'essere persona umana;
esso è il suo nome.
Il nome si rivolge al nome. L'amore provoca l'amore.
Esso non impone nulla a nessuno. L'amore soltanto ama. Colui che ama obbliga
l'amato soltanto ad amare, cioè a dare tutto, perfino la vita,
all'altro. E' qui che abbiamo a che fare con l'essenza della libertà,
senza la quale non c'è nessuna possibilità di comunione
delle persone. Abbiamo paura di essere liberi, perché il carattere
dialogale della libertà esige da noi di essere sempre più
grandi di noi stessi.
L'uomo colpito dall'amore, l'uomo, quindi, chiamato ad esserlo, si raccoglie
nel proprio essere e, rientrando in possesso di sé e diventando
padrone di sé (dominus sui), risponde all'amore adeguatamente,
cioè con tutto se stesso. In questo dialogo la cui essenza consiste
nell'offrire la propria vita all'altro, nasce l'autocoscienza dell'uomo.
Offrendo se stesso, egli è ancora più se stesso, perché
colui al quale egli si dona cerca di rispondergli anche con l'amore. La
loro presenza dell'uno all'altro, quella reciproca parusia (in greco par-ousia
significa essere presente per qualcuno), costituisce lo spazio in cui
l'uomo si rivela a tutti, incluso se stesso. Tutte le parole e tutti gli
atti che l'uomo compie, se non riempiti da questa presenza, sono vuoti;
non fanno ciò che dicono e non dicono ciò che fanno.
Non rivelano l'uomo, perché sono una menzogna. I discepoli di Emmaus,
scrive S. Luca, (24, 35), "Lo avevano riconosciuto nello spezzare
il pane". Pensiamo alle cene, ai pranzi nelle famiglie, nei quali
l'uno è presente all'altro, e a quelli nei quali manca tale presenza.
La menzogna è sempre una trappola che l'uno tende all'altro. L'Eucaristia
è una realtà propria della famiglia.
Le persone, rivelandosi l'una alle altre, creano lo spazio in cui dimorare.
L'una abita nella presenza dell'altra e, abitandovi, le offre la propria
presenza da abitare. In altri termini l'uomo, abitando nella parusia dell'altro,
partecipa al suo essere e all'agire che ne deriva, cioè al suo
conoscere la verità e al suo fare il bene. Conoscendo insieme la
verità e facendo il bene, dimorano nella stessa casa.
La casa è il luogo in cui l'uomo si sente bene, perché vi
è nato dall'amore e non per caso. Il suo sentirsi da sé,
oppure sentirsi amato, si esprime nel cognome che egli aggiunge al verbo
"sono!". L'uomo si presenta, indicando con l'aiuto del cognome
la casa familiare: vuol dire l'amore dal quale proviene. E' come se dicesse:
guardate, sono amato! Ecco l'amore in cui dimoro e che costituisce la
mia dignità! In alcune lingue slave, il cognome oppure il patronimico,
con il quale l'uomo si identifica, rivela la figliolanza e la sua origine
che è il padre. In un certo senso chi vede il figlio vede anche
il padre, perché è nell'amore del padre che il figlio dimora.
Questa è la salvezza e la beatitudine dell'uomo.
L'uomo allora, cercando di essere beato, esce da sé alla ricerca
dell'altro, perché solo con l'aiuto di un'altra persona riuscirà
a edificare la casa della beatitudine.
Il libro della Genesi è insuperabile nel descrivere questo camminare
ed edificare la casa dagli uomini. "Adamo" cerca l'aiuto in
primo luogo nelle cose e negli animali, ma, pur avendo dato dei nomi ad
essi, si rende conto che invece di essere aiutato perde la libertà,
perché si riduce ad una realtà che non lo conduce verso
ciò di cui egli è desiderio.
Identificandosi con le cose e con gli animali, diventa una loro ridicola
imitazione. Cercando in essi l'"aiuto" per sé, senza
poter mai raggiungere il livello della loro vita, commette una menzogna
che occulta la verità del suo essere e soffoca la sua libertà.
