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EST - OVEST
Conferenza tenuta
da dott. P. Ostellino alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa,
il 4 marzo 1985
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Definire il senso delle parole è
necessario prima di iniziare, come è proprio della cultura politica
liberal - democratica occidentale mentre la procedura che seguirò
non è quella filosofica ma quella empirica.
Quest'anno è ricorso il 40 anniversario di Yalta, e di ciò
si è parlato a sufficienza in tutti i luoghi. In realtà
a Yalta non si è verificata alcuna divisione dell'Europa. La dichiarazione
sottoscritta da Roosvelt, Churchill e Stalin parla di "autodeterminazione
dei popoli", cioè i popoli dell'Europa orientale avrebbero
dovuto potersi scegliere i governi autonomamente attraverso libere elezioni.
Roosvelt era contrario ad una divisione dell'Europa attraverso sfere di
influenze, perchè era convinto che la divisione del mondo avrebbe
mortificato la capacità di autodeterminazione dei popoli. Stalin
invece era favorevole alle sfere di influenze, e ciò che Roosvelt
non capì, ma capì invece Churchill, era che agli occhi dell'Unione
Sovietica c'era una contraddizione insanabile tra libere elezioni e propria
sicurezza. Stalin poco dopo avrebbe detto che un governo eletto liberamente
nei paesi dell'Est europeo sarebbe stato un governo antisovietico, cosa
che i sovietici non avrebbero potuto accettare. In sostanza fu la natura
del sistema politico comunista a mortificare l'indipendenza di quei paesi.
Non fu una divisione.
Accettare la tesi staliniana significa legittimare il dominio dell'Unione
Sovietica sui paesi dell'Europa orientale.La divisione della Europa non
è interpretabile unicamente in termini di politica di potenza.
Nel piano Marshall c'era sicuramente un calcolo di potenza, nel senso
che aiutando i paesi occidentali gli USA poi potevano contare sulla loro
amicizia. Ma anche nel rifiuto sovietico di accettare il piano Marshall
e di impedire ai paesi satelliti di accettarla vi era un calcolo di potenza.
Ma è evidente che i due calcoli di potenza non sono uguali tra
loro, non si possono porre sullo stesso piano.Gli USA hanno consentito
a noi di restare un popolo libero, mentre l'URSS tiene ancora i propri
paesi sotto il suo dominio.
Un altro concetto è quello di legittimità dei paesi del
socialismo reale. Bisogna chiarire. Se noi consideriamo la legittimità
come è definita dal positivismo giuridico, e cioè che tutto
ciò che fa uno stato è legittimo, a condizione che obbedisca
all'ordinamento giuridico che si è dato, allora i paesi comunisti
sono paesi legittimi. Ma se per legittimità si intende la garanzia
del libero sviluppo della personalità dell'uomo, allora è
difficile dire che questi paesi siano legittimi. Occorre stabilire di
quale natura è l'ordinamento giuridico.
Altro punto. Nella conferenza di Helsinki, di cui quest'anno ricorre il
decimo anniversario, al comunicato finale si legge dei diritti civili,
della libertà di stampa ecc. Ciò non avviene come sappiamo
tutti nei paesi dell'Est europeo, perchè nel comunicato finale
ad ogni parola corrispondono diversi significati. Ciascuno si è
scelto un proprio significato.
Ciò ci fa capire quanto sia mistificante interpretare la realtà
che ci circonda senza aver prima definito che cosa si intende dire con
le parole che si usano e senza aver definito una procedura.
Viviamo un periodo di tensioni internazionali. Ma la distensione era stata
un passaggio da una inconciliabilità di carattere ideologico e
politico ad un compromesso politico attraverso l'accettazione di regole
del gioco già stabilite. Era stata la stabilizzazione delle due
zone di influenze, e soprattutto il passaggio dell'Europa da sistema principale,
dove avveniva tutto ciò che avveniva nel mondo, a sistema subordinato,
in cui l'Europa è solo un granello di un mondo più grande.
La crisi della distensione è stata invece l'impossibilità
di trovare delle regole del gioco anche in aree di forte instabilità.
I tentativi operati da Nixon e Kissinger di trovare delle regole fuori
dall'Europa che stabilizzassero le relazioni tra URSS e USA non erano
riusciti. Oggi l'Occidente sostiene che l'URSS non rispetta le regole
del gioco in paesi del terzo mondo ma in realtà rivendica regole
del gioco che non sono mai state individuate e definite. Per l'URSS il
concetto di stabilità non è un concetto universale, e del
resto loro hanno tutto l'interesse che sia così quando si intromettono
in paesi, come quelli del terzo mondo, in cui non regna certo la stabilità.
