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LA NOSTALGIA DEL PADRE Conferenza tenuta da Prof. G. Morra
alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 16 ottobre 1995 Nella sua Propedeutica filosofica G. F. Hegel ci offre una precisa definizione della famiglia: "La prima naturale relazione in cui l'individuo entra con gli altri è la relazione famigliare. Essa ha, per vero, anche un lato giuridico, ma questo è subordinato al lato del sentimento morale, dell'amore e della fiducia. La famiglia costituisce essenzialmente una sola sostanza, una sola persona. I membri della famiglia non sono persone l'uno di fronte all'altro. Essi entrano in un simile rapporto soltanto in quanto, per una disgrazia, il legame morale si è sciolto. Presso gli antichi il sentimento dell'amor famigliare, l'agire secondo esso, si chiamava pietas. La pietà ha in comune con la devozione religiosa, che viene anche designata con questo vocabolo, il fatto di presupporre un legame assoluto, l'unità, che è in sé e per sé, in una sostanza spirituale, un legame che non è stretto da un particolare arbitrio o caso" . Il concetto fondamentale di questa definizione, come si vede, è il carattere soprannaturale della famiglia, la quale non è semplice contratto, ma dono e amore reciproco, che delle molte persone fa una sola persona. Per Hegel la famiglia è precedente le persone, ciascuna delle quali è persona appunto perché fa parte della famiglia: "la totalità della famiglia costituisce la sua personalità" . I fondamenti dei rapporti
tra le persone, nella famiglia, sono dunque l'amore e la fiducia. L'amore
è alla base dell'incontro che genera la famiglia e che trasforma
i due in genitori ("parentes", da "pario", fare figli).
L'amore è alla base della generazione e dell'atto sessuale, inspiegabile
in termini meramente naturali, come ha compreso il Rosmini, quando ha
definito l'accoppiamento sessuale "un atto dell'anima, che opera
nei corpi e mediante i corpi" . L'amore trapassa poi all'amore per
i figli, che di quell'atto erotico sono il frutto. La generazione, che
è un atto d'amore, continua nell'amore per i figli, che è
volto a farli divenire persone.
Tradizione (dal latino "tradere", da "trans-dare", vale porgere, consegnare, portare avanti) è l'atto per il quale chi è stato reso partecipe di valori (il Padre, il Maestro, il Sacerdote) ne rende partecipi coloro che ancora non li posseggono in atto, ma solo in potenza, come capacità e disponibilità (Tradizione non è mai senza Iniziazione). La tradizione è il fondamento insuperabile di ogni processo educativo, che è sempre passaggio dalla potenza all'atto, per opera di una persona che ha già in atto ciò che viene insegnato, di modo che possa essere, insieme, causa efficiente, formale e finale del processo educativo . Non a caso Socrate, quando ha voluto indicare il processo dell'educazione, si è servito dell'immagine della ostetrica: la sua arte maieutica non produce la verità, ma detiene la capacità che consente alla verità di venire alla luce . Una educazione "rivoluzionaria" è a tal punto un non senso, che gli stessi rivoluzionari educano alla "difesa della tradizione rivoluzionaria". L'educazione è sempre un "tradere". Chi ha paura di violare la libertà dell'educando e ritiene di non dovergli nulla insegnare, in realtà, col suo presunto neutralismo, viola la libertà del giovane nel modo peggiore: non trasmettendogli altro se non i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue psicopatie. Non v'è dubbio che
insegnando qualcosa si può anche sbagliare; ma chi non insegna
niente non può sbagliare solo perché sbaglia sempre. L'educazione
neutrale è un semplice non senso; o un espediente per distruggere
una precedente educazione tradizionale e sostituirla con una nuova educazione,
che non sarà più neutrale, ma orientata e fondata .
