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SAN MASSIMILIANO KOLBE
Conferenza tenuta da Padre E. Monzani
alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 3 febbraio 1986
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Sono qui a tentare di rispondere, attraverso
l'esemplarità della vita, perché Dio ci mette i Santi sulla
nostra strada. Un interrogativo in linea con i vostri incontri programmati
sulla "santità".
Sono qui per tentare di illustrare a quali bisogni Massimiliano Kolbe
risponde all'uomo del nostro tempo. E' un santo del nostro tempo, che
ha vissuto e partecipato in prima persona ai drammi delle guerre, al fascino
del progresso. E' un santo che ha edificato la sua santità, giorno
per giorno, non isolato in un monastero tra preghiere, penitenze e silenzi
(anche se non li ha trascurati), ma tra il rumore delle rotative, in lunghe
ore di viaggi in treno o in nave, in un campo di concentramento. Per questo
è il patrono del nostro difficile secolo.
Kolbe è conosciuto e forse limitato soprattutto per quel suo gesto
supremo ed eroico. Un gesto che parla il linguaggio del dono, del sacrificio,
dell'amore più grande. Un gesto però che può diventare
facile preda della retorica, della cronaca struggente, frettolosa e superficiale.
Non è tutta colpa nostra: ma ormai la nostra cultura dei mass -
media ci crea continuamente immagini nuove, cancellando quelle precedenti.
Il gol di Platini è archiviato dalla prodezza di Maradona. Il primo
trapianto di cuore fa storia con il suo donatore, l'ultimo sfugge via
con poche righe di agenzia. La tragedia di Vermicino di Alfredino lascia
il posto alla piccola colombiana Omayra che fa della sua morte il commento
più struggente: "Non è giusto finire così, non
ho ancora 13 anni".
Quel gesto ci costringe a fermarci, ad interrogarci, come quando ha costretto
i suoi carnefici a fermarsi e interrogarsi! Credo che il significato profetico
del gesto di Kolbe lo si possa cogliere nell'attimo in cui chiede di prendere
il posto di un altro, un padre di famiglia, per andare a morire nel bunker
della fame. Kolbe fa una mossa che gli poteva costare la vita ancor prima
del sacrificio. Esce dalle file e si presenta al comandante del campo.
"Chi sei? Perché lo fai?". Il capo non era abituato a
far domande, ma a dare ordini perentori, assoluti. Kolbe era solo un numero.
E ai numeri non si fanno mai domande. Ma quel gesto sconvolge, scava,
interroga, suscita domande. Quel gesto ha tanta luce da ferire anche i
ciechi, ancora oggi.
Che senso ha per noi quel gesto? Ricordo che quando è stato beatificato
padre Kolbe, nel 1971, e poi in seguito la sua canonizzazione, ci fu un
consenso nell'ambito della Chiesa davvero straordinario. Cito J Guitton
per tutti: "Da questa morte, da questa gloria, da questo martirio
d'amore, scaturisce un'immensa speranza". Insomma il nuovo martire,
il nuovo santo della Chiesa veniva additato come quegli uomini che influiscono
sulla storia
universale, indicando all'umanità e alla Chiesa la direzione giusta
da perseguire.
Con un pizzico di scetticismo mi domando talvolta se quel sacrificio è
servito a cancellare la storia di altri lager, di altri genocidi, di altri
calvari, di altre morti. Mi domando quanta speranza e forza ha suscitato
dentro di noi di fronte al dilagare quotidiano della violenza armata di
terrorismo e della violenza disarmata dell'egoismo e dell'indifferenza.
Ci ha migliorato? Domande cariche di inquietudine per le risposte affermative
che si tentano di dare.
Ma, allora, a cosa servono i santi? A cosa serve la santità nel
mistero della vita umana e cosmica? I santi sono lo spessore umano di
Dio, sono uomini fatti di pasta evangelica, passati attraverso l'orto
degli ulivi, hanno conosciuto la notte della solitudine e dell'abbandono,
ma più di qualsiasi altro, con amore disinteressato e pulito, si
sono chinati sull'umanità piagata, più di altri hanno portato
in silenzio il peso del mondo, come Cristo, più di altri sono entrati
nel mistero profondo e affascinante della vita umana cogliendone la bellezza
e la finitudine, diventando maestri in umanità, per questo sono
a noi così vicini, così fratelli e amici, così appassionati
compagni di viaggio, pronti a illuminarci e a spezzare il pane.
