LA SCUOLA ITALIANA OGGI

Conferenza tenuta da Prof. Gianfranco Morra alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 21 novembre 1985
(Trascrizione non rivista dal relatore)

Le ragioni di un impegno dei cristiani, religiosi o laici che siano per la fondazione, difesa e promozione di scuole cristiano, sono, oggi, quelle di sempre. Il cristianesimo è annuncio di una salvezza avvenuta, ma non ancora compiuta, da proporre a tutti gli uomini. Dire Cristianesimo è dire evangelizzazione: "Guai a me, se non predicassi il Vangelo". Solo una concezione individualistica della religione induce all'atteggiamento della solitudine con Dio incapace di aprirsi ai fratelli (unus Christianus, nullus Christianus). E' cristiano colui che divide con gli altri sia il pane materiale, sia il pane spirituale; è cristiano colui che si fa imitatore degli Apostoli nell'evangelizzazione, secondo l'imperativo del Cristo: "euntes docete".
La storia della scuola cattolica è la storia stessa della Chiesa. La Chiesa ha un solo Fondatore, così come la scuola cattolica ha un solo Maestro. La storia della Chiesa, come ricorda il recente Documento della "Conferenza Episcopale Italiana": "La scuola cattolica, oggi, in Italia", è la
storia della scuola cattolica: dalle abbazie benedettine alle scuole diocesane, dalle università agli ordini educativi della Riforma cattolica, dalle scuole professionali del secolo scorso alle scuole materne del nostro secolo. Ed è storia di pluralità legittima di istituzioni, ciascuna con finalità e metodologie proprie, ma tutte unite nell'unità della Chiesa.
La Storia della scuola cattolica in Italia passa attraverso alcuni momenti, caratterizzati da diverse situazioni storiche e culturali:
1) sino alla rivoluzione francese - La Chiesa gestisce in proprio quasi tutta l'educazione, soprattutto attraverso gli ordini religiosi, diversamente orientati; le riforme dell'assolutismo illuminato, attuate in alcuni stati italiani, non hanno sostanzialmente modificato questa situazione;
2) dalla rivoluzione francese al fascismo - la diffusione in Italia delle idee rivoluzionarie e, dopo il periodo della Restaurazione, l'unificazione per opera dei Savoia in contrasto con la realtà dello Stato della Chiesa, conduce lo stato ad assumere in proprio quasi tutta l'educazione, dalle elementari all'università; la scuola statale, rivela un forte orientamento laicista e anticlericale, in contrasto con il proclamato "liberalismo" dei governi; alcune scuole cattoliche sopravvivono, altre ne nascono, soprattutto a carattere supplettivo, ossia dove lo stato è carente, in particolare nella istruzione professionale (Salesiani, Giuseppini del Murialdo, ecc.);

3) dal fascismo ad oggi - il superamento del contrasto tra Stato e Chiesa (Patti Lateranensi del 1929) conduce i cattolici ad impegnarsi per una educazione sempre più alternativa rispetto a quella statale; nascono dovunque nuove scuole, animate da un proprio progetto educativo cristianamente ispirato; la fine della dittatura ed il clima di democrazia consente di proporre una scuola cattolica entro il pluralismo solennemente affermato dalla Carta costituzionale (1948).

Come si vede, la scuola cattolica è, in ogni epoca, una risposta alle esigenze dei tempi, sulla base di una finalità perenne: la formazione integrale della personalità alla luce dei principi cattolici, in modo da realizzare una sintesi tra fede e cultura. Nel momento attuale, la presenza di una scuola cattolica (che non esclude la presenza di cattolici nella scuola dello stato) appare da un lato garantita dalle affermazioni di libertà delle persone e dei gruppi all'interno del pluralismo come strumento di convivenza democratica.