Da ciò si può dedurre la teoria che, come dicono i cinesi,
è tipica dei sovietici: non esistono limiti all'espansionismo sovietico
se non dove questi sono percepiti dalla stessa Unione Sovietica come limiti
alla propria forza militare. Ciò per la ragione molto semplice
che l'URSS è solo una grande potenza militare. Non è una
potenza politica con cui si possa dialogare. Il vero problema di contenimento
dell'URSS non è la dimensione della forza militare, ma l'uso che
essa ne fa. Essa può usare la forza militare anche solo per esercitare
una forza politica, una pressione. La Russia di oggi è molto diversa,
almeno su questo profilo, da quella di Krusciov, che cercò di darsi
degli strumenti di influenza sul mondo molto più flessibili di
quanto non siano i soli strumenti militari. Egli voleva superare l'Occidente
anche sul piano economico, per dimostrare che il comunismo era in grado
di operare nel mondo con sistemi di intervento diversi dai soli sistemi
di carattere militare. Fallita questa sfida economica la Russia oggi è
incapace di distinguere tra sicurezza nazionale e influenza politica.
Il sistema sovietico non si diffonde più nel mondo per imitazione,
come sperava la rivoluzione, ma per invasione.
Si diventa un paese comunista perchè arrivano i carri armati sovietici.
Così mentre l'Occidente libero va nel terzo mondo con la forza
delle sue multinazionali, deprecabili fin che si vuole, ma che arrivano
con navi o aerei, l'URSS ci arriva con i carri armati. Nell'URSS è
cambiato il concetto di sicurezza. Dalla cosiddetta Rivoluzione d'ottobre,
che in realtà fu un golpe di alcuni professionisti della rivoluzione
che si impadronirono del potere nel momento in cui il parlamento russo
stava per darsi una costituzione, ad oggi, è passato dal mantenimento
del potere puro e semplice al concetto di integrità nazionale,
di Stalin, poi al concetto di cintura dei paesi satelliti fino al concetto
di estensione del potere con l'egemonismo, il cui esempio è l'invasione
dell'Afganistan. A questo punto l'impero è tale che genera insicurezza.
Internamente l'URSS è insicura, perchè convinta che tenere
sotto il dispotismo milioni di persone può generare disagio a lungo
andare.
Il mondo occidentale come reagisce a queste posizioni? Secondo Kissinger
gli europei sono ossessionati dall'idea di negoziare con l'URSS, ma nessuno
dice su che cosa si dovrebbe negoziare. Gli USA non sono più disposti
a sacrificare il proprio territorio per la sicurezza degli europei. Questi
sono tentati di lasciare agli USA il monopolio di difenderli e di dialogare
con l'URSS. C'è un disavanzo nella bilancia commerciale tra Italia
e URSS di 4.000 miliardi, e sono troppi. Il nostro paese si è distinto
nel passato e meno oggi, per avere una politica commerciale con l'URSS
caratterizzata dalla concessione di crediti agevolati a tassi che di solito
si concedono ai paesi del Terzo mondo. Tutto ciò per vendere all'URSS
un prodotto dal valore assai discutibile, come i tubi di alcune industrie
di Stato oramai decotte. Con l'installazione degli SS 20 i russi hanno
pensato di fare così una minaccia all'Europa nella convinzione
che gli USA non avrebbero usato per primi le armi nucleari nella paura
di una ritorsione sovietica. Con la decisione della NATO di instaurare
i Cruise, i sovietici sanno che toccherebbe ora a loro iniziare una eventuale
guerra. In sostanza la decisione della NATO ha allontanato il pericolo
di guerra dagli Stati Uniti e lo ha avvicinato enormemente alla Unione
Sovietica. Da qui tutte le iniziative promosse dalla Unione Sovietica
contro l'installazione dei missili in Europa, incoraggiando i movimenti
pacifisti, mentre in URSS le marce della pace, quando ci sono, vengono
organizzate dai colonnelli del KGB.
Gli USA oggi credono che la sicurezza dipenda dall'equilibrio dei vari
stati. L'URSS invece crede che l'equilibrio mondiale sia il risultante
di una somma algebrica, in cui la sicurezza è tale solo se è
sicura l'Unione Sovietica. Da qui la crisi della distensione.
Non è in crisi la deterrenza ma il concetto di estensibilità
di deterrenza.