L'uomo trova, invece, l'aiuto nella persona di "Eva", che, rivelandogli
il proprio essere teso all'infinito, l'essere cioè che mira al
Divino gratuito, gli rivela la verità del suo desiderio di essere
di più e il suo destino. Nella diversità di "Eva"
gli si delinea la verità futura del suo proprio essere e nella
comunione con lei gli viene data la caparra del suo compimento. Affascinato
ed entusiasmato a mettersi in questo cammino, "Adamo" grida:
"Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie
ossa / ... / è stata tolta da me". (Cfr. Gen 2, 23).
Affascinati dalla libertà che emerge come un dono dal loro desiderio
di essere divini, essi entrano nel sacro delle loro identità. L'uno
dimora nel cognome dell'altro, cognome che indica la casa familiare che
è Dio stesso. Guardando l'un l'altro faccia a faccia, muoiono ciascuno
a sé per rinascere nel "noi" come "io" e "tu"
propri delle persone. Rinascono, quindi, arricchiti l'uno dell'altro.
Questo loro guardare l'un l'altro faccia a faccia, il loro morire e rinascere
ci permette di intravedere ciò che succederà quando, guardando
Dio faccia a faccia, moriremo per risorgere.
La grandezza della libertà che si realizza e si rivela in questo
reciproco aiutare l'un l'altro dipende dalla risposta alla domanda: fino
a che punto l'uno è disposto a morire per l'altro? La morte di
chi dà la vita per l'altro è tale presenza che colui che
vi entra e vi dimora si sente salvato. In altri termini, colui per il
quale l'altro dà la vita, ha la casa. La salvezza dell'uomo, allora,
si trova nella morte che è assolutamente puro dono. Morire così
però, lo può soltanto colui che, come ha detto Cl. S. Levis,
serve nel nostro battaglione come un volontario. Le nostre morti non sono
abbastanza pure per poter essere le case della salvezza. Per questo ho
detto che i matrimoni e le famiglie costituiscono l'inizio dell'edificazione
della casa.
Nella comunione, le persone, fruendo l'una dell'altra e aiutando l'una
l'altra, comprendono se stesse. I loro corpi, in modo particolare quando
le persone sono unite nel matrimonio, rendono visibile il Mistero dell'Amore
e della Libertà di Dio. E' chiaro che non possono farlo quando
l'uno per l'altro rappresenta soltanto un oggetto di un fare che imita
l'amore e la libertà. Nella dimora matrimoniale, nella presenza
cioè della moglie al marito e in quella del marito alla moglie
tutte e due orientate verso l'Amore che è Dio, non finisce, ma
inizia l'edificazione della casa. La comunione matrimoniale, quindi, non
appaga il loro desiderio di essere beati, desiderio insaziabile fino alla
morte. Permette però di intravedere la beatitudine.
Nella casa edificata della presenza del marito alla moglie e di quella
della moglie al marito abiteranno anche gli altri, in un certo senso vi
abiterà tutta la società. Nella misura in cui la società
vi abita, ciascuno, come avrebbe detto Platone, "in chiunque s'incontri,
/ ... / riterrà d'incontrarsi o in un fratello o in una sorella
o nel padre o nella madre o in un figlio o in una figlia o in qualche
discendente o ascendente di questi".
L'uguaglianza, la fratellanza e la libertà, parole che l'Illuminismo
ha svuotato di contenuto, nascono in tali case e poi formano la società.
Solo in tali case gli uomini portano lo stesso cognome che indica la loro
provenienza divina. Essa li rende tutti primi. Nessuno vi è secondo.
L'uomo, unendosi alla persona amata, la genera ed è generato da
essa; insieme danno inizio ad un mondo nuovo, mondo comunionale. Il marito,
generando la moglie, e la moglie, generando il marito, creano lo spazio
per l'atto creatore di Dio il cui Amore, quasi provocato da quello di
loro e approfittandone, chiama una nuova persona ad essere amore. Il loro
figlio è di Dio piuttosto che loro. L'identità, quindi,
della sua persona, non dipende dalla società.
La comunione delle persone, soprattutto quella che è il matrimonio
e la famiglia, costituisce sempre la provocazione all'amore. L'amore è
un lavoro difficile. Perciò di fronte al matrimonio e alle famiglie
si sveglia negli uomini o l'amore o l'odio. Ogni amore è un segno
di contraddizione.
Il matrimonio e la famiglia tendono alla Famiglia Trinitaria il cui Amore
trabocca dalle rive del Divino, creandogli esseri capaci di riceverlo.
