|
LA DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA OGGI,
A NOVANT'ANNI DALLA "RERUM NOVARUM"
Conferenza tenuta da Prof. Gianfranco
Morra alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 12 ottobre
1981
(Trascrizione non rivista dal relatore)
MA L'UOMO CHE LAVORA E' DI CRISTO COME
CRISTO E' DI DIO
Vi sono due modi diversi, ma egualmente
efficaci, per non capire una Enciclica. Il primo, più diffuso,
è quello di parlarne senza leggerla, attraverso quanto su di essa
hanno scritto o detto giornalisti o mezzimbusti. Il secondo, meno onesto,
è di parlarne in termini ideologici, con lo scopo di trovare in
essa conferma dei propri progetti politici o argomenti per criticare i
progetti politici degli altri. Non v'è dubbio che questi due metodi
sono stati largamente applicati, di modo che il vero messaggio dell'Enciclica
è stato assai spesso ignorato, sia da coloro che la esaltavano,
sia da coloro che la rifiutavano.
Eppure, la via regia per capire la recente Enciclica di Giovanni Paolo
II "Laborem exercens" non è diversa da quella richiesta
per l'interpretazione di qualunque testo: un atteggiamento di umiltà
fenomenologica, che lascia parlare la cosa stessa, in quanto mette tra
parentesi i propri pregiudizi e si sforza di intenderlo dall'interno.
Questo metodo della verità e della disponibilità è
possibile a chiunque, purchè sappia liberarsi dalla cappa di piombo
di una cultura, che non sa parlare se non in termini di ideologia e che,
pertanto, parla senza dire, dato che l'ideologia è la parola che-dice-altro,
la parola alla quale la verità è per definizione negata.
Cercherò di leggere l'Enciclica servendomi di questo metodo, che
ascolta prima di obiettare, rispetta prima di criticare, accoglie prima
di contrapporre.
La "Laborem exercens" è una enciclica sociale. Ma che
cos'è una "enciclica"? e che cos'è una "enciclica
sociale"?. Forse le due risposte sembrano ovvie; in realtà
non lo sono. Una Enciclica è una lettera, che il Papa manda ai
Vescovi e agli uomini di tutto il mondo, per fare conoscere le sue opinioni
su argomenti di carattere dottrinale, riguardanti la fede e i costumi.
Fu un Pontefice bolognese, Benedetto XIV, che iniziò, nell'anno
1740, questo uso, con una esortazione ai Vescovi intitolata "Ubi
primum" (è noto che le encicliche vengono denominate con le
prime due o tre parole latine). Le encicliche, dunque, detengono la stessa
universalità della Chiesa e non possono essere lette attraverso
situazioni particolari; il loro messaggio è fortemente vincolante
per il fedele, anche se non hanno la medesima autorità dei dogmi
e delle costituzioni conciliari.
La "Laborem exercens" è una enciclica sociale, ossia
una lettera che affronta un argomento sociale. Essa prende l'avvio da
una precisa ricorrenza (il novantesimo della "Rerum Novarum")
per tracciare un bilancio di quanto la chiesa ha indicato in materia di
dottrina sociale. Giovanni Paolo II è, tuttavia, consapevole che
la Chiesa si occupa della questione sociale da ben più di novant'anni.
La "Rerum Novarum" è una enciclica sociale esplicita,
dedicata a un problema divenuto in quegli anni impellente; ma "1a
dottrina sociale della Chiesa trova la sua sorgente nella Sacra Scrittura,
a cominciare dal Libro della Genesi e, in particolare, nel Vangelo e negli
scritti apostolici". La Chiesa, infatti, quanto a dogmi, riti e costumi
morali essenziali, è tradizione, cioè perpetuo aggiornamento
di una verità perenne ("nova et vetera"). Le situazioni
storiche e i problemi sociali cambiano, e la Chiesa non può non
tenerne conto. Ma i principi fondamentali, in virtù dei quali la
Chiesa dà nuove risposte, restano sempre quelli.
