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LA CRISI DELLA GIUSTIZIA
Conferenza tenuta
da Dott. Carlo Nordio alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa,
il 8 marzo 1999
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Grazie per questo graditissimo invito
e per questa partecipazione così numerosa e per certi aspetti anche
inattesa. Io parlerò per mezz'oretta e poi lascerò spazio
alle domande che avrete la cortesia di rivolgermi.
Il tema è quello della giustizia oggi in Italia, tenendo conto
della natura della vostra e della nostra partecipazione ad una giustizia
che vorremmo anche etica oltreché formale e positiva. Etica perché
la religione ha una valenza, un impatto, un'importanza nell'amministrazione
della giustizia che molto spesso purtroppo è trascurata.
Io vorrei cominciare facendo un piccolo preambolo sui rapporti tra l'etica
e la giustizia. L'etica è oggi trascurata nella visione positiva
dell'amministrazione della legge, ma noi dobbiamo tenere presente che
la giustizia tende, anche se non sempre riesce a farlo, a realizzare una
tensione, una aspirazione dell'uomo alla morale o comunque all'equità
al di là dell'affermazione della giustizia positiva. La legge e
la morale non coincidono tra di loro, soprattutto la legge criminale della
quale io mi occupo, e la legge e la morale non sono sempre equivalenti:
ci sono dei comportamenti che sono immorali ma non sono puniti dalla legge
penale, e ci sono dei comportamenti puniti dalla legge penale che non
sono immorali. Per esempio l'adulterio e l'aborto sono due fatti che contrastano
con la nostra morale, ma non sono puniti dalla legge penale. L'adulterio
non è un reato, l'aborto non è un reato, anche se sono fatti
immorali. Nello stesso tempo ci sono dei fatti che vengono puniti dalla
legge penale e che non sono di per sé stessi immorali. C'è
tutta una serie di contravvenzioni di ordine tributario, tenere malamente
registri contabili, non annotare le bolle dei beni viaggianti, non sono
comportamenti che costituiscono violazione della legge morale, però
per queste cose si finisce davanti ai giudici, si finisce in tribunale.
Ecco l'esempio di una discrasia tra l'etica e la legge. Però nella
gran parte dei casi la legge positiva, cioè la legge penale, tende
ad attuare i principi della legge morale, nella gran parte i comportamenti
che sono puniti dalla legge degli uomini contrastano anche con la legge
della nostra coscienza: l'omicidio, il furto, la rapina, la violenza carnale,
sono tutti comportamenti che sono in contrasto con la morale e che vengono
anche puniti dalla legge. Vi è dunque una tendenza a far coincidere
i due valori, anche se non coincidono del tutto.
Ci sono ripeto dei comportamenti immorali che non vengono sanzionati dalla
legge penale e ci sono dei comportamenti puniti dal giudice che non sono
immorali. In questa discrasia, in questa differenziazione, entra oggi
la crisi della giustizia, perché la ragione fondamentale per cui
noi oggi in Italia possiamo parlare di una giustizia fallita, è
la lentezza dei processi, che dipende dal fatto che il nostro legislatore
vuole punire a tutti costi una serie di comportamenti che non sono in
contrasto né con la legge morale e neanche con la necessità
di tenere in piedi un apparato a tutela della sicurezza dello Stato. Il
nostro legislatore punisce cioè tutta una serie di comportamenti
che potrebbero essere sanzionati in modo diverso da quello della sanzione
presso il giudice, presso il tribunale, della sanzione irrogata dalla
corte d'assise o dal tribunale. Però vi è questa voluttà
del legislatore di punire con questa pena, con questa sanzione, che poi
è molto dolorosa, ed è anche molto costosa per lo Stato,
tutta una serie di comportamenti che non solo né immorali né
pericolosi per lo Stato. Ed è attraverso questa proliferazione
schizofrenica, quasi paradossale della legislazione penale, che i tribunali
e le corti vengono intasate e non riescano a fare giustizia in tempi brevi
anche per le cose che invece rivestono un'importanza fondamentale.
Oggi in Italia un processo civile dura mediamente quindici anni. Voi sapete
che la giustizia si divide in due grandi settori: le giustizia civile
e la giustizia penale. La giustizia civile è quella che si occupa
della risoluzione dei rapporti tra cittadini, cioè della risoluzione
delle controversie, mentre la giustizia penale, quella di cui mi occupo
io come procuratore della Repubblica, è quella che si occupa della
repressione dei reati, cioè mira ad individuare il colpevole di
un crimine una volta che viene commesso, portarlo in tribunale, e verificare
se debba o meno essere punito e quindi portato in carcere.
I processi civili non sono quelli che finiscono giornali, non solo quelli
che rendono famosi magistrati che se ne occupano, non solo quelli che
danno fama, prestigio, o magari una carica politica o un collegio elettorale
sicuro come quello del Mugello. Ma in realtà sono i più
importanti nella vita civile ordinaria, perché pochi di voi e di
noi, per fortuna, avranno l'occasione o la sventura di finire un giorno
davanti alla procura della Repubblica come indagati o imputati per un
reato, mentre quasi tutti voi e noi almeno una volta nella vita abbiamo
avuto o avremo l'opportunità o l'occasione di trovarci a contatto
con una controversia civile, cioè avremo l'occasione di dover andare
da un avvocato o da un amico avvocato chiedendogli se valga o non valga
la pena di fare una causa civile.