Fermandosi da qualche parte "troppo umana", il marito, la moglie
ed anche il figlio si rivolgono l'uno all'altro non per nome, che esprime
l'essere e l'amore ma per quello che parla delle funzioni alle quali l'uno
sottomette l'altro. Trattenuti così, gli uomini non sono più
una pro-vocazione, e una chiamata all'amore e al lavoro. Ognuno di loro,
ridotto ad una funzione, impone all'altro la funzione che attualmente
gli serve. La funzione non chiama e non obbliga nessuno. Essa costringe
tutti a fare certe cose finché essi sono in grado di farle. Chi
ancora o già non funziona così viene automaticamente eliminato
dal gioco.
Colui che sfugge alla pro-vocazione all'amore fugge dalla libertà.
Non accetta di essere chiamato dall'altro ed egli stesso non chiama nessuno.
Accetta, invece, di essere trattato come una mela buona da mangiare, piacevole
agli occhi e utile per acquistare il saper fare di essa qualcosa d'altro
attualmente bramato. Lo accetta perché egli stesso vuole trattare
così gli altri.
L'uomo non libero, l'uomo dipendente da questa o da quell'altra cosa,
diventa sempre più pigro, anche se producesse tante cose utili
o addirittura indispensabili per la sopravvivenza. Anzi, gli schiavi sono
indaffarati per paura di dover lavorare. Infatti, l'essenza del lavoro,
quell'entrare nel sacro dell'altro uomo, essi non la conoscono.
Il non amare l'altro fino a dargli la propria vita, finisce nell'ateismo
perché non mira al gratuito Divino. L'ateismo umilia l'uomo più
di quanto lo abbia fatto il paganesimo. Quest'ultimo, infatti, ammettendo
che l'uomo ha anche altri legami oltre a quelli con il mondo che passa,
non lo riduce ad una mela buona da mangiare, piacevole agli occhi e utile
per poter acquistare il saper fare altre cose altrettanto piacevoli ed
utili.(cfr. Gen. 3, 6).
Abitare fedelmente nella presenza fedele dell'altro fa sì che l'uomo
si difenda contro il tempo che passa e divora tutto ciò che si
sottomette ad esso; nella casa familiare l'uomo rimane se stesso. La presenza
fedele dell'altro aiuta l'uomo a non identificarsi con il tempo e, quindi,
a salvarsi, permettendogli di intravedere la Presenza del Divino che non
passa. Essa, essendo dalla natura la Presenza per sempre, esige dall'uomo
la fedeltà nell'essere presente agli altri uomini. E' proprio con
l'"aiuto" degli altri che l'uomo affonda le radici nell'Infinità
di Dio. La fedeltà propria del matrimonio, raggiungendo l'eternità
e gettando in essa le fondamenta per la casa familiare che resiste al
tempo e alle sue insidie, riflette forse nel modo più adeguato
possibile, la fedeltà con la quale Dio contrae il matrimonio con
l'uomo.
Nella casa edificata delle presenze fedeli l'uomo si sente "da sé".
Egli comincia a sentirsi "da sé" nell'amore dei genitori.
Il loro amore, rivelando da dove egli stesso proviene, rivela al figlio
il suo destino. Nella presenza reciproca dei genitori dell'uno all'altro
traluce al figlio la Presenza di Dio. Andando incontro ad essa con l'"aiuto"
dell'amore dei genitori, il figlio trascende la famiglia stessa, cominciando
proprio in essa ad essere presente agli altri uomini. La famiglia che
trattiene il figlio e non lo "aiuta" a mirare al Divino gratuito
attraverso gli altri non è famiglia e il matrimonio che le ha dato
inizio non è matrimonio, ma solo giustapposizione di individui
che non sono ma solo fanno qualcosa insieme. La loro convivenza, perfino
quella sessuale, è una convivenza forzata.