Tali principi, infatti, non derivano da dottrine sociali o politiche,
ma vengono desunti dalla Rivelazione, ossia da quelle che, anche secondo
la Costituzione Conciliare "Dei Verbum", ne sono le fonti costitutive:
Scrittura e Tradizione. Appare, pertanto, sterile una lettura della "Laborem
exercens" priva di un esplicito riferimento alle affermazioni dogmatiche
(teologiche e filosofiche) che la reggono. Basterebbe pensare come sempre
ogni enciclica o documento sociale sia stato preceduto da una enciclica
o documento dogmatico, che dei primi costituiscono la necessaria impalcatura.
L'Enciclica "Aeterni Patris" (l879) di Leone XIII costituì
il fondamento della "Rerum novarum" (189l); le Costituzioni
conciliari sulla Chiesa ("Lumen gentium"), la Rivelazione ("Dei
Verbum") e la Liturgia ("Sacrosantum Concilium") reggono
e orientano la Costituzione della Chiesa nel mondo contemporaneo ("Gaudium
et spes"); all'Enciclica sociale ("Populorum progressio",
1967) Paolo VI premise una Enciclica ecclesiale ("Ecclesiam suam",
1964).
Anche l'Encic1ica sociale di Giovanni Paolo II non può essere intesa
come un documento isolato, senza cioè un riferimento esplicito
alle due precedenti encicliche: Cristo Redentore rivela all'uomo Dio come
padre e il prossimo come fratello ("Redemptor Hominis", 1979);
e Dio padre misericordioso rende possibili rapporti umani fondati sul
rispetto e sulla so1idarietà ("Dives in misericordia",
l980). Le tre encicliche, del resto, sono unite da un tema comune, che
è il primato dell'uomo alla luce di una dottrina nella quale teocentrismo
e antropocentrismo coincidono nel Dio incarnato. L'enciclica sull'uomo
che lavora, dunque, trova i suoi fondamenti nel duplice mistero della
creazione e della redenzione: l'uomo lavora (e non perciò riduce
la sua essenza al lavoro), come Dio ha "lavorato" (ma senza
la pena e il travaglio che caratterizzano il lavoro dell'uomo dopo il
peccato originale) e come Cristo ha lavorato, prima di smettere di lavorare
per adempiere una missione più alta.
Il tema dell'enciclica, dunque, non è tanto il lavoro, quanto piuttosto
"l'uomo che lavora" (laborem exercens). Dopo la prima parte
introduttiva, l'enciclica si sofferma, in una seconda parte etico-teologica,
sul senso del lavoro nella vita dell'uomo. Nei confronti della civiltà
ellenica, che disprezzava il lavoro come "opera da schiavi",
e della civiltà borghese-marxista, che considera il lavoro come
l'origine di tutti i valori, l'Enciclica ripropone la dottrina cristiana
sul lavoro, sul suo significato economico, etico e sociale. Il lavoro
è sempre un mezzo e mai un fine; fine, infatti, è soltanto
il lavoratore, o meglio l'uomo, sia quando lavora sia quando non lavora.
Il lavoro è oggetto, solo l'uomo è soggetto. La dignità
non può mai essere del lavoro, ma sempre e unicamente dell'uomo
che lavora, nella misura in cui sappia e voglia assumere il lavoro come
un dovere, etico di solidarietà umana. Tutto ciò viene espresso
dalla precisa definizione dell'Enciclica: "l'uomo come soggetto del
lavoro" - soggetto in un duplice senso, come causa efficiente del
lavoro (l'uomo che produce) e come causa finale del lavoro (il frutto
del lavoro appartiene all'uomo).