D'altro lato, la presenza della scuola cattolica appare richiesta dalle tendenze culturali prevalenti nel pluralismo ideologico della società italiana. La scuola cattolica, dunque, da un lato è un diritto, che uno stato che si definisce democratico deve assicurare, dall'altro è un dovere, cui il cattolico non può sottrarsi. La scuola cattolica è tanto una possibilità garantita dal pluralismo democratico, quanto una risposta all'interno del conflitto ideologico del pluralismo. Il termine "pluralismo", infatti, largamente usato ma raramente definito, esprime sia la possibilità di presenza dell'umanesimo cristiano nella policultura italiana, sia gli ostacoli che gli umanesimi non cristiani e/o anticristiani, pongono allo svolgimento di una educazione integrale della scuola cattolica.
Cosa significa che l'Italia è una società pluralistica? Significa che anche l'Italia, come tutti i paesi modernizzati a forte sviluppo industriale, vede compresenti molti sistemi di legittimazione della vita e di orientamento della condotta. Le società tradizionali sono sostanzialmente monoculturali: il sistema di valori, cui singoli e gruppi ispirano la loro vita, è organico e unitario; le istituzioni sono poco differenziate. Non mancano conflitti e dissensi, ma il cosmo assiologico rimane fortemente unitario.
Le società modernizzate, invece, nelle quali l'azione elettiva prevale sull'azione prescrittiva e l'innovazione viene privilegiata rispetto alla tradizione, sono sostanzialmente policulturali: esse vedono una compresenza di valori e di istituzioni con finalità diverse e anche contrastanti. Vengono chiamate, anche, società pluralistiche, in quanto prive di una unità di coscienza (coscienza = cum-scire), vedono le tendenze centrifughe prevalere. Il pluralismo è la coesistenza di molti cerchi non concentrici e intersecantisi, con relazioni ora di collaborazione, ora di tolleranza., ora di lotta. Al limite, il pluralismo coincide con il frazionamento e con la disgregazione, in una struttura sociale fortemente individualistica, come ha mostrato Luigi Sturzo nel suo trattato di sociologia.
Due sono le condizioni, che consentono al pluralismo di non degenerare nella guerra di tutti contro tutti: la forte tradizione democratica, che è richiamo al principio antipluralistico del bene comune e della tolleranza reciproca, in modo da stabilire un fair play capace di rispettare il trionfo temporalmente definito di una ideologia sulle altre (regolamentazione ragionevole del conflitto sociale e culturale all'interno del sistema); e lo stato di benessere della società, che consente ai molti stili di vita ed ai diversi interessi buoni margini di realizzabilità senza pericolo di limitazioni reciproche (la difesa della privacy come luogo privilegiato delle esperienze personali). Quando queste condizioni vengono a mancare, il pluralismo rischia di degenerare in conflittualità violenta.
Il pluralismo, dunque, non è un valore, ma una situazione, nella quale si vengono a trovare le società industriali avanzate. I pericoli del pluralismo, ove venga a mancare la solidarietà (tipica nozione antipluralistica), sono stati enunciati da tutti i sociologi: criticità, nel senso di disgregazione, in Saint - Simon; alienazione in Marx; anomia in Durkheim; burocratizzazione
(razionalità funzionale) in Weber. Ciò che rende positivo il pluralismo è la quantità di aggregazione e di libertà, che entro di esso è, di volta in volta, possibile realizzare. Il pluralismo sociale e culturale, caratteristico dell'Italia oggi, non può in alcun modo essere confuso con la pluralità, che esiste all'interno dell'unità delle molte sub - culture presenti nell'agglomerato pluralistico. E' il caso della cultura cattolica, la quale (anche quando non era ancora una sub - cultura) ha sempre rifiutato l'identità unità - uniformità, ha sempre
consentito una pluralità legittima e ha sempre tenuto lontano il pluralismo "equivoco e disgregatore". Diverse e complementari teologie, filosofie, spiritualità, liturgie, educazioni, estetiche, sono sempre esistite, ma solo all'interno dell'unità della fede - cultura e derivate dall'unità della fede - cultura. Per il cattolico è la pluralità che deriva dall'unità e la manifesta, non viceversa, mentre dal pluralismo non potrà mai nascere alcuna unità.