Da come uno intende la propria casa dipende anche il suo rapporto con
il mondo. Le parole "moltiplicatevi e soggiogate la terra, dominate
sugli esseri viventi che strisciano sulla terra!" (cfr. Gen. 1, 28),
sono state dette non a "Adamo" o a "Eva" ma alla comunione
delle loro persone. Come, allora, l'uomo intende la parola "moltiplicatevi",
intende anche la parola "soggiogate la terra". Come egli intende
l'amore, intende tutto, incluso se stesso. Per chi l'altro uomo è
da sfruttare e poi da buttare via, a fortiori lo sarà il mondo
intero. Il fare in cui l'uomo non è presente all'altro uomo fino
a dare la vita per lui, e che per questo è solo una realizzazione
del desiderio sfrenato di possedere il mondo e l'uomo stesso, non "educe"
nessuno da "un paese lontano" e non introduce nessuno nella
casa familiare. Tale fare distrugge non solo l'uomo ma anche il mondo
che "attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio /../
per entrare nella libertà della /loro/ gloria" (Rom: 8, 19-21).
La discendenza e i frutti della terra sono stati dati come una promessa
alla nostra speranza. Perciò né la terra né la discendenza
non costituiscono l'oggetto del nostro puro fare tecnico, ma esigono l'azione
propria della nostra libertà che si esprime proprio nella speranza,
nell'amore e nella fede.
Di conseguenza, i disastri ecologici provocati dal fare tecnico non possono
essere risolti con un altro fare altrettanto tecnico. Solo la conversione
degli uomini, cioè il loro rispondere con tutti se stessi alla
chiamata degli altri esseri, renderà giustizia agli uomini e al
mondo. Anche il mondo non vuole essere trattato soltanto tecnicamente.
Il segno che le conversioni avvengono o meno saranno i matrimoni e le
famiglie la cui realtà non si riduce ad un andirivieni produttivo
e consumistico.
Il matrimonio e la famiglia le cui fondamenta sono gettate nel Divino,
non si sottomettono alle statistiche in base alle quali poi le scienze
sociologiche cercano di costruire norme per la società. "Il
peso di queste fedi d'oro", disse l'Orefice ai futuri sposi "non
è il peso del metallo. Questo è il peso specifico dell'essere
umano, di ognuno di voi e di voi due insieme." (Karol Wojtyla, La
bottega dell'orefice). L'identità degli uomini e, quindi, la loro
beatitudine, sono un dono dell'aldilà.
Grazie a questo peso specifico di ognuno degli sposi, la verità
degli anelli nuziali e quella della famiglia non possono essere sottomesse
né alla tirannia del più forte né ai voti e alla
cosiddetta volontà della maggioranza che talvolta "democraticamente"
sostituisce la tirannia stessa. L'amore significa la sovranità
delle persone. Sovrano, dunque, è tutto ciò che ne nasce.
Sovrana è la persona umana, sovrani, quindi, sono il matrimonio
e la famiglia. Sovrano e inviolabile è il corpo dell'uomo nella
misura in cui in esso si compie l'amore. Sovrana è anche la casa
familiare nel senso materiale del termine, quando costituisce lo spazio
per le presenze delle persone. Sovrana è la società, alla
quale tali matrimoni e tali famiglie danno inizio. Senza il permesso non
si può entrare, se posso dire così, nella persona, nel matrimonio,
nella famiglia, nella nazione. Sarebbe un'aggressione.
Il matrimonio e la famiglia ridotti ad avvenimenti fortuiti che distolgono
gli uomini dalla laboriosa presenza dell'uno all'altro, decompongono la
società. La decompongono, perché essi stessi sono decomposti.
Attraverso tali matrimoni e tali famiglie entra nella società il
caos degli uomini che non sono padroni di sé. Nel caos, che è
una conseguenza della convivenza forzata, tutto diventa casuale e ipotetico;
la prassi diventa criterio dei propri effetti e di colui che li produce.
Il categorico che emana dall'uomo nella misura in cui egli desidera di
essere raggiunto dal Divino, nel caos viene perso di vista.
Nelle case ipoteticamente e caoticamente costruite tutti si sentono male.
I figli vengono addirittura distrutti, perché non sapendo dall'inizio
a chi rispondere (infatti non li chiama nessuno), non sanno dove andare.
Cadono nella miseria. I figli privi della presenza del padre e della madre,
non inseriti cioè nella laboriosa comunione della libertà
ma in un accomodamento transitorio, abusivamente chiamato matrimonio e
famiglia, i figli privi del cognome e del patronimico, se ne vanno raminghi
per il mondo. In diversi modi cercano non tanto di dimenticare ciò
che loro manca quanto piuttosto di convincersi che esso si trova alla
portata delle loro mani.
