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SIGNIFICATO E VALORE DELLA SOFFERENZA
Conferenza tenuta da Prof. Divo Barsotti
alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 7 novembre 1983
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Il tema è di una grandissima importanza.
E' un tema che ha affaticato tutti i grandi pensatori, sia cristiani che
non cristiani, sia credenti che non credenti. Praticamente è il
problema del male. Come possiamo accettare un mondo nel quale il male
imperversa? Vorrei richiamare soltanto tre grandi scrittori, dei quali
uno solo cattolico, perchè noi ci rendiamo conto di come il problema
sia vivo, drammatico, e tale da sembrare senza risposta.
Primo pensatore: Leopardi. Il male per lui è la realtà prima
e ultima delle cose. Vi è nello Zibaldone una pagina che fa paura.
Inizia così: (siamo nel 26, aprile del 1826) "Tutto è
male, cioè tutto quello che è è male, che ciascuna
cosa esista è un male. Ciascuna cosa esiste per fin di male. L'esistenza
è un male e ordinata al male. Il fine dell'universo è il
male. L'ordine dello stato, le leggi, l'andamento generale dell'universo
non sono altro che male, ne diretti ad altro che al male. Non v'è
altro bene che il non essere. Non. gli uomini solamente, ma il genere
umano fu e sarà sempre infelice di necessità, non il genere
umano solamente, ma tutti gli animali, e tutti gli altri esseri, non gli
individui ma la specie, i generi, i regni, i globi, i sistemi, i mondi".
Voi lo sapete. Lui che aveva iniziato con un Inno al Redentore, nel quale
rivolgendosi al Cristo che sembrava credere, diceva: tu hai conosciuto
la nostra sofferenza. Dall'Inno al Redentore termina poi con inno al male,
ad un Dio che ha voluto il male, che è il male medesimo.
E dirà: "Non io ti benedirò. Sulla mia bocca sarà
sempre la maledizione verso di te". La ribellione pura all'ordine
del cosmo perché secondo lui tutto è male. E' questa la
risposta che può dare un uomo?
Sono affermazioni gravi e terribili, per ogni uomo. Ma compagno di lui,
il Manzoni, scriverà nel Natale del 1833, dopo la morte della moglie,
che lo lasciava solo con sette bambini piccoli: "Si, tu sei terribile,
ti devo adorare come bambino, ma Tu colpisci senza chiedere, senza dar
ragione del tuo operato". C'è qualche cosa del giansenismo,
in questa visione di un Dio terribile anche nella cura, in Manzoni? Probabilmente,
ma egli supererà facilmente questo stadio. Manzoni sapeva anche
adorare e tacere, come gli insegnerà poi morente il suo grande
amico, Antonio Rosmini. Che cosa dobbiamo fare noi? Adorare, tacere e
godere. Però non è una risposta. La risposta che dà
il Manzoni è il silenzio, il tacere. Una risposta come quella di
Giobbe. E' una risposta? Certo,davanti a Dio l'uomo non può pretendere
di giudicare l'azione divina, né Dio ha bisogno della nostra giustificazione.
Però noi uomini abbiamo bisogno di capire veramente che cosa sia
la sofferenza, alla quale egli ci sottopone, il male che Egli permette.
Un altro grande scrittore, Dostoevskij. Nei Fratelli Karamazov, prima
della grande pagina sul Grande Inquisitore, nel discorso che fa Ivan ad
Alioscia dirà: io accetto il tuo Dio. Quello che non accetto è
la creazione, ridò il mio biglietto a chi mi ha introdotto in questo
mondo. Perchè il dolore degli innocenti? Perché? Ma come
poter accettare il Suo mondo, come accettare un mondo nel quale imperversa
il male, l'ingiustizia, il dolore dei bambini? Il male è così
spaventoso da turbare la coscienza dei più grandi geni dell'umanità?
Il male può diventare il motivo per il quale l'umanità respinge
Dio, lo rifiuta? Dobbiamo dire sì. Il male ha un carattere di universalità.
Chi pensa a ciò viene assalito da un senso di sgomento pauroso.