Da questo principio, nel quale la Rivelazione e la morale naturale sono
concordi (che, cioè, come persona l'uomo è il principio
e il fine del lavoro) deriva il rifiuto di tutte quelle soluzioni socio-economiche,
che hanno avvilito il lavoratore da soggetto a oggetto, da fine a mezzo,
da persona a cosa. Questa degradazione dell'uomo che lavora è sempre
esistita (si pensi, per fare un solo esempio, a come furono costruite
le Piramidi), ma essa si è accentuata nei secoli della storia recente
per effetto del processo di accumulazione capitalistica, dell'industrializzazione,
dell'urbanesimo, della divisione del lavoro e della separazione tra proprietari
degli strumenti di produzione e fornitori della forza-lavoro.
Di questo processo di progressiva proletarizzazione del lavoratore e di
accentuazione del conflitto tra capitale e lavoro si occupa la terza parte
dell'enciclica. Il punto di partenza ne è la constatazione dell'esistenza
della lotta di classe, al fine di proporre rapporti umani fondati sulla
solidarietà universale ed ecumenica. Due sistemi vengono indicati
come aberranti: il capitalismo "rigido", caratteristico del
secolo scorso e dei primi decenni del Novecento, che esasperava lo sfruttamento
del lavoratore per fini di produttività; e il collettivismo marxista,
il quale non socializza la proprietà, ma la statalizza, assumendo
quelle forme di sfruttamento radicale del lavoratore, che il capitalismo
ha ormai fortemente attenuato.
Riprendendo i migliori risultati della filosofia cattolica della storia,
l'enciclica considera il capitalismo liberale e il socialismo marxista
come due espressioni in continuità del medesimo spirito borghese,
che si può indifferentemente definire "economicismo"
o "materialismo". Vale la pena di riportare un passo del discorso
tenuto, il 13 aprile 1980, dal Papa nella città del lavoro industriale,
a Torino, dove distinse due "ben note correnti di una potente eloquenza
ed efficacia negativa: da una parte vi è tutta l'eredità
razionalistica, illuministica, scientista del cosiddetto "liberalismo"
laicista delle Nazioni dell'Occidente, che ha portato con se la negazione
radicale del Cristianesimo; dall'altra, vi e l'ideologia e la pratica
del "marxismo ateo, giunto, si può dire, alle estreme conseguenze
dei suoi postulati materialistici nelle varie denominazioni odierne".
Ma questa duplice opposizione antropologica al liberalismo e al marxismo,
elemento costante di tutta la dottrina sociale della Chiesa, non induce
l'enciclica ad assumere quegli atteggiamenti populistici o terzomondistici,
che sono così diffusi anche nel mondo cattolico e che condannano,
egualmente e in toto, consumismo borghese e totalitarismo comunista, avvicinandosi
cosi pericolosamente alle teorie delle Brigate Rosse. Il concreto realismo
dell'enciclica la tiene lontana da ogni utopia. Dal punto di vista antropologico,
liberalismo e comunismo sono due frutti del medesimo albero illuministico.
Tuttavia, dal punto di vista delle realizzazioni storiche, esistono delle
differenze notevoli. Il criterio di giudizio sui due sistemi è
1a domanda circa il modo in cui ognuno dei due ha rispettato il principio
fondamentale della dottrina sociale cristiana: "il primato della
persona sulle cose, del lavoro dell'uomo sul capitale". In tal senso
la dottrina socia1e cristiana "diverge radicalmente (dissidet radicitus)
dal programna del collettivismo proclamato dal marxismo e realizzato in
vari paesi del mondo"; e "differisce (discrepat) dal programma
del capitalismo praticato dal liberalismo e dai sistemi politici che ad
esso si richiamano"
Questa diversa valutazione appare evidente nella soluzione data al problema
della proprietà. In precisa coerenza con tutto il magistero sociale
della chiesa, la proprietà privata viene riconosciuta come un diritto
naturale; tale diritto riguarda anche, come sostenne Giovanni XXIII nella
"Mater et magistra" gli strumenti di produzione. Sappiamo tutti
che la proprietà privata, come si esprime limpidamente la "Gaudium
et spes", è garanzia di libertà e di sicurezza. Sarebbe,
dunque, un grave errore eliminar1a. Ma anche la proprietà è
un mezzo, non un fine; essa non è, dunque, un "dogma intoccabile",
ma deriva la propria liceità dall'uso sociale che ne viene fatto.