Mentre noi pensavamo che la loro vita fosse una stoltezza, un tempo sprecato,
una pazzia, loro, i santi, ci hanno salvato dal disastro totale, perché:
"datemi dieci giusti ed io non distruggo la città". Ricordate
il dialogo incalzante tra Abramo e il Signore davanti a Sodoma? (Genesi
18)
"Mediante la morte subita dal padre Massimiliano Kolbe - disse Giovanni
Paolo II nel giorno della canonizzazione - un limpido segno di amore si
è rinnovato nel nostro secolo, che in grado tanto alto e in molteplici
modi è minacciato dal peccato e dalla morte".
Ci è lecito pensare, è la fede che ci autorizza a farlo,
che questo atto di amore, e tanti altri piccoli e sconosciuti, abbiano
impedito la distruzione della nostra città umana!
Massimiliano Kolbe era nato in Polonia nel 1894. Entrò ragazzino
nel seminario dei Frati Minori Conventuali a Leopoli. Studiò a
Roma ove venne ordinato sacerdote nel 1918 e fondò la Milizia dell'Immacolata.
La sua vita fu caratterizzata da una forte personalissima devozione all'Immacolata.
La sua attività la svolse nel campo dei mass - media ove, tra sacrifici
e sforzi incredibili, raggiunse traguardi impressionanti. Basta qualche
cifra e tutto condito con una salute precaria: due anni di sanatorio e
un certificato medico in tasca con la raccomandazione di evitare sforzi
pesanti e prolungati.
Attorno agli anni '30 Massimiliano Kolbe aveva questa attività
editoriale: un mensile di 750.000 copie "Cavaliere dell'Immacolata",
che in edizione straordinaria era di 1.000.000 di copie; un mensile per
i ragazzi di 165.000 copie; un quotidiano di 150.000 copie (250.000 nei
giorni festivi). Aveva creato una città dell'Immacolata "Niepokalanow"
e alla vigilia della guerra aveva quasi 800 frati. Nel '30 parte per il
Giappone, o meglio per l'Oriente, e si ferma a Nagasaki. Non sa una parola
di giapponese: dopo un mese dall'arrivo con altri 4 frati, esce con il
primo numero della rivista con 10.000 copie! In Giappone rimane 6 anni.
Pazzie da santi! E teniamo presente che nel '38 installa nella sua città
dell'Immacolata una stazione radio emittente. E' la prima radio libera:
noi ci siamo arrivati 50 anni dopo!
Ma non sono le cifre declamate in tono trionfalistico che contano, perché
queste cifre non rivelano lo spirito, la fede, la sofferenza fisica e
morale, la stanchezza, le paure di uomo, le debolezze dell'uomo. C'è
invece un messaggio cristallino in quei 14 anni di vita apostolica, un
messaggio di speranza. Ma non di quella speranza che sa di ottimismo facilone,
che rimette passivamente ogni soluzione al buon Dio. Speranza cristiana
che diventa attesa responsabile e impegnata, che si traduce in lotta convinta
e tenace con tutti i mezzi e le energie del presente e i nostri inevitabili
insuccessi. Senza lasciarci bruciare dalla voglia di vedere subito i risultati
delle nostre fatiche. Senza imparare ad avere la pazienza del contadino.
Certo che questa religione "oppio dei popoli", messa nel cuore
e nelle mani di certe persone diventa slancio vitale, valorizzazione totale
della propria esistenza, dinamismo equilibrato e ispirato, non attivismo
frenetico. Si tratta di una scelta nel campo dell'evangelizzazione, ma
non a senso unico, perché al momento opportuno è diventata
promozione umana: Niepokalanow durante la guerra fu evacuata, i frati
quasi tutti dispersi, nel recinto dell'Immacolata Kolbe accolse profughi,
feriti, fuggiaschi. La città dell'Immacolata diventava la città
dei figli dell'Immacolata. Per Kolbe si stava profilando la prova suprema
che sigillava un amore costante per le anime: stava per essere chiamato
nel campo di concentramento per rendere anche lì, se era possibi1e,
la vita degli uomini più umana.
Quando leggiamo certe pagine della storia del passato e del presente non
possiamo far a meno di lasciare gli intrecci della storia e sconfinare
nel mistero e nell'angoscia. Se Dio è Padre degli uomini, come
può permettere che i suoi figli siano privati di ogni segno di
dignità?