Pensiamo al male metafisico, sul quale si riflette poco, ma sussiste per
tutti. I condizionamenti della nostra natura. Viviamo nel tempo, e noi
non ci possediamo. Dov'è il mio io di ieri, dove sarà quello
di. domani? Si vive in un continuo morire. Non possiamo fermare l'attimo,
siamo portati via dal tempo, non ci possediamo, non abbiamo nessun potere
sul nostro essere. Lo stesso per la vita sociale, Non possiamo comunicare
con gli altri, siamo chiusi a noi stessi, mistero a noi stessi, tanto
più per gli altri. Amiamo e nell'amore stesso non troviamo che
sofferenza per non poterci donare, e di non poter ricevere mai totalmente
l'altro che ci ama. La nostra intelligenza è aperta alla verità,
e si trova sempre più nella tenebra. La tenebra invece di essere
eliminata dalla scienza diventa sempre più spessa. Il mistero ancora
sempre più profondo. Quanto spesso siamo ingenui e superficiali.
Con il progresso l'uomo ha perduto ogni sua grandezza. Quando si pensa
all'immensità dell'universo, che cosa è mai l'uomo, come
dice il salmista, che Dio si curi di lui?
Che cosa è la terra nell'immensità dell'universo? La scienza
ci dice solo il nulla dell'uomo.
C'è poi il male fisico. Sembra un paradosso. Legati ad un corpo
corruttibile, soggetto alle malattie, e nello stesso tempo abbiamo uno
spirito che vuole spaziare, senza limiti e misure. Sembra che lo stesso
composto umano ci destini alla sofferenza, al dolore.
Limiti da ogni parte.
Il peccato. In questa visione spaventosa perché la sofferenza,
perchè Dio la permette? Dio è forse impotente? Il fine della
creazione non può essere in realtà che la felicità.
La legge è ordinata alla nostra salvezza, e la nostra salvezza
è la realizzazione piena del nostro destino. E' la nostra gioia,
la nostra felicità. Dio non può non averci creati per altro.
Dal momento che la creazione è un atto libero di una volontà
che ama, perchè Dio non ti creerebbe se non ti volesse, e il volere
una creatura implica un atto di amore, come potrebbe egli volere il nostro
male? La creazione è di per sè un atto di amore. Ma allora
Dio è veramente impotente a liberarci da questo male?
Se Dio ha permesso la sofferenza, è anche voluta o soltanto permessa?
Per quanto riguarda il male metafisico Dio non poteva non volerlo, perché
il male metafisico è non essere Dio, e la creatura, come tale,
non è Dio. Siamo creati. Elevandoci alla partecipazione della Sua
vita però è desiderio dell'uomo, naturale di tendere a Dio,
dice S. Tommaso. Pur essendo limitati nel nostro spirito noi aspiriamo
ad una verità nuda ed assoluta, ad un Bene senza limiti. E allora
dal momento che siamo creati l'aspirazione stessa diventa per noi sofferenza,
perchè noi non possiamo pretendere di vivere una vita che ha le
stesse dimensioni di quella di Dio. Allora era giusto che Dio facesse
in modo che in noi crescesse il desiderio di Lui, perché l'anima
nostra divenisse ogni giorno sempre più capace di accoglierlo.
Noi non diverremo mai infiniti come Dio, ma dobbiamo partecipare dei Suoi
attributi, delle Sue perfezioni. Il fine dell'uomo è divenire Dio,
come insegnano i Padri della Chiesa e i Santi. Ciò non implica
una trasformazione totale della nostra natura umana, ma una divinizzazione
delle nostre potenze, in modo che esse vengano investite dalla gloria
divina. Come è stato del Cristo Risorto. Cristo ha vissuto una
vita passibile come la nostra, ha sofferto la fame, la sete, il sonno
l'odio e la morte, come tutti. Niente di meno. L'unica cosa che non poteva
accettare erano l'errore e il peccato. Cosa avviene poi con la resurrezione?