Ora la base del rispetto e della venerazione è appunto il riconoscimento della Tradizione e della Autorità, incarnate dal Padre. Questo riconoscimento, che non esclude la consapevolezza dei limiti del padre, che è pur sempre un essere umano, non mette in dubbio che il ruolo-del-padre (di lui ora, di me domani nei confronti di un nuovo me) è insostituibile, in quanto esercita nel processo di formazione della persona un'azione non delegabile ad altri. La società può solo descrivere dall'esterno delle situazioni; ma ecco come un poeta nostro ha espresso dall'interno questo sentimento di rispetto, che è la risposta dell'amore-riconoscente del figlio all'amore-premuroso del padre: Padre, se anche tu non fossi
il mio
I secoli recenti hanno visto
diminuire sempre più l'autorità del padre. "Il padre
celeste e il padre politico sono morti insieme" (Carducci); la psicanalisi
aiuterà a ridimensionare il padre terreno, facendone un padrone
o un padrino. Per singolare paradosso, mentre il periodo di latenza dei figli diviene sempre più lungo, (scolarizzazione prolungata e immissione tardiva nell'attività lavorativa), l'autorità dei genitori viene sempre più contratta e ostacolata; contemporaneamente, i figli vengono sempre prima "educati" alla libertà (economica, sessuale, ideologica) e all'autodeterminazione (maggiore età a 18 anni) da parte del permissivismo dominante nei mass-media, tanto più forti ed efficaci della parola dei genitori. In una parola, viene a mancare l'apporto educativo della famiglia e del padre nel momento storico in cui ce ne sarebbe bisogno più che nel passato . Dal neutralismo di Rousseau al puerocentrismo romantico, dall'anarchismo tolstoiano alla descolarizzazione di Illich, si svolge una tendenza di emarginazione e al limite di espulsione dell'autorità paterna e della stessa famiglia, in modo da poter marciare - per dirla con Mitscherlich - "verso una società senza padre" . Tutto ciò potrebbe anche essere positivo, se al posto della vecchia educazione paternale si sostituisse una nuova educazione di altro genere: l'educazione è molto più ricca di ogni sua incarnazione storica e non si può certo escludere che l'uomo possa, nel corso del suo storico andare, reperire modelli educativi diversi.
Se ciò è possibile a priori, l'esperienza a posteriori mostra che sino ad ora le cose sono andate diversamente. Gli ultimi tre decenni in Italia hanno visto la crisi radicale di tutte le agenzie di socializzazione: famiglia, scuola, chiesa (tutte fondate sul medesimo modello paternale di educazione) non riescono più a dare una qualsiasi educazione (le eccezioni, non poche, ma pur sempre eccezioni, non mancano, ma confermano la regola). Era naturale che esse sentissero la crisi radicale che le raggiungeva; era ovvio che cercassero una strategia di risposta; ma tale strategia è stata sinora per lo più negativa e controproducente, in quanto si è limitata a celebrare un sicuro insuccesso con i toni trionfalistici della progressiva conquista. L'educatore (padre, maestro, sacerdote) si è fatto una plastica facciale, trasformandosi da educatore in educando. Il modello tradizionale (dalla potenza all'atto, cioè l'educatore come modello per l'educando) si è trasformato in modello "aperto" e "moderno": un'identificazione a rovescio, nella quale il fanciullo diventa "padre dell'uomo" ed è l'educatore ad imitare l'educando (giovanilismo del padre fratello, del maestro scanzonato, del sacerdote diverso). L'esito comprensibile è la mancanza, per l'educando, di un modello di autorità. Non v'è dubbio che molti fenomeni negativi che interessano i giovani del nostro tempo (torpore intellettuale, debolezza volitiva, incapacità di attenzione, confusione della polemica con la critica, velleitarismo amorale, bambinismo affettivo, instabilità psicomotoria, agitazione convulsa, evasione nella rock-music e nella droga, degradazione sessuale, violenza, parassitismo, ecc.) trovano le loro radici in una carenza di educazione, cioè di un'autorità capace di tradizione, da quando, nell'orgasmo collettivo sessantottardo, i padri si sono fatti discepoli, i maestri demagoghi e i sacerdoti pecorelle smarrite .
