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LA MATERNITA'
Conferenza tenuta da Prof.sa. Anna
Gamberini alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 30
ottobre 1995
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Le varie emittenti culturali dei nostri
giorni presentano la maternità come qualcosa di estremamente banale,
intendendo per essa solo l'atto fisico.
In questo modo essa è vista come un diritto della donna, non più
della coppia. Fisiologicamente un bimbo ha bisogno di un papà e
di una mamma, ma siamo di fronte a molte situazioni in cui una donna anche
sola decide di volere un bimbo oppure una coppia di sposi decide di non
volerlo. Quindi la maternità superficialmente è considerata
come un diritto della donna, che può scegliere di volere un figlio
a sessant'anni o di non volerlo né a diciotto, né a venti,
né a trenta, e , se per caso capita, decide di ucciderlo. La percezione
a livello epidermico è quella di una maternità banalizzata,
svilita, in cui il figlio è un'aggiunta fastidiosa della coppia,
qualcosa che arriva come un peso.
La maternità è stata ed è tuttora, per alcune fasce
sociali, un mito. Una donna è considerata un fallimento o essa
stessa si considera poco donna o non donna se, per esempio, è sterile.
C'è una grande sofferenza nelle coppie sterili perché soprattutto
la donna si sente incapace di qualcosa. La stessa sofferenza si trova
nelle mamme che all'ultimo momento, non per scelta, si trovano a subire
un cesareo.
Secondo quest'ottica la maternità comporta un aspetto di completamento
della persona: se una donna riesce ad avere un figlio è più
donna, più valida, più importante. Questo può essere
anche vero, ma la dignità di una donna non è essenzialmente
nella maternità fisica. Ogni volta che ci si trova di fronte al
mistero della nascita di un figlio, tale mistero inizia e non finisce
più. Una donna è in perenne gravidanza, non solo per nove
mesi, ma dopo nove anni e magari dopo quarant'anni, perché è
sempre nell'attesa che questa creatura, qualunque età abbia, sbocci
in maniera più piena, più umana.
Ciò si verifica se la vita di una donna è giocata sul dono
di sé. L'uomo e la donna vivono una coniugalità e il figlio
ne è frutto. A volte tale comunione è rovinata, sprecata.
Tante volte non è radicata nell'amore ma in un egoismo reciproco.
I coniugi non si posseggono, né possiedono i figli che sono stati
loro affidati perché li facciano diventare persone autonome. Spesso
i genitori fanno calcolo sulla professione dei figli, pretendono che diventino
abili in tutto e che alla fine facciano delle scelte condizionate sempre
dai genitori stessi. Questa non è maternità, è possesso,
è un rapporto incestuoso, radicalmente sbagliato, che ha origine
normalmente in un rapporto di coppia sbagliato.
I cristiani dovrebbero quindi attingere dai primissimi versetti della
Genesi l'autentico modello di uomo e donna. Nella Bibbia si dice che l'uomo
e la donna sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, quindi come
realtà in comunione, che è dono, aiuto e sostegno reciproco.
Tale comunione deve essere feconda, perché non devono esserci persone
che crescono solo per se stesse. La Genesi ci dice che l'uomo è
fatto ad immagine di tre Persone, è una realtà di comunione
in cui esiste un Padre che dà la vita, un Figlio che accoglie e
un Amore tra loro così forte che diventa persona. La coppia umana
è icona, è finestra di questa comunione che non può
non essere feconda.
Ma la maternità non è solo quella fisica, anche se è
stato dato alla coppia il compito di portare a termine la creazione. Dio
avrebbe potuto benissimo fare tutto da solo, invece ha affidato il mondo
all'uomo. Poi l'uomo, ribellandosi, lo ha rovinato e sciupato. L'uomo,
la donna e il mondo sono usciti dalle mani buone di Dio, e Dio ha tanto
amato il mondo da donargli suo Figlio.
Per trovare il significato di maternità possiamo ritenere l'affermazione
che ha fatto Papa Giovanni Paolo I: "Dio è padre e madre".
In Ezechiele Dio dice: "O visceri di misericordia", dove "visceri"
sta per commozione uterina, per l'immediatezza di rapporto con il suo
popolo. Dio dice al popolo di Israele: "Ti ho condotto come un bimbo,
ti ho sollevato sulle ginocchia, ti ho tenuto sulle mie braccia. Come
una madre consola suo figlio, così io ti ho consolato". La
maternità di Dio è una tenerezza infinita finalizzata alla
crescita dell'altro. La donna esiste per essere quella che, accogliendo
l'amore, lo ridona. Quindi la maternità non è mai disgiungibile
dalla coniugalità. Tutte le volte che una donna dà speranza
ad una persona di qualunque età, ella sta vivendo il suo essere
donna e madre. Tutte le volte che una donna si chiude all'amore, perde
la capacità di amare. La coniugalità è sì
con il coniuge concreto, ma è essenzialmente una coniugalità
con Dio. Il matrimonio è segno del rapporto di Dio con la Chiesa.
In qualunque donna non è possibile disgiungere l'essere madre dall'essere
sposa e dall'essere vergine. Se una donna non vive un rapporto d'amore
con Dio, non può vivere un rapporto di maternità spirituale
verso i propri figli e verso tutte le persone del mondo. Se non si attinge
alla fonte dell'amore, se non ci si lascia amare, non si è capaci
di amare.