Fuori della casa familiare, caduto nel caos personale e sociale, l'uomo
non è che un senzatetto: vuol dire che, non sentendosi amato, non
ama. Dimenticando la sua provenienza, perde la sovranità. Si presenta
non con il cognome, ma con una prassi che lo trattiene nelle cose che
gli sostituiscono la dignità manifestantesi proprio nel cognome.
Il suo "sono!", non essendo più divino, è vuoto.
Bisogna riempirlo con qualcosa che funzionerebbe come se fosse proprio
il suo cognome. Si allontana sempre di più da sé, vive "in
un paese lontano" dove cerca di "saziarsi con le carrube che
mangiano i porci" (Luca 15, 13-16).
Simone de Beauvoir confessa che, essendosi trovata all'età di otto
anni fuori casa, non poteva giustificare la propria esistenza, perché,
avendo perso tutti i pinti di riferimento, non riusciva ad autodefinirsi.
Non sapeva chi era in quanto non si sentiva amata. Preda delle cose e
dei bisogni, ai quali riduceva l'amore e la libertà, si era persa
nel soddisfarli. Divenne un oggetto degli oggetti, oggetto che vedeva
soltanto gli oggetti.
Colui che si sente trattato come oggetto, allo stesso modo tratta gli
altri. Sfruttato, sfrutta tutto e tutti incominciando dal proprio corpo
e da quello degli altri. La tragedia di tanti matrimoni, di tante famiglie
e della società consiste proprio nel fatto che sono le debolezze
ad unire l'uomo alla donna, i figli ai genitori o i genitori ai figli.
Usare o sfruttare l'altro fino al momento in cui egli non è più
mangiabile e piacevole agli occhi, costituisce spesso l'unico legame su
cui si basano tante amicizie, tanti matrimoni, tante famiglie... Tale
matrimonio e tale famiglia, tale famiglia e tale società.
Questa tragedia deriva dalla confusione tra l'amare l'uomo e il desiderare
di averlo, come se egli fosse un oggetto da usare e poi da buttare. Chi
desidera così l'altro non desidera il suo essere ma il suo funzionare
in questo o in quell'altro sistema.
Chi desidera così la moglie, il marito, i figli, non darà
loro la propria vita perché la abbiano in abbondanza, anzi, per
la propria comodità toglierà loro perfino quella che hanno.
L'uomo falsamente desiderato è esposto al pericolo di essere trattato
tecnicamente dal concepimento fino alla morte, sia quando gli è
dato il permesso di vivere, perché già o ancora funziona,
sia quando gli viene impedito, perché ancora o già non funziona.
L'Homunculus, quell'uomo prodotto in provetta secondo le prescrizioni
alchimistiche dallo scienziato Wagner in "Faust" di Goethe,
trattato cioè tecnicamente all'inizio dell'esistenza, corre il
rischio di essere definitivamente chiamato piuttosto con un "ciò"
che con un "tu".
Tra i "ciò" privi di nomi e di cognomi non c'è
la comunione ma solo un conflitto in cui ognuno cerca di dominare l'altro
per non essere dominato da lui. A chi non sa ancora o già difendersi
dagli altri, minaccia la morte. La tragedia degli aborti e dell'eutanasia
risulta dalla mancanza di comunione delle persone. L'aborto, l'eutanasia,
ma anche la riproduzione in vitro, per esempio, risultando dalla mancanza
del dialogo della chiamata e della risposta tra gli uomini e quindi della
mancanza della libertà, sono una espressione del falso desiderio
dell'altro uomo e della voglia di dominarlo.
Il desiderare falsamente la moglie, il marito, i figli, manifesta un falso
desiderare di essere Dio. L'uomo che desidera Dio per servirsene come
se Egli fosse un oggetto, lo costruisce ed è pronto anche ad ucciderlo
per la propria comodità.
Non bisogna dimenticare che i sacramenti concernono direttamente l'essere
dell'uomo e non le funzioni che egli può svolgere o meno. Di conseguenza,
il matrimonio sacramentale consiste nel rivelare il proprio essere all'altro
e nell'entrare nel suo essere rivelato. Il sacramento del matrimonio si
compie nel desiderare sempre di più l'essere dell'altra persona,
vale a dire nell'amarlo. Amare le funzioni di una persona invece del suo
essere significa desiderarla male.
