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LA LIBERTA' OGGI: UNA LIBERTA' INSIDIATA
Conferenza tenuta da S.E. Mons. C.
Caffara alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 7 dicembre
1998
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Che la libertà sia minacciata continuamente
è la nostra esperienza quotidiana; che la minaccia sia rivolta
anche alla dignità della persona umana, è una certezza che
appartiene al nostro patrimonio culturale definitivamente acquisito.
Tuttavia non sempre l'uomo è consapevole di quali siano le minacce
che mettono a rischio la sua libertà.
Voglio focalizzare l'attenzione sulla minaccia oggi più grave:
sia di per sé, sia perché si presenta in un modo in cui
ad essa non si fa caso.
Parto dalla considerazione di un fatto che è sotto gli occhi di
tutti: la riflessione sulla istituzione matrimoniale, a cui ho dedicato
molta attenzione.
Nel 1992 il sociologo Giddens ha pubblicato "La trasformazione della
intimità, sessualità, amore ed erotismo nelle società
moderne".
Secondo il sociologo la vita coniugale si è grandemente trasformata
perché il matrimonio è divenuto una "relazione pura",
ovvero una situazione nella quale una relazione viene costituita in virtù
dei vantaggi che ciascuna della parti può trarre da un rapporto
continuo. La relazione permane fino a che ciascuna parte ritiene di trarne
sufficienti benefici. Si sta insieme perché conviene, in essa l'unica
cosa che conta è la parità dei conti, nel dare e nell'avere.
Sorgono quindi due domande: Si può oggi ritenere che il vissuto
coniugale è descrivibile veramente come una relazione pura? Io
sono convinto di sì, basta pensare come sia ormai del tutto estranea
alla mentalità normale l'idea di definitività, di indissolubilità.
Una mentalità che ha esaltato l'idea di fallibilità di tutte
le affermazioni umane (K. Popper) come condizione sine qua non della libertà.
Una mentalità di anarchismo intellettuale come sua regola d'oro:
così negli ultimi anni, per mettersi al riparo da ogni delusione,
non ci si sposa più, o lo si fa con la precisa convinzione che
qualora non andasse più bene, domani si può sempre cambiare.
Perfino il linguaggio sembra adeguarsi a questo nuovo clima: in cinema
ed alla televisione, ad esempio, è sempre più raro sentire
pronunciare l'espressione "Ti amo". E' un po' come se l'espressione
avesse qualcosa di fastidiosamente definitivo. Molto più prudente
limitarsi ad un temporaneo "con te sto bene".
La vita di coppia è sottoposta ad una crescente contrattazione,
si contratta pressoché tutto, perfino la definizione stessa di
matrimonio. Non esisterebbe più, cioè, un matrimonio che
potesse essere esibito come naturale; molti, tra cui il Parlamento europeo,
propongono che sia riconosciuto anche alle coppie omosessuali il diritto
di mettere su famiglia, di adottare figli, e così via.
Insomma, il matrimonio è sempre più basato su contratti
rivedibili.
Ho richiamato l'attenzione sul matrimonio in quanto il vissuto coniugale
è uno dei più significativi test di un avvenimento spirituale
che ormai ha investito non solo chi si sposa, ma la persona umana come
tale.
Non è la Chiesa cattolica a stabilire che per concepire un bambino
ci vogliono un uomo ed una donna, è la natura. L'istituzione matrimoniale
è una delle istituzioni più "naturali" tra quelle
umane. Chi non ricorda il verso di Foscolo "dal dì che nozze,
tribunali ed are diero alle umane belve d'esser gentili
". Se
il matrimonio si riduce ad istituzione pura, contrattabile, perché
priva di riferimento ad una "natura", ciò significa che
la rimozione di ogni riferimento alla natura della persona dall'agire
della persona sta toccando il suo traguardo finale.
Tuttavia un residuo naturale è rimasto: e infatti c'è una
regola che precede oggi ogni contrattazione matrimoniale, la parità
dei conti fra il dare e l'avere in termini di felicità individuale.
Ogni relazione è costituita in virtù dei vantaggi che se
ne traggono, non solamente quelli economici; ma anche il desiderio felicità
individuale.
Ormai siamo giunti a pensare che tutto è liberamente contrattabile
in ragione ed in vista di un calcolo egoista di felicità-infelicità,
di piaceri e dolori, di vantaggio o svantaggio.
In questo modo ho dato una definizione: ho definito "l'utilitarismo".
Per utilitarismo si intende ogni visione dell'uomo che si basa sull'affermazione
secondo cui gli uomini sono governati prevalentemente od esclusivamente
dalla logica egoista del calcolo dei piaceri e dei dolori. Tale visione
ritiene che non esista altro possibile fondamento delle norme etiche,
se non la legge della felicità individuale. Si concepisce la collaborazione
con gli altri individui in funzione del proprio vantaggio.
Sta nascendo una nuova visione del mondo,una nuova definizione di uomo:
quella utilitarista, dove l'uomo è un soggetto utilitario. Nel
nostro occidente tale visione è quella dominante.
Come è stato possibile arrivare a tutto ciò?
Tale concezione aveva già tentato di imporsi nella società
occidentale, precisamente nella città di Atene nel V secolo, ed
era stata sconfitta dalle idee di Platone ed Aristotele. I due filosofi
riuscirono a prevalere mettendo a punto un procedimento argomentativo
che consentiva di riconoscere quale è il vero bene dell'uomo, in
opposizione al bene semplicemente apparente. Per essi la ragione umana
non era solo uno strumento a servizio dei desideri e degli istinti umani,
ma aveva una sua capacità di regolare e governare tali inclinazioni,
in forza della sua capacità di conoscere la verità su ciò
che è bene e ciò che è male. L'utilitarismo poteva
essere elevato a spiegazione completa dell'uomo, a legittimazione del
suo agire, sia individuale sia politico, ma questa immensa scoperta che
la Grecia ci ha donato ha sconfitto la prima apparizione nella storia
dell'utilitarismo.