Ciò appare in tutta chiarezza a proposito del processo educativo. Una educazione è valida solo se è unitaria, ossia solo se ha un centro e un orientamento. L'educazione neutrale è una contraddizione di termini. Essa ha avuto, storicamente, la funzione di opporsi ad una educazione confessionale e orientata, come quella cattolica. Ma il neutralismo è stato ben presto abbandonato per produrre anch'esso una scuola confessionale e orientata.: la scuola nazionale della borghesia liberale. Non a caso la scuola giacobina è l'erede del presunto neutralismo del Rousseau.
Come hanno mostrato tutti i pedagogisti della tradizione cattolica, il neutralismo, più che un errore, è una impossibilità (come, del resto, l'indifferentismo e la non credenza, che sono piuttosto superstizione e miscredenza).
L'uomo non può fare a meno, in ogni sua attività sensata, di fare riferimento ad un sistema di valori e di fini, ai quali egli subordina la sua azione, come ha mostrato Rosmini nel suo trattatello sulla unità dell'educazione. Ogni educazione è confessionale. La scuola pluralistica non è una scuola a-confessionale, ma una scuola pluriconfessionale. L'uomo non può vivere né agire senza credere in qualcosa; quando perde alcune credenze, ne acquisisce altre. Aveva ragione Federico Nietzsche: " l'uomo, piuttosto che non volere, preferisce volere il nulla".
La società pluralistica, dunque, in tanto difende la libertà dei cittadini, in quanto non solo consente, ma anche favorisce il formarsi di aggregazioni ed istituzioni diversamente orientate. Nel lavoro, nel tempo libero, nell'assistenza, nella educazione, dovunque uno stato è veramente democratico, quando difende e sollecita il pluralismo delle istituzioni (dato che il pluralismo nell'unica istituzione non garantisce a sufficienza la libertà di iniziativa e di associazione); quando lo stato non difende il pluralismo delle istituzioni, allora è già sulla strada, descritta da tanti autori, che porta dalla democrazia democratica alla democrazia totalitaria.
Il pluralismo delle istituzioni, del resto, non è un fatto giuridico soltanto; esso è anche e prima un principio morale e sociale. Esso è la conseguenza della affermazione più solenne della nostra civiltà europea: il primato della persona e dei gruppi associati nei confronti della società e dello stato. Il compito dello stato non è quello di sostituirsi alle persone, alle famiglie, ai gruppi esautorandoli delle loro funzioni ed assumendone in proprio tutte le iniziative (stato imprenditore, assistenziale , educatore, ecc.); è, invece, quello di favorire le iniziative dei singoli e delle associazioni, creando le condizioni perchè la loro attività sia fertile e finalizzata al bene comune. La dottrina sociale cristiana chiama tale imprescindibile fondamento della vita sociale libera e produttiva "principio di sussidiarietà".
Anche il sociologo cattolico Luigi Sturzo stabilirà proprio su questo rapporto tra la persona e la società una delle sue fondamentali leggi sociologiche, quella di risoluzione: "E' solo la coscienza individuale, cioè l'uomo razionale, colui che effettivamente risolve in sè ogni forma sociale, e che nella sua autonomia unifica i vari elementi della socialità umana. Egli gerarchizza i fini delle varie forme sociali, nelle quali esplica le sue attività, essendo metafisicamente il termine e il fine della società stessa".
Il totalitarismo (sociale, politico, culturale) nasce quando non è la società, che si risolve nella persona, ma è la persona, che si dissolve nella società e nello stato. Lo stato totalitario è uno stato panteista, ossia divinizzato, che si considera origine e fine di tutti i valori e di tutte le attività individuali e sociali. Tutto, nel totalitarismo, nasce dallo stato, tutto sussiste nello stato, tutto viene compiuto per lo stato. In tal senso Mussolini - Gentile (e Gramsci) proposero un "partito che governa totalitariamente una nazione", anche se toccò soprattutto a Stalin e a Hitler realizzare questo progetto.