Qualsiasi tecnica applicata all'uomo, sia nel generarlo sia nell'educarlo,
incide sulla sua identità, sicché egli si sente menomato.
Contro questa tragedia ci difendono i poeti e i mistici. I poeti la cui
intuizione sfiora il principio e la fine dell'essere, vedono chiaramente
la tragedia quotidiana dell'Homunculus. Tristram Shandy, il personaggio
del romanzo di Laurence Sterne, "La vita e le opinioni di Tristram
Shandy, gentiluomo", sentendosi un essere mancato, come se fosse
"gioco di piccoli accidenti", e chiamandosi perciò Homunculus
(é proprio da questo romanzo che Goethe ha preso il termine) trova
la causa della sua sventura in un fatto raccontato dal padre nel suo diario
. La madre di Tristram Handy aveva disturbato dall'esterno l'istante del
suo concepimento, domandando incautamente al padre: "scusa caro,
non hai dimenticato di caricare l'orologio?". Tutte le sventure di
Tristram Shandy cominciarono nove mesi prima della sua nascita. Benché
apparisse uguale agli altri era soltanto un Homunculus.
"Enigma é il puro scaturire.
Anche il canto può appena svelarlo;
Come cominci, tale resterai."
(F. H. Holderlin, Il Reno)
Se l'identità dell'uomo non proviene
dall'amore in cui traspare l'Amore di Dio che ci ha amati e scelti prima
della creazione del mondo, perché siamo santi e immacolati al suo
cospetto (cfr. Ef. 1, 4), la sua vita rischia di svilupparsi come una
storia raccontata da un idiota (Shakespeare). Così anche la storia
di ogni matrimonio e di ogni famiglia.
Ogni storia raccontata in un modo divino costituisce una tradizione. In
ciascuna di esse si compie la storia della Presenza di Dio agli uomini.
Ed è essa che costituisce la Tradizione nel senso metafisico e
profondo del termine. La società che ha perso la Memoria di questa
Tradizione non può che essere solo una banda di nomadi e di partiti
le cui tradizioni si riducono a lottare intorno al falò per il
boccone migliore. La società perde la Memoria quando la perdono
i matrimoni e le famiglie.
La famiglia, in quanto luogo della nascita e dell'educazione dell'uomo,
per dirla con S. Agostino, "è in un certo senso il vivaio
della città" - quoddam seminarium est civitatis. "La
casa dell'uomo deve essere l'origine e la cellula della città"
- hominis domus initium sive particula debet esse civitatis (De civitate
Dei, 15, 16, 3; 19, 16). Nella famiglia si decide il destino dell'umanità
e del mondo.
Oserei dire che la famiglia è il cittadino primordiale del mondo
ed è proprio essa che conferisce una tale cittadinanza allo Stato.
Aristotele disse che "la famiglia è anteriore e più
necessaria dello Stato" . Non è lo Stato a legittimare la
famiglia ma è la famiglia a legittimare lo Stato. La famiglia,
allora, dovrebbe sorvegliarlo premurosamente, affinché esso non
usurpi il diritto di decidere sulla verità dell'uomo, perché,
se lo facesse, esso usurperebbe il diritto di decidere su Dio stesso.
La giustizia dello Stato non vivificata e non corretta dalle presenze
nelle quali abitano le persone, costruendo una "comunione",
diventa una ingiustizia tanto più grande quanto più efficacemente
essa stessa è calcolata dai partiti e dalle loro maggioranze.
Lo Stato in sé non è educatore, perché l'educazione
avviene nell'intimità personale dell'uomo, nella quale solo una
persona è in grado di entrare e di dimorare. L'educatore educa,
rivelandosi a chi gli è stato affidato. I genitori non affidano
i loro figli allo Stato, perché esso non ha nulla da rivelare agli
uomini. Lo Stato è una pura esteriorità costruita da loro
stessi.
Il maestro apre la propria casa al discepolo e lo introduce in essa. Lo
Stato non ha la casa. I valori-doni, senza i quali l'uomo non può
essere uomo, vengono trasmessi di generazione in generazione nell'intimità
della comunione tra il maestro e il discepolo, benché gli Stati
cambino. Platone, che l'aveva perfettamente compreso, scrisse che i vecchi
in una famiglia sono una realtà più sacra delle statue degli
dei. E' dalla loro sacra presenza, piena di tradizione, che sgorga il
futuro della società.