Nè proprietà illimitata, dunque, né eliminazione
della proprietà ma uso sociale della proprietà, anche mediante
interventi pubblici di socializzazione (tassazione progressiva, espropri,
nazionalizzazioni, etc., purché socialmente non improduttivi) e
forme di partecipazione (cogestione, azionariato operaio, etc.).
La lettura di questa terza parte vale a dissipare un mito, che più
volte si è creato circa la dottrina sociale della Chiesa: che essa
sarebbe una specie di terza via tra liberalismo e comunismo, capace di
evitare gli eccessi e di assumere gli elementi positivi di entrambe quelle
ideologie. In realtà, di terze vie tra liberalismo e comunismo
ne sono esistite tante nel passato e ancora oggi se ne presentano, dall'autogestione
jugoslava al misterioso progetto, che viene indicato con la sigla "lib-lab".
Ma la dottrina sociale cristiana non propone alcuna terza via tra liberalismo
e comunismo, ma indica una via oltre liberalismo e comunismo, e socialdemocrazia,
etc. etc. Si tratta di indicazioni etico-sociali, che in teoria si possono
e si debbono realizzare in ogni regime politico, anche se in pratica si
sperimenta che in alcuni regimi politici è più e in altri
meno facile realizzarli.
Non bisogna dimenticare che l'enciclica non può fornire alcuna
terza via, in quanto non offre alcun progetto politico preciso, ma si
rivolge a tutti gli uomini e a tutti i regimi del mondo, per indicare
un ideale di uomo e di solidarietà. Ciò appare chiaramente
dalla quarta parte della "Laborem exercens", che tratta dei
diritti dei lavoratori. Sarebbe superficiale accusare questa parte di
arretratezza, in quanto quei diritti, che vi vengono rivendicati, sono
ormai un elemento reale di tutti i paesi neo-capitalistici a democrazia
liberale, nei quali talvolta il problema reale è quello di evitare
gli eccessi di quei medesimi diritti. Ma il carattere universale del documento
deve riferirsi anche a quei paesi del blocco comunista, dove i diritti
conquistati dai lavoratori ormai da cento anni nelle democrazie liberali
sono ancora lontani e vengono, come in Polonia, lentamente ottenuti con
una dura lotta; e si riferisce anche, l'enciclica, a quei paesi sottosviluppati,
sui quali pesa da tempo il progresso dei popoli industrialmente progrediti.
E' solo in questa ottica universalistica, di una solidarietà che
non è più solo di classe o di nazione, ma deve porsi come
solidarietà di tutti gli uomini del mondo, che si comprende la
minuziosa insistenza sui molti diritti dei lavoratori: l'occupazione,
il salario adeguato, le previdenze, l'orario di lavoro, le ferie, l'assistenza
medica, la pensione, la libertà sindacale (che è sociale
e non politica), il diritto di sciopero (che rimane un mezzo estremo e
va regolamentato per fini di bene comune), le particolari esigenze degli
emigrati e dei minorati (preferiamo tradurre così, e non col neologismo
"handicappato", il latino "praepeditus", ossia inceppato,
ostacolato).
Questi diritti non vanno intesi secondo l'ottica borghese del citoyens
o l'ottica marxista del proletario; ma secondo il principio cristiano
del primato della persona in quanto ente spirituale e soprannaturale,
che richiede per l'uomo che lavora adeguate condizioni, perché
possa nel lavoro e nonostante il lavoro esplicare al massimo possibile
la sua umanità. In tal senso, uno dei paragrafi più profondi
e attuali dell'enciclica è proprio quello contro cui si è
scatenato il livido squilibrio delle femministe radicali e delle semifemministe
cattoliche: le pagine sulla famiglia e sulla donna che lavora.
