|
TESTIMONIANZA SULLA VIA ITALIANA AL
COMUNISMO: IL CROLLO DI UN'UTOPIA
Conferenza tenuta da On. Dott. Massimo
Caprara alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 29 ottobre
2001
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Intanto devo dire qualche cosa di me.
Sono stato prigioniero volontario per più di 25 anni di una ideologia
e di una cultura e in questa prigionia ho militato con calore, con ardore
e con convinzione. Prigioniero, ripeto, di una ideologia e di una cultura
autoritarie e protettive che non possono essere obliterate perché
lasciano un sedimento di memoria della passata esaltazione.
Questa ideologia si chiama comunismo e io l'ho vissuta nella versione
italiana e togliattiana, una versione intellettuale, profondamente staliniana.
Quando si dice che Togliatti fu staliniano si dice una cosa imprecisa;
Togliatti era Stalin!
Camminavano alla stessa maniera, come due orologi svizzeri. Io per 25
anni, cioè dal 1944 al 1969, sono stato membro di questa nomenclatura.
Faccio subito una distinzione: un conto è essere aderente al "popolo
comunista", cioè elettore del partito comunista di ieri e
di oggi; un conto è essere membro della nomenclatura, cioè
del vertice, della cupola di questo partito.
Sono cose assolutamente differenti: c'è una morale per la nomenclatura
(anzi una non-morale) ed una per il partito. La nomenclatura è
una parte a sè, che determina la vita del partito. Io sono stato
deputato del partito per quattro legislature, quindi per oltre 20 anni,
oltre che sindaco della città di origine, Portici, in provincia
di Napoli. Ciò nonostante sono vissuto molto a Milano e ci vivo
tuttora.
Sono stato anche membro del comitato centrale del partito comunista, segretario
della commissione ideologica ed il segretario di Palmiro Togliatti per
circa venti anni.
Ho visto da vicino giorno dopo giorno il volto, la maschera di uno dei
più astuti e turpi inganni del nostro secolo. A causa del mio incarico
ho frequentato i grandi capi del comunismo mondiale, ho parlato con Stalin,
con Tito, con Breznev, con Che Guevara, con Krusciov, Mao Tse Tung. Ho
frequentato attivamente De Gasperi, Moro, Berlinguer, i giovanissimi D'Alema
e Veltroni. Riguardo al mio incontro con Stalin, personaggio sulla cui
efferatezza non ci sono ormai dubbi, ecco un aneddoto che amo ricordare.
Era il 1950 e con Togliatti mi recai vicino a Mosca, perché questi
voleva consultare un documento riservato che Stalin aveva sottoscritto.
Benché fino a pochi anni prima Togliatti fosse stato ministro della
monarchia con Badoglio, e ministro della Repubblica poi, era in possesso
di un particolare e segreto apparecchio radio con il quale comunicava
con Mosca (da cui riceveva ordini) e con Roma.
Togliatti venne per la prima volta assieme a Nilde Jotti, non ancora presentata
ai capi sovietici come sua compagna.
Ci recammo in una sontuosa dacia dell'epoca zarista. Come consuetudine
riservata alle donne delle personalità di spicco del partito comunista,
la Jotti ricevette in utilizzo, per il periodo in cui era ospite, una
preziosa pelliccia di zibellino.
Quella mattina arrivarono alla dacia due alti ufficiali dell'Accademia
russa, e dopo un breve dialogo con loro, Togliatti ci chiese di lasciarlo
subito solo, poiché doveva ricevere una persona. Noi uscimmo frettolosamente
dalla dacia: la Jotti in pelliccia, io, per l'emozione e la fretta, solamente
in giacca
era febbraio e potete immaginare il freddo.
Lì fuori, scoprimmo l'identità del personaggio: vedemmo
avvicinarsi dal vialetto nientemeno che Stalin.
Sembrava di vedere la sua statua muoversi. Indossava un grande cappotto,
era a capo scoperto, gli occhi molto penetranti; aveva una voce suadente.
Si avvicinò e ci guardò: dato il freddo terribile, a me
lacrimavano gli occhi. Avvenne allora una cosa inaspettata: Stalin, guardandomi,
si convinse che piangessi per l'emozione di vederlo in prima persona:
mi battè sulla spalla e mi disse "Coraggio!" in tono
di conforto. Neppure per un momento pensò che potessi avere freddo,
o lacrimare per un altro motivo, se non per l'emozione di incontrarlo.