Lo Stato che sfugge alla famiglia e aspira all'educazione dei cittadini,
in quanto essi sono uomini, trasmette loro solo un saper funzionare in
determinate situazioni. Alla fine li costringe a risolverle tutte mediante
se stesso. Tale Stato è sempre un "paese lontano". Oggi
lo chiamiamo "Stato totalitario". Lo diviene anche lo Stato
democratico, quando con le votazioni cerca di decidere l'amore dell'uomo
e, di conseguenza, quello che è Dio stesso.
L'uomo non apprende l'amore, la speranza, la fede, come apprende un mestiere.
Egli li apprende quando un altro uomo lo "educe" dalla solitudine
chiamandolo ad essere presente agli altri. E' in questa solitudine che
il figlio privo della presenza dei genitori, il marito privo della presenza
della moglie, e la moglie priva della presenza del marito, cercano il
rifugio nel mondo immaginario. In esso, separati l'uno dall'altro, la
madre cessa di essere madre, il padre padre e il figlio figlio, perché
il figlio è figlio nella misura in cui si identifica con il padre
e con la madre, e questi sono padre e madre nella misura in cui si identificano
con il figlio, identificandosi prima l'uno con l'altro come sposi. I genitori
che non sanno chi essi stessi siano tolgono al loro figlio la possibilità
di ritrovare se stesso nell'esperienza della figliolanza. Egli, non esistendo
nel dialogo con loro, non si sente responsabile, perché essi non
lo chiamano a rispondere con tutto se stesso al loro amore. Ciascuno abbandona
ciascuno o, meglio, cerca di dimenticare di essere stato abbandonato da
tutti. Per mancanza della partecipazione all'essere e all'agire che si
compie nel conoscere questo essere in quanto vero e nell'amarlo in quanto
è buono, tutti cercano per conto proprio surrogati di verità
e di bene. I genitori allora, se vogliono venire a capo dei problemi dei
figli, devono prima venire a capo dei loro problemi.
La mancanza della libertà e della responsabilità nella società
di oggi si manifesta nell'ampiezza e nella violenza delle campagne contro
la paternità, contro la maternità e contro la figliolanza
dell'uomo. Queste campagne dimostrano fino a che punto la società
si è impantanata in una civilizzazione costruita dai fannulloni
che non sono abbastanza liberi per poter essere presenti l'uno all'altro
ed edificare la casa.
Le storie raccontate dagli idioti sono sempre facili e noiose. Esse si
basano sulla mancanza dei principi dell'essere e dell'agire, cioè
del conoscere e dell'amare. La tristezza pervade colui che non è,
perché non conosce e non ama, e che per questo si sente mancato
e indifeso. La sua volontà ne esce deformata e finisce nella disperazione.
I monaci hanno chiamato questo stato dell'uomo l'acedia.
Nel ritorno ai principi c'è la guarigione della persona umana.
E' proprio nella presenza dell'altro che l'uomo comincia a guarire. L'altro
è il principio e il fine nei quali si rivela il Principio e il
Fine dell'uomo. Perciò il matrimonio e la famiglia costituiscono
il primo e l'ultimo bastione della libertà e della sovranità
dell'uomo e della società. Se questo bastione cadesse, saremmo
condannati a vivere in un grande campo di concentramento, ornato di banalità.
Se qualcuno volesse distruggere la società, dovrebbe cominciare
a farlo dal distruggere il matrimonio e la famiglia. Se volesse, invece,
farla rinascere, dovrebbe curare quell'amore che dà inizio ad essi.
Speriamo però che i fannulloni non prevarranno. Perché?
Perché essi avrebbero già prevalso, se Dio non continuasse
ad amare l'uomo, inscrivendo, nell'atto della creazione, l'amore umano
nell'Amore che Egli stesso è. "In questo sta l'amore: non
siamo stati noi ad amare Dio, ma è Lui che ha amato noi e ha mandato
il suo Figlio come vittima di espiazione dei nostri peccati" (Giov.
4, 10). C'è un solo Amore. Tutti gli altri non sono che una risposta
alla Grazia, risposta che è anche una grazia.
La grazia, la raggiunge solo la speranza e la speranza è se stessa
soltanto nella preghiera.
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