Cosa può fare il mondo occidentale? E' giusto che abbia buoni rapporti
con l'URSS, ma che essa deve pagare una corrispondente "tassa"
politica, cioè che tale prezzo non è negoziabile. Si deve
agire così. In primo luogo l'URSS deve rinunciare all'uso della
forza e alla sua ingerenza nei paesi. Poi l'URSS deve rispettare la stabilità
internazionale. E' possibile tutto ciò? Secondo me si può
ad una condizione: che si sappia che il mondo sovietico, più che
un mondo comunista è ancora un mondo orientale, che conosce i rapporti
di forza.. Nel mondo occidentale è richiesta poi coerenza nella
individualizzazione dei propri interessi, che nasce da una consapevolezza
dei principi cui si ispira. Spesso si mistificano troppo le parole per
cui si genera confusione anziché chiare frasi comprensibili.
L'Europa rimane oggi una zona di altissima stabilità strategica.
Nessuno ha oggi interesse a minarla. Credo che oggi noi siamo abbastanza
al sicuro, anche se l'esempio dell'Afganistan è abbastanza preoccupante,
perché lì l'URSS si è comportata in maniera diversa,
ma concepibile entro il discorso sulla sua sicurezza di cui abbiamo precedentemente
parlato.
Per l'Europa orientale invece i tentativi di una qualche rivolta che ogni
tanto succedono non possono avere a mio parere grandi speranze di successo,
perchè il concetto di sicurezza in URSS coincide ancora con l'estensione
della propria ortodossia politica, e finchè coincideranno sicurezza
e regime comunista, questi paesi avranno poca speranza di avere una autonomia.
A lungo andare però, a mano a mano che l'impero costerà
sempre di più all'URSS, il loro controllo diventerà sempre
più difficile. In Polonia per esempio c'è al potere Jarusélskij,
che è un nazionalista polacco, e c'è all'opposizione Walesa,
che è un altro nazionalista polacco. Il primo è convinto
che un poco di indipendenza la Polonia lo avrà se rimane all'interno
della logica imperiale sovietica, mentre il secondo è convinto
che la Polonia potrebbe recuperare tutta la sua autonomia solo se recidesse
il cordone ombelicale con l'URSS. Hanno ragione entrambi, perché
questi sono i limiti estremi, come dice Jaruselskij, cui la Polonia può
arrivare, mentre Walesa sa che c'è un rapporto diretto tra nazionalismo
polacco e rivendicazione dell'autonomia, anche in termini ideologici.
Non possiamo poi dimenticare i cinesi, che saggi come sono, non vogliono
pervenire ad una forma di alleanza organica con l'occidente, però
credo che questo dovrebbe interessarsi alla Cina.
I cinesi sono preoccupati dell'Afganistan,
e delle divisioni russe lungo i loro confini. Oggi più che mai,
interessati ad un modello di sviluppo più moderno, è inevitabile
che gravitino nell'area occidentale. Però questo non credo alteri
il rapporto di forze tra il mondo occidentale e la Russia in termini strategici.
E' una cosa tutta da verificare, perché la Cina ha soltanto una
popolazione immensa ma non ha alcun peso militare. Il suo esercito è
tra i più poveri nel mondo.
Un po' diversa è la situazione in Jugoslavia. Oggi i suoi dirigenti
si trovano in una situazione diversa da quella in cui si trovava Tito,
perché il modello dell'autogestione è in gravissima crisi.
L'economia iugoslava è molto mal ridotta, per cui è costretta
a vendere nei paesi del Comecom e non in occidente. Il fatto più
grave però è che dal punto di vista energetico la Jugoslavia
oramai dipende totalmente dai paesi comunisti. A questo proposito ricordo
il problema del gasdotto sovietico che suscitò tante polemiche.
L'occidente ha discusso liberamente di queste cose, come è nostro
costume, ma l'URSS ha sempre utilizzato il commercio estero come strumento
di penetrazione politica. La resistenza del popolo iugoslavo è
molto elevato per cui per un po' ancora terranno duro, ma non so per quanto
tempo ancora.
Per quanto riguarda l'Italia non credo che essa si stia indirizzando verso
una concezione di tipo comunista. Anzi credo che sé c'è
una cultura in crisi questa sia la cultura marxista. Quando ha raggiunto
il successo il PCI lo ha fatto perchè ha vestito più i panni
di arlecchino che i panni rossi. Che poi ci siano delle ragioni storiche
per continuare a chiamarsi partito leninista, ciò fa parte di quelle
vischiosità che sono proprie della politica. Non vedo ora una possibilità
di una comunistizzazione dell'Italia sotto il profilo della cultura marxista
classica. Vedo però un altro pericolo: di egemonia dell'apparato
propagandistico e culturale del PCI anche per ciò che attiene alla
critica del marxismo-leninismo. In altri termini fin che la critica al
marxismo la facevano uomini di cultura liberale erano considerati reazionari,
ora che le stesse critiche le fa il PCI loro rivendicano il diritto di
autocriticarsi. Questa forma di egemonia mi sembra effettivamente un pericolo.
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