Una prova dell'esito negativo di questo processo è stata indicata da non pochi sociologi e psicologi (ce ne sono anche di validi): la crisi dei giovani, oggi, non deriva da una reazione all'eccesso di autorità, ma da una richiesta insoddisfatta di autorità. Il giovane che fugge da casa, per fare solo un esempio, non lo fa per reagire ad un'oppressione di autorità, ma per mancanza di autorità (naturalmente parliamo dell'autorità vera, quella promotrice e liberatrice, non quella repressiva e inibitoria, che non è autorità, ma autoritarismo). Di manifestazioni, che testimoniano la diffusa esigenza di autorità nei giovani, ne conosciamo non poche: la perdita o l'uccisione del padre induce alla ricerca di padri inautentici, leaders carismatici o rivoluzionari, guru, campioni sportivi e cantanti; la mancata formazione della persona, dovuta ad una carenza di autentica autorità, si traduce in uno stato d'animo di incertezza e di risentimento, che trova un compenso nella liberazione della personalità non raggiunta in forme di gregarismo e narcisismo collettivo, evidenti nelle assemblee e nei cortei; la ricerca dei posters con cui tappezzare la cameretta rivela la ricerca ansiosa di modelli autoritativi e paterni . A peggiorare la situazione
sono giunte leggi assurde, come quella dei matrimoni tra due maschi (si
fa per dire) o tra due femmine; o come quella che consente ai singoli
o alle coppie omosessuali l'adozione, di modo che il bambino non avrà
il padre o non avrà la madre, oppure avrà due padri o due
madri. Ogni combinazione, purché innaturale, sembra lecita. Non
v'è da stupirsi del desiderio espressomi da una non più
giovane signorina: di sposare il cane e di adottare il gatto.
Ciò che va riconquistato
è il rapporto autentico tra padre e figlio, tra l'amore paterno
e quello filiale, fatto di sollecitudine e di dedizione il primo, di rispetto
e disponibilità il secondo. Non si tratta in alcun modo di riproporre
soluzioni passate (indietro non si torna), ma di riscoprire quel fondamento
spirituale della paternità, che fa del padre e del figlio due esseri
che reciprocamente si richiedono. Di grande aiuto, in tal senso, sono
le annotazioni espresse da Gabriel Marcel, nello scritto Il voto creatore
come essenza della paternità (1943). La crisi della figura di Padre, per Marcel, è solo in seconda istanza un fatto sociologico; essa è in prima istanza un crollo di ordine metafisico, che ha le sue origini nella rottura del vincolo nuziale tra l'uomo e la vita, per cui il dono e la promessa diventano calcolo e contratto (basti pensare a fenomeni come il divorzio, l'aborto, l'eutanasia, lo scambio di organi vitali). Per Marcel il recupero della paternità come voto creatore coincide con il recupero della famiglia e dei suoi fondamenti soprannaturali, fedeltà e speranza. Scrive Marcel nel suo saggio su Il mistero familiare (1942): "La famiglia è una gerarchia riconosciuta, nella quale io non devo soltanto integrarmi riconoscendo l'autorità incarnata dal suo capo: io vi sono dentro fin dall'origine, vi sono coinvolto, vi ho le radici e il mio stesso essere. Non è possibile distruggere questa gerarchia, non è possibile abolire questa autorità senza distruggere nello stesso tempo la famiglia come valore: perché allora la famiglia non è più ai miei occhi che una rete nella quale mi sembra d'essere finito impigliato per errore, e da cui devo cercare di liberarmi il più presto possibile" .
Gerarchia: altra parola profonda
e pur fraintesa! Essa non è comando o supremazia, ma è "ierà
archéia", ossia "principio sacro", che ontologicamente
fonda e valorizza, impedendo ogni primato che non sia servizio. Insieme
con la Tradizione e la Autorità, la Gerarchia è necessaria
alla famiglia. Ma la gerarchia non esclude l'amore, in quanto è,
essa stessa, amore. L'amore paterno, allora, viene riconosciuto come un
riflesso di un Amore Paterno più alto; il rapporto padre-figlio
trova un fondamento di reciproco rispetto, che esclude sia l'autoritarismo
sia la ribellione.
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