Non è un caso che le origini del totalitarismo si possano ritrovare soprattutto nel giacobinismo, la cui politica scolastica, di totale disprezzo del primato della persona, venne definita, nell'anno 1793, con precisione dal Danton: "E' tempo di ristabilire questo gran principio, che i fanciulli appartengono alla repubblica avanti di appartenere ai loro genitori". Antonio Rosmini, che riporta questo imperativo giacobino, nella sua operetta "Sulla libertà dell'insegnamento" contrappone al "dispotismo della rivoluzione francese" il principio basilare del diritto naturale della tradizione cristiana: "La libertà è l'esercizio non impedito dei propri diritti. I diritti sono anteriori alle leggi civili. Il fondamento della tirannia è la dottrina che insegna il contrario; c'è un diritto naturale sacro e inviolabile alla libertà dell'insegnamento, la libertà naturale giuridica dell'insegnamento, anteriore a tutte le leggi civili".
L'antitotalitarismo parte da una affermazione opposta: "I fanciulli appartengono, come ogni essere vivente e ragionevole, in primo luogo a se stessi e alle loro famiglie; solo secondariamente essi appartengono allo stato, il quale ha il compito di tutelare, garantire e rendere possibile la libertà dei singoli e dei gruppi". La democrazia italiana non può fare eccezione rispetto alle altre democrazie europee e non europee, se vuole veramente essere democratica. La libertà dell'educazione non viene chiesta dai cattolici per sè, ma viene rivendicata come un diritto per tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose.
Lo aveva capito assai bene Benedetto Croce, quando, nello stesso anno in cui divenne Ministro della Pubblica Istruzione, scriveva: "Ho ferma e profonda convinzione che solo la valida concorrenza della scuola privata possa risanare e rendere robusta ed efficace la scuola di stato. Ora la scuola privata non è libera, perché quella di stato le ha fatto per parecchi decenni, e le fa, una concorrenza sleale, che ha danneggiato tutt'insieme la scuola privata e la scuola di stato". Come ha osservato anche un liberale e laico, destinato a divenire il primo Presidente della Repubblica. italiana, fuori della varietà e della diversità dell'insegnamento, non è facile che la libertà possa essere trovata.
Possiamo riassumere i termini antropologici, culturali e pedagogici del problema:
1) la pluralità delle istituzioni scolastiche (scuola libera di stato e scuole, sociali e non private, libere non di stato) è richiesta dalla tradizione cristiana e democratica dell'Europa e dell'Italia; la Carta Costituzionale riconosce solennemente tale pluralità;
2) il pluralismo dei progetti educativi corrisponde alla necessità riconosciuta da tutte le carte democratiche dei diritti, che lo stato assicuri ai genitori quel tipo di educazione per i loro figli, che meglio corrisponde alle loro convinzioni antropologiche (filosofiche e/o religiose);
3) tale diritto per i genitori non può non tradursi in possibilità reale per tutti, senza discriminazioni per i meno ricchi, ai quali lo stato deve assicurare la possibilità di scelta del tipo di scuola mediante adeguati aiuti economici; tali aiuti non riguardano le scuole, ma unicamente i genitori, portatori di questo diritto (non concessione) in quanto cittadini e contribuenti fiscali;
4) la concessione di contributi alle famiglie implica per lo stato il diritto ed il dovere di controllare le scuole non di stato; tale controllo deve riguardare: a) i bilanci della scuola; b) la professionalità degli insegnanti, nella salvaguardia della convergenza tra progetto educativo della scuola e antropologia dei docenti (lo stato può richiedere condizioni tecnico - professionali circa il titolo di studio e di abilitazione all'insegnamento, ma non può imporre l'assegnazione, sulla base di graduatorie burocratiche, di insegnanti, che non facciano liberamente proprio il progetto educativo della scuola libera non di stato, quale ne sia l'orientamento); c) il grado di preparazione degli studenti, il cui titolo di studio conseguito detiene riconoscimento legale (cosa, questa, che da tempo avviene senza creare problemi).
Ma il documento dei Vescovi italiani, in precisa continuità con le due dichiarazioni della Sacra congregazione per l'educazione cattolica: "La scuola cattolica" (1977) e "Il laico cattolico testimone della fede nella scuola" (1982), non si limita a definire una situazione storica; esso indica, ancora, quale debba essere l'atteggiamento degli operatori educativi delle scuole cattoliche. E' compito dello stato di stabilire la cornice generale, entro cui la scuola cattolica possa, come ogni altra scuola libera non di stato, consentire ai cittadini l'esercizio di un loro diritto. Ma solo l'impegno illuminato e solidale delle famiglie, dei docenti e degli studenti consente di riempire quella cornice con un ritratto luminoso ed allettante: quello della scuola cattolica.