E ancor più, come può permettere che i suoi stessi figli,
segnati dalla sua dignità, diventino aguzzini feroci e sadici dei
loro fratelli? E' comprensibile e umano che talune persone colpite dagli
aspetti negativi della vita perdano la speranza e la fede. Per loro alzare
gli occhi al cielo e preqare il Padre ha il sapore amaro di un alto tradimento!
E forse anche noi, sensibili e impegnati nella lotta contro le oppressioni
di questo mondo, cadiamo nella tentazione di impotenza quando ai nostri
occhi si protrae l'assurda violenza alla dignità e alla giustizia.
E perdiamo la fiducia di recuperare e liberare l'uomo.
Concludiamo fatalmente col dire a noi stessi che siamo condannati a divorarci
a vicenda, sottomessi alla legge del più forte, anche se continuamente
inseguiamo sogni di fraternità, di libertà, di solidarietà.
Il cinismo e la disperazione uccidono la fede. La rassegnazione rende
l'uomo muto davanti a Dio. A Dio si possono rivolgere solo interrogativi
vuoti, ma nessuna supplica, nessuna invocazione. Ecco perché in
quel budello di morte, prima di Kolbe, si udivano solo grida inumane di
maledizione e di bestemmia. Del resto, come si può recitare il
Padre Nostro in un mondo senza Padre? In un tempo in cui i figli non si
riconoscono e si dilaniano perché rimasti soli? In un luogo in
cui si fa di tutto per cancellare ogni espressione di pietà e di
solidarietà?
Dicevo che quel bunker della fame era luogo di disperazione, quando scese
Kolbe con i suoi sventurati amici divenne una catacomba. Che cosa era
avvenuto? Il miracolo più grande: l'uomo che diventa mediatore
della presenza di Dio, spessore umano di Dio. Non solo Dio presente negli
uomini, ma l'uomo che rende presente Dio! Attraverso il gesto e l'amore
di Kolbe quegli uomini si rendevano conto che Dio non li aveva abbandonati.
La scelta semplice e umile (sono un povero vecchio, sono un sacerdote...)
di morire al posto di un altro è una profonda professione di fede
che Dio è vivo e vero, il quale, contro tutti i meccanismi di distruzione
e di morte a cui è sottomesso l'uomo, sta costruendo, già
fin da ora, nonostante tutto, il suo regno che è di amore, di bontà,
di fraternità. Padre Kolbe ha rivendicato il diritto alla vita
- diceva papa Wojtyla.
Ma cosa avvenne in quegli ultimi giorni del luglio del '41?
Leggiamone il racconto: "Era l'estate dell'anno 1941. Finiva un luglio
ardente, cominciava l'agosto. Una sera, un prigioniero del reparto 14
non rispose all'appello. Il suo nome venne ripetuto nel silenzio agghiacciante.
Nulla. Fu chiaro: era fuggito. Subito cominciò la caccia, subito
cominciò il terrore per gli uomini del reparto. Cominciarono le
maledizioni, le preghiere, la speranza che il fuggiasco fosse ripreso:
in questo caso, lui solo avrebbe pagato. Nel caso contrario avrebbero
pagato per lui i suoi compagni.
E fu così. La sera del giorno dopo, poiché il fuggitivo
non era stato ripreso, dieci uomini del reparto 14 furono prescelti per
morire. E la morte cui erano destinati era atroce, nella sua spaventosa
semplicità; niente cappi, né fruste, né strumenti
di tortura. Solo una stanza, un locale senza finestre, nudo e spoglio.
I condannati sarebbero stati chiusi là dentro e semplicemente abbandonati.
Niente acqua, niente cibo. Nulla. La morte per fame e sete.
Ad uno ad uno, chi tremante, chi impavido, chi rassegnato, i dieci innocenti
uscirono dai ranghi. "Viva la Polonia" gridò uno di loro;
ma altre grida echeggiarono, strazianti: "Mia moglie! I miei figli!.....",
un condannato singhiozzava nel silenzio terribile del cortile. Tutti lo
guardavano.
E lo guardò padre Kolbe. E decise subito. E quietamente, compostamente
uscì dal gruppo dei compagni, ed avanzò calmo fin davanti
al comandante del campo, l'uomo che, poco prima, aveva personalmente prescelto
i condannati, e che vedendo un prigioniero farsi verso di lui, balzò
indietro, estraendo la pistola. Le guardie avevano alzato i fucili. Ma
erano stupefatte. Nessuno aveva mai osato uscire dai ranghi.