Penso di essere stato l'unico italiano ad ingannarlo, seppur involontariamente,
senza poi patirne le conseguenze.
Tornando a parlare, invece, del personaggio Togliatti, ricordo tra le
altre cose che questi non parlava mai al telefono, per paura che fosse
controllato. I suoi rapporti telefonici li intrattenevo io. Ricordo un'eccezione
nel periodo in cui, a Milano, il prefetto (già membro del comitato
di liberazione nazionale) venne sostituito da Scelba, il ministro democristiano
dell'interno. La prefettura venne occupata dai manifestanti operai dell'Alfa
Romeo.
Pajetta, a capo della protesta, telefonò e chiese di Togliatti.
Passai la telefonata. Sentii le urla dalla cornetta "Scelba oggi
ha una prefettura in meno! Abbiamo occupato la prefettura di Milano!!!".
Togliatti lo lasciò parlare, tranquillo, e poi alla fine disse:
"Ed ora che cosa ve ne fate?". Risposta che dimostrava l'attenzione
spasmodica riservata da Togliatti a vantaggi concreti, che, quando erano
veramente in palio, conseguiva anche con l'efferatezza più grande.
Io fui comunista non per motivi di classe, appartenendo ad un ceto alto
borghese; fu una scelta vissuta, maturata come passione intellettuale
e culturale, ideando un mondo immaginario, purificato, un altro mondo
dove lanciare con successo l'invettiva di Spartaco contro i potenti.
In quanto al mio primo incontro con Togliatti, egli mi fece chiamare il
primo maggio del 1944. Era appena tornato dall'URSS su un piroscafo inglese,
ed era vestito alla foggia russa. Ci incontrammo a Napoli: la sua prima
domanda non fu se conoscevo il comunismo (bene immaginava che io, alto
borghese, non lo conoscevo), ma cosa ne pensassi di Elio Vittorini, il
romanziere che aveva appena pubblicato il tanto lodato "Conversazione
in Sicilia". Domanda astuta, che mirava a coinvolgermi nel partito
tramite le mie passioni letterarie. Ne parlammo fino a pomeriggio inoltrato,
sembrava di essere in piacevole compagnia di un professore universitario.
Questo era il piano di Togliatti: per costituire il "partito nuovo"
reclutò degli uomini differenti dal bracciante, dall'operaio, e
dal contadino. Conquistò intellettualmente i giovani rappresentanti
della borghesia italiana: e fece così anche a Milano ed a Torino.
Noi fummo i quadri di questo partito nuovo, inedito, ma comunque staliniano.
Aveva bisogno di noi (oltre a me ricordo Ingrao, La Licata, Napolitano
)
perché eravamo borghesi non estremisti, non eravamo anticlericali,
eravamo idealisti ma non crociani; gli uomini di cui aveva bisogno per
penetrare nel tessuto nazionale. Io ero appena uscito dal liceo, frequentavo
il primo anno di università ed ero stato eletto dai compagni direttore
di una rivista culturale: Togliatti solleticava queste passioni, la conoscenza
di Voltaire, Diderot, Rousseau (non c'è comunismo senza secolo
dei lumi: grande sviluppo del pensiero, ma anche base della massoneria
e del pensiero anticattolico).
Beninteso Togliatti non era anticlericale: nel 1945 ebbe un incontro segreto
nientemeno che con Pio XII, chiesto da Giovanni Battista Montini. Infine,
nel 1948 vi fu la vittoria della Democrazia Cristiana contro il fronte
socio-comunista: questo perché il Papa apertamente gettò
sul piatto della bilancia la vera domanda "o con Cristo o contro
Cristo", e fece scendere in campo i comitati civici, capitanati da
Luigi Gedda, il presidente dell'Azione Cattolica.
Togliatti iniziò a temere che per il partito non ci fosse possibilità
di vittoria, sapendo che il popolo italiano aveva come substrato comune
il cattolicesimo. Ricordo anche che fra noi e gli uomini dei Comitati
civici c'era una differenza pesante, che si può intuire da questo
episodio.
Nell'aprile del 1948 mi trovavo da solo alle Botteghe Oscure, ed ero di
fatto il più alto in grado ivi presente. Gli uomini della vigilanza,
ex partigiani armati di pistola, mi dissero che c'era un prete che aveva
chiesto addirittura di benedire il palazzo. Scesi dal secondo piano e
trovai un prete, che ripetè l'insolita richiesta. Dopo un momento
di esitazione, gli concessi il permesso, proprio nel periodo in cui era
più aspro lo scontro tra noi e la Chiesa. Probabilmente lo feci
perché influenzato dalla tradizione religiosa familiare. Quel prete
vive ancora adesso, ed abita a Roma. Si chiama Lucio Migliaccio ed era
assistente ecclesiastico dei comitati civici, rappresentante voluto dal
Papa. Non raccontai l'episodio a Togliatti.