Lo dice S. Ignazio di Antiochia: prima visibile poi invisibile. L'invisibilità
per i greci era una prerogativa di Dio. Se noi non abbiamo con i nostri
occhi la capacità di captare tutta la luce che ci circonda, come
possiamo vedere Dio. Con la resurrezione la natura umana è investita
della potenza di Dio, e la natura umana del Cristo vive una certa partecipazione
degli attributi divini. Dio è dovunque dove egli ama. Noi supereremo
domani il male metafisico, inerente alla nostra condizione umana. Ma quello
che non si capisce è il perché del male fisico. Il male
fisico non è voluto direttamente da Dio, ma è permesso in
forza del peccato umano. E' come una condanna che può capitare
in forza di un rifiuto che egli sistematicamente dà a Dio. Dio
non manda all'inferno, sono gli uomini che ci vanno. Se io permango in
un rifiuto deliberato nei confronti della volontà divina, e in
questo rifiuto muoio, la morte mi fissa per sempre in quella volontà.
Sono io che non voglio andare in paradiso.
Ciò vale anche per il dolore. La Creazione è un fatto un
po' paradossale, perchè implica l'unione di uno spirito ad un corpo
corruttibile. Quando questo spirito rimane fisso in Dio, prima che l'uomo
peccasse, c'era una perfetta unità, quella unità che il
peccato ha distrutto. L'unità distrutta ha permesso che il corpo
divenisse corruttibile, e che lo spirito si perda nell'errore. I mali
che derivano dal peccato nascono precisamente da questa divisione dell'uomo
da Dio, che ha determinato una divisione dell'uomo dall'uomo, dell'uomo
da Dio Creatore, una divisione dell'uomo in se stesso. Da ciò nascono,
come frutto naturale, i mali. Ogni elemento va per la sua strada, come
avviene nella morte. Così per il peccato avviene una certa disgregazione
di tutti quegli elementi di unità in cui Dio aveva creato l'uomo
all'inizio. Col peccato avviene una separazione da Dio, cioè nascono
da questa separazione il senso della solitudine umana, la mancanza di
un senso per la vita, lo smarrimento dell'uomo, che si sente in un mondo
non abitato. Deriva anche la separazione dell'uomo dall'uomo, che nella
sua forma più estrema è la guerra. Le tensioni il peccato
le crea. Tanti discorsi sulla pace a me danno l'impressione di una grande
demagogia., magari fatta da preti. E' mai possibile che termini l'effetto
finché non termina la causa? Se il peccato è all'origine
dei mali del mondo, finchè esso sussiste è possibile che
ci sia pace?
In questi venti anni ci sono state 46 guerre. E non può essere
che così.
Si può sperare che non sia una pace guerreggiata, ma non una pace
autentica. Se uno ha paura dell'altro vuol dire che siamo ancora nemici.
Non si può parlare di pace reale. Ci può essere qualcosa
che impedisce la guerra, ma non l'odio interiore. Questo non riguarda
le nazioni soltanto, ma i singoli, le famiglie. Dopo il peccato l'uomo
ha posto se stesso al posto di Dio e vuole che tutto sia subordinato a
lui.
Alla legge della caritas che è il dono di sé agli altri,
subentra invece l'amore centripeto che vuole tutto strumentalizzare al
proprio profitto, all'amore di sé. Tutto questo anche quando non
ne siamo coscienti. Bisogna essere santi per non avere egoismi. L'egoismo
ci guida anche se non ce ne rendiamo conto. Il peccato ha distrutto la
possibilità di una vera comunione d'amore. Il peccato oppone l'uomo
a Dio e l'uomo all'uomo. Leopardi non conosce altro Dio che quello della
creazione, o piuttosto la natura senza Dio. La divinità ha un potere
sull'uomo e lo schiaccia.
L'uomo diviene dominato dalla natura. Si parla tanto della scienza, ma
l'esperienza sembra non dia tante speranze. E il significato del dolore
si deve vedere nel fatto che Dio l'ha permesso. E Dio l'ha permesso per
diverse ragioni. Primo è inerente all'uomo in quanto egli non ha
raggiunto la sua perfezione, e ha ricevuto da Dio un fine che lo trascende,
e pertanto è naturale per l'uomo lo sforzo a conseguire questo
fine. E lo sforzo non è una cosa piacevole. C'è sempre nell'uomo
l'esigenza di tendere a Dio. Uno per crescere ha bisogno di impegnare
una certa tensione. In realtà i giovani d'oggi hanno una vita troppo
facile e non conoscono lo sforzo per un fine.
E così in generale la gioventù di oggi è insicura,
senza certezze. Lo sforzo è necessario al crescere, non c'è
mai un cammino regolare, ma a sbalzi. Senza impegno l'uomo rimane vuoto.