Padre Kolbe si tolse il cappello, in un meraviglioso atto d'umiltà
e disse: "Vorrei prendere il posto di uno di quelli" ed accennò
al gruppo dei condannati. Possiamo immaginare la stupefazione del comandante;
la sua incredulità, il suo smarrimento. Lo sforzo con il quale
domandò: "Ma perché?" Perché sono vecchio,
debole. Non servo più a nulla, ormai."
Vecchio debole, inutile. Erano tre buone ragioni per essere ucciso. "E
di chi vuoi prendere il posto?" Padre Kolbe indicò il prigioniero
che piangeva: "Di quello". "Ma tu ... chi sei?" "Un
prete cattolico". Anche questa era una buona ragione per essere ucciso.
Il comandante rispose: "Sta bene. Accetto."
Così padre Kolbe si tolse le scarpe e i pantaloni, come avevano
fatto gli altri condannati, e s'avviò con essi verso il bunker
della fame. Era il tramonto. Il sole scendeva in una gloria di colori."
Papa Wojtyla, quand'era arcivescovo di Cracovia, così commentava
il sacrificio di Kolbe: "Quest'uomo, marchiato con un semplice numero
16670, ha riportato la più difficile delle vittorie, quella dell'amore
che assolve e perdona. Egli irruppe nel cerchio infernale della dialettica
dell'odio con un cuore bruciante d'amore e, di colpo, quel sortilegio
infernale fu esorcizzato, l'amore fu più forte della morte. La
sua testimonianza non è forse di un'attualità impressionante
in un'epoca d'amore dilaniato e diviso?"
Non è forse, aggiungiamo noi, una risposta vera, umana, a un bisogno
così impellente, ma nello stesso tempo contrabbandato e compromesso,
come quello dell'amore? Non semplicemente un amore proclamato o cantato,
o vissuto con le fibre dell'emotività o del sentimento o della
cronaca, ma un amore sofferto, sacrificato come quello del "tutto
è consumato", evangelico creativo.
"Solo l'amore crea" soleva dire Massimiliano Kolbe. Ed è
consolante riandare oggi con la mente, quando si parla di Auschwitz, non
solo alle migliaia di uomini bruciati nei forni, ma soprattutto al gesto
di Massimiliano Kolbe. Anzi quel gesto accoglie con pietà tutti
quei morti. E fa, in un certo qual modo, dimenticare!
Massimiliano Kolbe è il primo martire della carità nella
storia della Chiesa. Cosa vuol dire? Facciamo una breve riflessione. Chi
sono i martiri nella storia della Chiesa? Coloro che per professare la
fede in Cristo non hanno esitato ad affrontare torture e morte. Chi è
il martire della carità? Colui che dà la vita per l'uomo.
I martiri di oggi vengono uccisi perché si mettono dalla parte
della giustizia, perché difendono i deboli, gli oppressi. Pensiamo
a Mons. Romero, ai missionari uccisi in questi anni. Questo sta a dimostrare
che qualcosa è avvenuto nell'universo culturale e religioso. L'ateismo
oggi non corre tanto sull'asse ideologica dell'Est - Ovest, quanto sulla
linea esistenziale del Nord - Sud. Oggi il vero ateismo non è la
negazione di Dio, ma l'indifferenza per l'uomo. La fede non è spiritualizzare
l'idea di giustizia, di pace, di amore, ma vivere e soffrire per la giustizia,
la pace, l'amore.
Oggi la salvezza dell'anima non è un impegno individuale, spiritualista
ultraterreno, rituale: "salva l'anima tua", ma una realtà
e impegno che coinvolge la collettività, perché ci si salva
insieme, con tutta la nostra persona, quì su questa terra, attraverso
un amore operoso. Ecco perché Kolbe è il protettore dì
questo nostro difficile secolo! "Secolo difficile" perché
vive continuamente in un equilibrio instabile, tra l'esaltazione e lo
smarrimento, tra la corsa al trapianto per sopravvivere e lo spreco della
vita, tra la capitalizzazione e l'abbandono più miserabile; tra
la tentazione di salire al tempio, o scappare lontano, e non accorgersi
del misero che invoca aiuto. Secolo difficile perché dominato da
contraddizioni incredibili. Secolo che ha bisogno di essere guidato, incanalato
in un valore che esalti tutte le sue potenzialità. E in questo
Kolbe ci è maestro. Avere scelto di morire per l'uomo non è
tradire Dio, ma riconoscerlo presente nella storia. E questo non si improvvisa
attraverso un gesto eroico, ma è fedeltà quotidiana. Non
è aver sostituito l'uomo a Dio, ma aver ribadito la signoria di
Dio, il quale vuole che gli uomini vivano, siano felici e solidali, cerchino
la giustizia e la pace. E questo non possiamo farlo da soli: abbiamo bisogno
di Lui.