E' del tutto falso produrre l'immagine del Papa come di un nuovo Lutero,
che vincola e imprigiona la donna nei tre ben noti "kappa":
"Kirche, Kuche, Kinder" (chiesa, cucina, figli). Non v'è
nessun passo dell'Enciclica, che richiami la donna dal lavoro extradomestico
al focolare (a meno che non sia essa a volerlo, come accade sempre più
di frequente nei paesi più del nostro industrializzati, come USA
e Svezia); v'è solo il riconoscimento del doppio ruolo della donna,
madre e lavoratrice, e la richiesta di fornire adeguati strumenti perché
la donna possa realizzare, secondo la sua libera volontà di persona
pari in tutto all'uomo, anche se fortunatamente da lui così diversa,
le proprie finalità naturali e sociali. Nessun abbandono del lavoro,
ma il superamento del conflitto, oggi tanto sofferto dalla donna lavoratrice,
del doppio e non di rado difficilmente conciliabile ruolo: "La vera
promozione della donna esige che il lavoro sia strutturato in tal modo
che essa non debba pagare la sua promozione con l'abbandono della propria
specificità e a danno della famiglia, nella quale ha come madre
un ruolo insostituibile".
Ciò che l'enciclica invoca, come appare chiaro dalla quinta ed
ultima parte, è il recupero della spiritualità del lavoro,
ossia del significato profondo del lavoro nella storia della salvezza.
Tale spiritualità può essere espressa con tre parole: eticità,
solidarietà, qualità della vita.
Il lavoro è eticità. Esso, insieme con la famiglia, distoglie
1'uomo (secondo il noto schema di Aut-aut di Kierkegaard) dall'indifferenza
ludica e sterile dello stadio estetico, in quanto produce continuità
e maturità. Il lavoro, dunque, non è solo un diritto, ma
anche un dovere, secondo le note parole di Paolo: "chi non vuol lavorare,
non mangi". L'equilibrio etico della persona, il superamento delle
tendenze narcisistiche oggi così diffuse, trova nel lavoro un insostituibile
fondamento. Nell'epoca della crisi radicale della democrazia del diritto
e del privilegio, l'enciclica ci richiama ad una democrazia del dovere
e della solidarietà.
Il lavoro è solidarietà. La parola ricorre più volte,
in contrasto con l'altra espressione, inammissibile come scelta cristiana:
lotta di classe. Ma la solidarietà è vera nella misura in
cui non ha confine. Solidarietà non significa interesse (di classe,
di popolo, al limite anche dell'intera umanità, come è nella
filantropia laicista), ma significa servizio e amore per l'altro. La solidarietà
è sentirsi uniti nell'umanità, in quanto un Padre ci ha
fatto figli e un Figlio ci ha reso fratelli; è riconoscerci compresi
in un destino soprannaturale; è certezza del trionfo dell'amore
sull'odio, del bene sul male, della vita sulla morte.
Lavoro è qualità della vita. Può sembrare strano,
se si pensa alle condizioni in cui non di rado si svolge il lavoro e che
debbono essere migliorate, proprio perché l'uomo sia sempre più
il soggetto del lavoro. Ma il lavoro perde il suo carattere negativo e
ossessivo, quando viene vissuto all'interno dell'antropologia integrale
cristiana, così espressa da Giovanni Paolo II nella "Redemptor
hominis": "la priorità dell'etica sulla tecnica, il primato
della persona sulle cose, la superiorità dello spirito sulla materia
- non tanto avere di più, quanto essere di più". Ogni
processo sensato non passa dalle strutture socioeconomiche all'uomo, ma
parte dall'uomo e dalla qualità della sua vita. Non basta redimere
il lavoro per redimere l'uomo: si deve, invece, redimere l'uomo, cioè
creare in lui una nuova dimensione, per poter redimere anche il lavoro.
Il primato è sempre dello spirituale.
|