Questi, nel 1964, morì a Jalta; prima assistette però la
pubblicazione del libro di Renato Mieli (padre di Paolo Mieli) che aveva
rotto con il partito comunista. Nel libro si rivelava che Togliatti, come
segretario dell'Internazionale, aveva contribuito alla fucilazione dei
capi comunisti del partito operaio polacco (tra cui molti di famiglie
ebree) giudicati senza processo, accusati di essere traditori trotzkisti.
Chiesi a Togliatti, insieme a Marcella Ferrara (madre di Giuliano Ferrara)
se quello che scriveva Mieli fosse vero. Negò, ma scoprimmo che
Togliatti aveva veramente firmato il documento di condanna: all'epoca,
venne addirittura portato con un aereo speciale da Barcellona a Mosca
per poterlo sottoscrivere.
Gli chiedemmo anche cosa avrebbe fatto Gramsci in una situazione del genere:
rispose seccamente che "sarebbe morto". Solo dopo capimmo il
senso della risposta: Gramsci, che avversò sempre lo stalinismo,
avrebbe rifiutato di firmare.
Togliatti, in conclusione, seppellì la propria vita e la propria
qualità di uomo sotto una coltre di fango e di sangue.
In quanto al comunismo nel nostro paese, esso è stato corroso dalla
nostra italianità e dalla nostra intrinseca fede religiosa: il
popolo italiano non è mai stato comunista, né può
esserlo.
Nel dicembre del 1968, dopo l'invasione sovietica di Praga, fui radiato
dal Partito: avevo trascorso nel partito 24 anni, fin dal 1944. Del mio
passato non mi assolvo, ne vedo gli errori, gli inganni, le mie colpe:
vedo le complicità reticenti, ne sento il peso e la responsabilità.
Non mi assolvo, poiché ho indotto anche altri in errore, ho ingannato
e fatto ingannare. Altrettanto non mi fustigo sterilmente: penso al dovere
della testimonianza, che incombe su di me; non ho il diritto di tacere
e di far dimenticare, non posso tacere.
Il pentimento mi sembra poca cosa, nonostante le mie responsabilità
non riguardino la sfera penale. Perciò scrivo libri, lancio parole,
per capire di più e meglio cosa sia stato il comunismo, un guasto
dello spirito e dell'anima, non solo un partito politico.
Personalmente mi convinsi che il comunismo era una forma di nichilismo,
nemica dell'uomo. Intanto l'egualitarismo comunista è contro la
natura e l'uomo: non si può essere tutti uguali, ciò non
salva la libertà dell'uomo ma anzi ne annulla le peculiarità
e le originalità.
Inoltre il comunismo comporta uno stato ed un partito totalizzanti, egemoni
della vita pubblica e privata dei cittadini. Specialmente per la nomenclatura:
ci dicevano con chi dovevamo sposarci, quale era la donna adatta. Io riuscii
ad evitare questa imposizione per il potere che mi derivava dall'essere
segretario di Togliatti.
L'asserita libertà collettiva, quella delle masse, non può
esistere se manca quella dell'individuo.
E da ultimo, non si può essere comunisti perché non è
possibile fare a meno di Dio, della trascendenza; né si può
entrare in conflitto con l'essenza dell'uomo, che è la libertà,
quindi la scelta, quindi la verità.
Io ho vissuto tutto il male intellettuale, e proprio perché sono
giunto fino in fondo ho trovato la forza di resistere, di rinnovarmi:
ho trovato la fiducia e la speranza della verità. Adesso non ho
più paura della verità, so bene che la verità è
una lotta, una conquista continua, che spinge ad andare sempre più
in là: è un tesoro prezioso, lo stesso uomo.
Ricorderò infine un personaggio che amo e che leggo.
Don Giussani, quando parla del poeta laico Eugenio Montale, dice una cosa
importante: che l'uomo vuole andare più in là, sempre più
in là. Penso che sia così: l'uomo ha bisogno di speranza,
di carità, di verità oltre l'effimero, verso la presenza
irresistibile di Dio.
|