Cambiare l'ordine gerarchico dei comandamenti può essere la puntualizzazione
dei nostri bisogni e attese, ma è anche un monito a non presumere.
Perché certi traguardi non riusciamo a raggiungerli con la sola
forza della buona volontà. La storia insegna.
Il nostro secolo è il tempo in cui gli uomini forgiano il loro
destino basandolo su oggetti e ragioni economiche e politiche, vivendo
una fede, una speranza, un amore patologicamente ammalati.
E in questo contesto cosa diventano la filosofia della vita, la cultura,
la teologia stessa? La speranza è nel possesso e nella forza, la
fede è retorica e utopia, l'amore è ridotto a tecnica di
arrangiarsi più comodamente nella società, nella famiglia,
in ogni relazione con l'altro. Per questo non ci si può fidare
troppo di se stessi. Bisogna invece restare attenti, sorpresi, direi feriti
e trascinati in una dimensione diversa da un uomo che ha offerto tutto
insieme alla vita. "Massimiliano Kolbe, dice il Papa, non morì,
ma diede la vita per il fratello. Vi era in questa morte, terribile dal
punto di vista umano, tutta la definitiva grandezza dell'atto umano e
della scelta umana: egli da sè si offrì alla morte per amore.
E in questa morte umana c'era la vittoria riportata su tutto il sistema
del disprezzo e dell'odio verso l'uomo e verso ciò che è
divino nell'uomo, vittoria simile a quella che ha riportato il nostro
Signore Gesù Cristo sul Calvario."
Dicono i nostri Vescovi nel documento del Convegno di Loreto: "Il
futuro del mondo è profondamente legato alla sua umanizzazione
e alla ricerca di un tessuto comunicativo che consenta il superamento
dell'attuale frammentarietà e ritrovi una base comune in cui si
riconoscano e si considerino i veri valori dell'uomo e della sua esistenza.
Una simile riflessione culturale spinge a ritrovare il senso della persona
nella sua interezza, nella sua capacità di relazione con gli altri,
nel suo vivace protagonismo e nella sua radicale apertura a Dio."
L'umanità ha bisogno di essere salvata dall'egoismo con tanto amore.
E sono convinto che i santi, campioni in umanità, abbiano molto
da insegnarci in questo!
Concludo con un riferimento tratto dalla Parola di Dio. E' un brano del
profeta Ezechiele. (37) "La mano del Signore fu sopra di me e il
Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che
era piena di ossa; mi fece passare tutt'intorno accan to ad esse.
Vidi che erano in grandissima quantità sulla distesa della valle
e tutte inaridite. Mi disse: "Figlio dell'uomo, potranno queste ossa
rivivere?" Io risposi: "Signore Dio, tu lo sai".
Mi disse: "Figlio dell'uomo, queste ossa sono tutta la gente d'Israele.
Ecco essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza
è svanita, noi siamo perduti. Perciò profetizza e annunzi
a loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi resuscito
dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d'Israele.
Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe
e vi resusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò
entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel
vostro paese, saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò".
Oracolo del Signore Dio. Laggiù nel piano attorno al campo di Auschwitz
c'è una coltre di cenere sparsa. E' il resto della storia di uomini
e donne che hanno vissuto, sperato, lottato, amato, sofferto. Annientati
dall'odio e dalla brutalità. Laggiù è una pianura
di ceneri mescolate. Laggiù è stata sparsa al vento la speranza
umana e con essa siamo morti un po' anche noi, sopraffatti dal peso dell'indifferenza
e della malvagità.
Laggiù in quella distesa di morte è sbocciato un fiore bellissimo.
E' il fiore della vita e della vittoria. Lo Spirito di Dio ha coltivato
e portato a fioritura. Nel giardino dell'umanità è un fiore
che rallegra la nostra esistenza, rinfranca la nostra tormentata speranza
e alimenta il nostro bisogno di amore. San Massimiliano, aiutaci tu!
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