L'amore di Dio arriva tutti i giorni, vive dentro ad ogni persona. Tale
amore dà la capacità alla donna, se vuole, di vivere una
femminilità che è sempre maternità e desiderio che,
da ogni creatura che ha davanti, nasca qualcosa di più grande,
di più bello, di più pieno. Maternità vuol dire "non
essere seminatore di morte". Tutte le volte che si dà un giudizio
tagliente o si toglie speranza ad una persona, si abortisce quella persona,
la si fa morire. La donna in tal modo manca alla sua essenza di madre.
Anche una donna sposata può vivere la verginità, nella misura
in cui dona gratuitamente qualcosa di suo, la sua vita, il suo tempo,
l'intelligenza, la sensibilità, l'affetto, a tutte le persone che
incontra.
Ogni volta che c'è il concepimento di un bambino ci si trova di
fronte ad un mistero che, essendo un dono, porta gioia e sofferenza. In
fondo il parto e la morte sono due momenti pasquali: c'è un momento
di sofferenza, un Venerdì Santo, e un momento di vita, la domenica
di Pasqua. Passare dal Venerdì Santo alla Resurrezione non è
tanto semplice, perché la sofferenza è un mistero che ci
fa un pò paura. Quando si accoglie un figlio, si accetta un mistero
e quindi un carico di sofferenza.
La sofferenza del parto è il meno, in qualche ora si risolve tutto
e poi veramente c'è la gioia perché la donna sa di aver
dato al mondo un uomo (come dice Gesù). La sofferenza è
tutta la trepidazione, il timore che questi figli non siano quello che
dovrebbero essere, non giochino tutte le loro capacità, non sviluppino
tutti i loro talenti, non diventino degli uomini e delle donne pieni di
vita e di gioia. Questa è la grossa sofferenza di ogni maternità
fisica e spirituale.
Bisogna abbandonare l'idea che la maternità sia solo quella fisica.
E' ben altro, è una fecondità amplissima verso tutto e tutti.
La maternità resta un mistero continuo di vita e di morte, perché
si ha sempre davanti una persona che è altro da noi. Si ha davanti
un altro essere da far crescere, da far fiorire, ma del quale non siamo
padroni. Occorre riscoprire la funzione materna come "custode del
mondo", cioè come persona che umanizza il mondo.
Il Papa, nell'enciclica "Mulieris dignitatem", dice: "In
questo mondo fatto di tecnica che rischia di diventare arido, la donna
ha il compito di umanizzare l'uomo, di rimanere madre del marito, dei
fratelli, dei figli". Il genio femminile diventa il cuore caldo dell'umanità.
Infatti il divisore, Satana, è andato a rompere la coppia a partire
dalla donna, come custode della religiosità e dell'amore. Anche
Dio, dopo aver fatto tante alleanze con gli uomini (Mosè e Noè)
andate male, ha deciso di farne una con una donna. La donna ha accettato
e così Dio è potuto venire al mondo.
Tra i talenti di una donna c'è quello di essere custode dell'amore,
del rapporto con Dio, della religiosità, che vuol dire andare alla
fonte dell'amore. Se non si tiene conto di questo enorme talento dato
alla donna, la gioia di quest'ultima non è piena. Sarebbe come
negare la potenza che Dio ha dato all'uomo e alla donna e ha chiesto alla
donna di conservare.
Come può una donna conciliare la vita professionale e la maternità?
Se una donna decide di dedicarsi completamente alla vita professionale
deve rinunciare alla maternità e quindi anche alla coniugalità.
Invece nel momento in cui si crea un rapporto di coppia si deve vivere
una condivisione che non può chiudersi alla fertilità. Se
due persone sposate escludono il figlio perché mirano al successo
professionale, essi vivono un rapporto fondato sull'egoismo e sullo sfruttamento
reciproco.
Come è possibile seguire l'invito del Papa a realizzare una maternità
ampia e gioiosa in una società in cui i genitori sono costretti
a lavorare entrambi per necessità?
Il Papa invita ad una maternità ampia e gioiosa nel senso di una
apertura alla vita che non può venire esclusa perché, a
causa di problemi economici, i genitori sono costretti a lavorare entrambi
e il contratto di lavoro prevede che la donna non abbia figli. Ciò
può essere evitato rinunciando al superfluo e cercando di condurre
una vita sobria, sebbene sia necessaria anche un'azione sociale di sostentamento
alla famiglia.
Come bisogna porsi nei confronti dei figli cosiddetti "ribelli"?
Fino a che punto i genitori possono insistere nel proporre i loro valori?
Nel rapporto con i figli, soprattutto se adolescenti, non bisogna imporsi,
perché questo limiterebbe la loro libertà e la possibilità
che essi ragionino con la loro testa. Occorre invece proporre i propri
valori con le parole ma soprattutto con la vita, come ha fatto Gesù.
E' necessario inoltre sostenere la loro personalità debole e aiutarli
a perseverare nelle decisioni che hanno preso ma che poi spesso abbandonano.
Non bisogne neppure aver paura dello scontro che spesso i figli cercano
solo per mettere alla prova i genitori.
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