Per quanto riguarda la sofferenza dobbiamo dire che essa ha una sua ambiguità.
E' frutto naturale del peccato, ma Dio che l'ha permessa ha fatto di questa
sofferenza lo strumento più grande di una redenzione nel suo Figlio,
ed è precisamente in Cristo che la sofferenza ha assunto al significato
più alto. Valore ed efficacia che superano la stessa potenza di
Dio che ha creato i mondi, perché più grande della creazione
è stato l'atto della potenza divina che ha tratto l'uomo che era
caduto nel male del peccato fino alla partecipazione della sua medesima
vita, facendolo anche strumento di una redenzione per gli altri fratelli
e per tutto l'universo. Per creare i mondi é bastato un gesto,
per redimere il mondo Dio s'è fatto uomo. Ha fatto della nostra
sofferenza la leva che doveva sollevare tutta l'umanità peccatrice
fino al suo cuore.
La redenzione umana ha nella sofferenza di Cristo la sua salvezza. La
grazia del Cristo non è puramente passiva nei confronti dell'uomo,
ma lo impegna attivamente, perché Cristo come si dona agli uomini
li rende membra del suo corpo. La redenzione di Cristo esige che questa
passione continui nella Chiesa sino alla fine, non perché debba
continuare la passione di Gesù ma perchè si faccia partecipi
tutti gli uomini con Lui, non solo dei salvati, ma dei salvatori.
Non solo dei redenti, ma dei redentori. La prima è la Vergine Maria,
corredentrice, perché partecipa al mistero del Cristo, e ciò
la rende mediatrice di tutte le grazie. Mediatore unico è Cristo
ma egli partecipa tutto quello che ha alla vergine Sua Madre. Se egli
ama si dona alla madre e agli uomini. Noi tutti partecipiamo, e diveniamo
salvatori del mondo nell'unico salvatore. La partecipazione al Cristo
implica la partecipazione alla sua missione nel mondo. Ognuno di noi è
sacerdote. Il sacerdozio laicale ci fa partecipi della funzione rivelatrice,
che è la rivelazione di Dio. Il mondo oggi non crede perchè
ha bisogno di vedere. Oggi l'umanità di Gesù è ognuno
di noi. In ognuno dei miei fratelli devo vedere Gesù. La funzione
rivelatrice del Cristo continua attraverso la Chiesa.
Cristo non è più visibile, ma si rende visibile nella Chiesa
visibile, che è ognuno di noi. Ognuno di noi è tenuto a
rivelare Cristo Signore nella sua vita. Se gli uomini non credono è
perchè gli uomini non lo vedono più. Dobbiamo essere questa
trasparenza di Dio.
In forza della funzione sacerdotale che è propria anche di voi
laici dovete rendere testimonianza e riportare nell'ambito di Dio tutta
la creazione e tutte le anime.
Ma non basta. L'atto supremo è l'atto sacerdotale. Tutto deve essere
offerto al padre. Per Cristo ha voluto dire la morte. Quando saremo in
cielo vivremo il dono totale di noi stessi a Dio, senza sofferenza, ma
qui, in terra, dobbiamo portare il peccato del mondo.
La nostra vita sarà sempre una vita di sofferenza. Ognuno ha la
sua parte.
Ognuno deve desiderare la salvezza di tutti. Dobbiamo rispondere anche
per gli altri. La legge fondamentale su cui si regge il cristianesimo
è che Uno salva tutti, il Cristo, ma generazione per generazione
i pochi salvano i molti. E' sempre il Cristo solo che salva, ma il Cristo
che si fa presente in alcune anime particolari, che sono per gli altri
il sacramento vivo di Dio, sono per gli altri il prezzo versato per la
salvezza di tutti. Se siamo cristiani la sofferenza ha questo significato,
di una redenzione che si estende agli altri. Il cristiano è sempre
uno che è uno con tutti. La sofferenza continua il mistero della
redenzione di Gesù.
Allora possiamo dire che Dio è provvidenza. Noi possiamo moltiplicare
le opere, ma più importante la preghiera, e più efficace
di tutti il dolore accettato per amore di Dio.