Fra le indicazioni del Documento ne scegliamo alcune:
1) scuola cattolica come scuola - la scuola cattolica è un progetto di educazione alternativa rispetto alla educazione delle scuole non cattoliche (di stato e non); ad essa nulla deve mancare di quelli che sono i fondamenti e le finalità specifiche di ogni scuola in quanto tale: l'istruzione efficiente ed aggiornata, conoscenza sicura della materia, aggiornamento culturale continuo, competenza circa le metodologie di insegnamento, scambio interdisciplinare tra esperienze di insegnamenti diversi o simili; in modo particolare sono la società attuale, la sua struttura e le sue tendenze, la sua cultura ed i suoi limiti, le sue aspirazioni e i suoi fallimenti, che il docente deve conoscere, al fine di saperne cogliere gli aspetti positivi e metterne in luce i limiti, con una metodologia critica, non polemica, egualmente lontana dagli ostracismi preconciliari nei confronti della cultura moderna e da certe ubriacature post - conciliari a riguardo di idee non cristiane e anticristiane prevalenti nel pluralismo attuale, con le quali il cattolico stabiliva un rapporto di subalternità;
2) scuola cattolica come cattolica - la scuola cattolica ha una precisa irrinunciabile identità; essa non è una scuola "gestita" da cattolici, ma una comunità educante di persone che si ritrovano, per libera scelta, in un progetto educativo antropologicamente orientato e religiosamente fondato. E'
appunto una scuola cattolica, ossia una scuola che viene definita nelle sue finalità e nel suo significato più dall'aggettivo che dal sostantivo; l'identità della scuola cattolica, lungi dal precludere il dialogo con le altre subculture, ne costituisce il non equivoco fondamento, secondo il principio tradizionale della Patristica e della Scolastica: charitas in veritate; la scuola cattolica non è una scuola qualunque, un parcheggio più o meno custodito, ma un luogo di incontro e di lavoro comune tra persone, che fanno proprio un preciso progetto educativo.
3) scuola cattolica come scuola dell'intera comunità ecclesiale - la pluralità dei molti, distinti ma non contrastanti, progetti di educazione cattolica deve collegarsi ed unificarsi nella Chiesa locale, come nel luogo nel quale tutti i cattolici riconoscono ed approfondiscono la loro identità; sia il recente Documento, sia il nuovo Codice di Diritto Canonico rivendicano unicamente al Vescovo diocesano il diritto di istituire o di riconoscere scuole cattoliche e di consentire la denominazione "scuola cattolica"; come pure impegnano il Vescovo ordinario nel dovere di vigilare sulle scuole cattoliche e di visitarle; tali disposizioni non intendono in alcun modo contrastare la legittima pluralità delle scuole cattoliche, le cui tradizioni sono radicate e positive, ma solo evitare ogni pericolo di esclusivismo o di competizione, in modo che i molti progetti vengano rispettati nella loro pluralità e coordinati in un efficace progetto educativo e organizzativo comune. Il richiamo alla Chiesa locale, del resto, altro non è che la riconferma della dialettica pluralità-unità, al fine di escludere ogni pluralismo spontaneistico, disgregatore e dissolutore.
4)scuola cattolica come scuola di tutti i cattolici, laici o sacerdoti che siano - l'accettazione del ruolo attivo del laicato, caratteristica comune a tutta la Chiesa cattolica del nostro secolo ed enfatizzata nel Concilio Ecumenico Vaticano II, impone ai laici, genitori ed insegnanti, di non essere solo fruitori o esecutori di un servizio educativo, ma anche attori ed inventori. Non è solo la diminuzione numerica degli operatori educativi religiosi che richiede un maggiore impegno da parte del laicato cattolico, ma è la necessità che tutto il popolo cristiano sorregga e conduca la comunità educante della Chiesa locale, sia negli aspetti economici ed organizzativi, sia per quanto attiene alla vera e propria attività pedagogica.