Se tale capacità fosse negata, se la ragione cioè avesse
come unico scopo quello di calcolare il proprio vantaggio, si sarebbe
costretti a considerarla come la serva dei propri interessi. La ragione
perderebbe la propria egemonia, diverrebbe mero strumento per assicurare
soddisfacimento a desideri, passioni, interessi.
In quanto al secondo tentativo dell'utilitarismo
nella storia, è stato causato dal crollo della fiducia nella ragione
umana, della fiducia delle sue capacità di discernimento.
Il soggetto utilitario è completamente refrattario alla morale
naturale come la concepisce la dottrina cristiana; perché tale
soggetto è al di qua della distinzione tra il bene ed il male,
tra vero e falso. Una persona che si ponga in tale condizione si autodistrugge
come soggetto libero, si suicida. La vera insidia alla nostra libertà
oggi è costituita dall'utilitarismo generalizzato.
La morale naturale vede l'uomo che conosce le ragioni per agire, che valgono
prima di ogni convenzione sociale, si impongono in sé e per sé.
Inoltre non si fondano su preferenze o desideri che la persona intende
realizzare. Infine, sono ragioni che si impongono a tutte le persone in
forza della loro pura e semplice ragionevolezza. Sono ragioni alla luce
delle quali ciascuno può regolare i propri interessi, i propri
desideri, anche rinunciando alla loro soddisfazione per un intima esigenza
di ragionevolezza. Infine sono ragioni che non possono mai essere tradite
adducendo come motivo del loro tradimento il proprio interesse o quello
del proprio gruppo sociale.
Un esempio: un tale si invaghisce della propria collega di lavoro, ma
entrambi sono sposati. In questo caso esistono delle ragioni per le quali
non bisogna seguire la propria inclinazione. Tali ragioni non sono fondate
sulla convenzione sociale, che anzi inciterebbe al tradimento, ma si impongono
ad ogni uomo come tale, sono insuperabili secondo la concezione cristiana
della morale naturale.
Queste ragioni consistono nel bene della persona umana: la morale naturale
ordina e regola il desiderio umano, infatti, in vista del suo bene, sia
come singolo che come soggetto inserito nella comunità.
Il soggetto utilitario è refrattario a questa proposta perché
si trova al di qua della distinzione tra vero e falso. Se l'unica ragione
per agire è il proprio interesse, non c'è nessuna possibilità
di giustificare qualsiasi scelta, né personale, né sociale:
i propri interessi individuali vengono accampati come giustificazione.
Soddisfacendo i propri desideri la persona umana viene mossa ad agire,
ma non muove veramente se stessa: non è libera.
La situazione dei giorni nostri è singolare: come un animale chiuso
in un recinto, se c'è una società che ha bisogno di regole,
è proprio quella composta da soggetti utilitari: in tale società,
radicalmente conflittuale, bisogna regolare tutto ed ogni cosa.
Oggi la legislazione regolamenta ogni aspetto del vivere: c'è n'è
bisogno, ma tanto più si regolamenta e tanto meno si comprende
il valore delle norme. Non c'è comunità umana più
fragile di quella in cui coesistono opposti egoismi. Il soggetto utilitario
è impermeabile alla proposta morale, ma perde la propria libertà.
La persona umana non può rinunciare alla verità e perderne
l'aspirazione. L'uomo, vivendo da soggetto utilitario, contrasta la propria
natura. La vera minaccia alla nostra libertà è che la persona
umana decida di restringere la propria misura dentro una soggettività
puramente utilitaria, decisione libera di rinunciare ad essere liberi.
Situazione profeticamente descritta da Dostoevskij con queste parole:
"l'uomo ha oggi un solo modo di dimostrare che egli è libero:
il suicidio".
E' la situazione in cui ci troviamo, una ricerca esasperata di regole
di vita tutte estraneee all'uomo.
Già diversi decenni fa Hanna Harendt, ne "Le origini del totalitarismo",
prevedette tali scenari scrivendo che il suddito ideale del regime totalitario
non è il nazista convinto od il comunista convinto, ma è
l'uomo per il quale la distinzione tra vero e falso non esiste più.
La nostra libertà è minacciata dalla convinzione diffusa
che non esiste una verità, ma che tutte le opinioni abbiano lo
stesso valore. L'insidia più grave è aver proibito a se
stessi di affermare che esiste un mondo vero, ovvero l'intima intelligibilità
e bontà dell'essere.
Ricorderò ancora due famosi motti. Hölderlin: Là dove
cresce la perdizione, lì aumenta la possibilità della redenzione.
San Paolo: là dove abbonda il peccato abbonda la grazia.
Tre ragazzi di Ferrara, studenti delle superiori, si sono presentati per
intervistarmi; uno di loro mi ha detto: "Ma voi adulti capite che
noi giovani non possiamo più vivere in questa condizione? Cioè
che voi adulti non ci insegnate più a distinguere il vero dal falso,
il bene dal male, il giusto dall'ingiusto
non ne possiamo più,
non lasciatevi ingannare dal fatto che andiamo in discoteca tutta la notte,
che ci ubriachiamo sempre di più, che alcuni nostri amici si drogano
questa
è facciata , noi non siamo così, noi desideriamo sapere
ciò che è vero e ciò che è falso".
Dove aumenta la perdizione, aumenta il bisogno di salvezza.
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