Ma l'uomo può rifiutare la sofferenza? Allora se non vive perché
non è cosciente di questo mistero di redenzione, non dobbiamo credere
che la sofferenza sia perduta perché il battesimo è si di
necessità di mezzo, ma l'incarnazione ha interessato tutta l'umanità.
Nessun uomo è separabile da Cristo se non per un atto volontario
e cosciente.
Chi senza peccato e senza conoscenza del Cristo vive la sua vita senza
un rifiuto a quello che in coscienza sente di vivere, egli vive il mistero
di Cristo. La Sua mediazione si estende a tutta l'umanità. E' il
dolore degli innocenti che ha salvato. Per chi vive un rifiuto la cosa
diventa terribile. Vi è un dolore inutile, il mistero più
terribile che si possa pensare. Pensate l'inferno. Sara la dannazione
eterna, una dannazione non solo senza fine ma inutile, vuota.
Il mondo si salva solamente in Cristo, nella sofferenza accettata per
amore.
Domanda: come è stato possibile
il peccato originario?
Risposta: Sappiamo che l'uomo è stato creato da Dio. Anche l'anima
viene creata direttamente da Dio. C'è allora una immediata elevazione
all'ordine soprannaturale. Questi due interventi di Dio importano che
la storia dell'uomo presenta una evoluzione che richiede l'intervento
originario della creazione. Il peccato originale, per la sua gravità,
esigeva una libertà interiore e una conoscenza del male che oggi
non ci sono più. Credo che oggi sia difficile fare un peccato grave.
Manca spesso la deliberata volontà. Ma il primo uomo doveva avere
una perfetta libertà e volontà. E' fragile la situazione
dell'uomo di oggi. Basterebbe poco per far crollare tanta civiltà
e trovarsi in un mondo primitivo. Si può pensare allora alla caduta
del primo uomo dopo il peccato.
Si può pensare che in un primo momento Adamo viveva in perfetta
comunione con Dio, tanto che questa comunione con Dio ha preceduto anche
il rapporto con la donna. Stando alla Genesi Eva fu creata dopo. Adamo
era il partner di Dio. Non è pensabile dunque questa comunione
se Adamo non fosse stato perfetto, nel suo genere.
Cosa pensare degli psicofarmaci per alleviare
il dolore?
Penso che si debba, come detto prima,
considerare il dolore come mezzo di elevazione a Dio. Certamente, poiché
Dio permette il male, è giusto che l'uomo cerchi, con i mezzi a
disposizione, di alleviare la sofferenza. L'importante è accettare
di essere amati da Dio, e allora il suo amore ci sommergerà.
La ricerca di Dio implica la presenza stessa di Dio nel cuore. La sua
grandezza trascende il nostro cuore. La conoscenza più vera è
il non conoscerlo. Ciò che conta è il tendere a lui e tale
sofferenza di tendere è già una cosa sacra.
Per chi non ha fede e non cerca c'è da domandarsi di che fede si
tratta. Non si può non credere. Negare Dio è un atto di
fede. L'adesione è sempre un atto di volontà. Anche una
deliberazione di negare Dio comporta una sofferenza. Ma attenti a dire
che uno non ha fede. Ma quanti sono quelli che veramente rifiutano Dio.
Vorrei vedere se anche un ateo, di fronte alla morte di un bambino non
prova un senso di mistero di fronte a tale fatto.Un senso religioso della
vita credo sia in tutti gli uomini. Altrimenti l'uomo non accetterebbe
più di vivere. Il senso alla vita lo dà una dimensione religiosa.
Vivere è già un credere. Molto spesso la nostra fede non
va molto al di là di questo. La presenza del Cristo è tra
noi, e ciò ci fa un solo corpo. Questa è un inizio della
comunione dei Santi. La fede non è uguale per tutti. C'è
una percezione che può essere diversa.
Penso che ci possano essere alcuni che vogliono andare contro ogni principio
religioso, e vogliono eliminare ogni traccia del divino. Per loro, se
non si pentono, è già cominciato l'inferno. Noi viviamo
già l'eternità del cielo. La morte sarà la caduta
del sipario dietro al quale risplende la luce. Per questo occorre non
attaccarsi tanto alle cose di questo mondo. Il distacco apre di più
la mente a Dio.
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