Vi faccio un esempio: tutte le cause di divorzio o di separazione legale,
tutte le cause di liti condominiali, ad esempio il condomino che piazza
la macchina davanti al garage e non lo vuole spostare neanche dopo la
decima lettera dell'amministratore, tutti i crediti che vengono contestati
a seguito di una fornitura che non viene accettata, tutte le cause di
lavoro, di licenziamento o di assunzione, non parliamo delle cause ereditarie,
testamenti che vengono anche questi contestati, tutte le cause commerciali,
di marchi e di brevetti, le cause agrarie, di regolamento dei confini,
sono tutte cause che almeno una volta nella vita, provate a pensarci,
ci toccano da vicino, magari perché abbiamo subito un danno che
non viene risarcito. Qualcuno ci viene addosso con la macchina, avanziamo
dei soldi e l'assicurazione non paga.
Ecco, sono tutti casi, non importanti come quelli che finiscono sui giornali,
però sono piccoli per il giornalista che li scrive, ma non solo
piccoli per chi li subisce. Bene, se andate da un avvocato e gli chiedete
qual è la possibilità di ottenere giustizia da una corte,
da un tribunale, da un giudice italiano per un credito che non vi viene
pagato, per un licenziamento che non viene risarcito, per un testamento
che viene contestato, per un regolamento di confini e via dicendo, la
risposta è, se l'avvocato è onesto, che la sentenza finale
arriverà mediamente tra quindici anni, perché il tempo medio
di una causa, tra il tribunale, la corte d'appello, e la sentenza della
corte suprema di Cassazione davanti alla quale si va e si può andare
sempre, è mediamente in Italia di quindici anni. Voi capite che
una sentenza, perché voi oggi avanzate dei soldi e il debitore
non ve li vuole dare, una sentenza resa nel 2015, se voi oggi iniziate
la causa, non è una sentenza né giusta né ingiusta
ma è una presa in giro, è una non giustizia, è una
giustizia fallita.
Questo per quanto riguarda la giustizia civile. Per quanto riguarda le
giustizia penale, quella di cui mi occupo io, i tempi sono un po' più
ridotti, nel senso che la durata media non è più di 15 anni,
ma è di 10 anni, però la giustizia penale interviene su
beni dell'individuo che sono ancora più importanti di quelli pure
importanti che vi ho citato prima. Perché se è importante
ottenere il risarcimento di un danno o la riscossione di un credito, i
beni sui quali incide il processo penale sono ancora più, se possibile,
primari, perché sono i beni della libertà e dell'onore.
La libertà, proprio come la salute, che è bene primario
e fondamentale dell'individuo, è la cosa di cui ci rendiamo conto
quanto sia importante soltanto quando ci viene a mancare. Esattamente
come la salute, di cui noi diamo per scontato di poterne godere, perché
siamo in buona salute mediamente. Soltanto quando ci ammaliamo ci rendiamo
conto del bene che abbiamo perduto. E così è la libertà.
Noi viviamo tranquillamente, liberamente e crediamo che sia una sorta
di nostro diritto, così come è un nostro diritto vivere
senza vincoli, senza restrizioni, ma quando purtroppo qualche volta accade
che alle sei del mattino si sente bussare alla porta e invece del lattaio
o del giornalaio trovate il carabiniere, il poliziotto, l'ufficiale di
polizia giudiziaria che vi arresta, o arresta uno dei vostri cari, dei
vostri congiunti, allora si capisce in quel momento quanto sia importante
il bene della libertà che viene compresso e viene eliminato.
Su questa libertà siamo noi che incidiamo. Mentre la malattia è
frutto della nostra negligenza o del nostro disordine di vivere o della
fatalità o del caso, la cattura di una persona è squisita
opera dell'uomo, cioè deriva dalla decisione presa da un uomo nei
confronti di un altro uomo, ed è un potere che dovrebbe far rabbrividire
chi ne viene investito. Purtroppo noi abbiamo letto di recente che vi
sono stati dei magistrati che hanno scritto che vi è addirittura
un momento di ebbrezza quando vi è un arresto, quando si cattura
qualcuno. Io credo, da magistrato che è investito di questo compito
doloroso di limitare la libertà degli altri, che sia estremamente
bruciante anche per chi dispone l'arresto di un individuo il fatto di
mandarlo in galera. Non per nulla la spada della giustizia nella iconografia
tradizionale è dipinta senza impugnatura, perché ferisce
anche chi la maneggia. Se voi osservate l'immagine della giustizia che
assieme alla bilancia significa l'equità, e che brandeggia la spada,
che significa la forza, perché senza la forza la giustizia sarebbe
impotente, quindi sarebbe inesistente, la spada della giustizia è
una spada senza impugnatura, perché ferisce anche chi la impugna.
Nel momento in cui lo Stato incarcera una persona attraverso i suoi magistrati,
attraverso di noi pubblici ministeri e i giudici delle indagini preliminari,
lo Stato deve sanguinare, deve provare un dolore perché ha già
fallito, ha fallito nell'opera di educazione del cittadino, il cittadino
che delinque è un cittadino che non ha compreso bene la lezione
di educazione civica che avrebbe dovuto dargli lo Stato.
Questo non significa che esiste al mondo uno stato perfetto senza delinquenti,
purtroppo ci saranno sempre, significa soltanto che lo Stato e i suoi
magistrati che lo rappresentano non devono mai compiacersi di questo potere
immenso e quasi sacrale di limitare la libertà degli altri individui
spedendoli in prigione. Purtroppo abbiamo assistito invece a manifestazioni
di tripudio, quando si sono fatte le retate per tangentopoli o per altri
reati, e abbiamo visto anche delle carriere di magistrati in politica
costruite su questa diabolica, tremenda arma di cui noi disponiamo, che
dovrebbe far rabbrividire invece di far inebriare.
Oggi abbiamo un ennesimo esempio di un magistrato che si è candidato,
che si è proposto alle elezioni europee. La dott.ssa Paciotti,
ex presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, che si è
candidato alle elezioni europee. Ma la dott.ssa Paciotti ha fatto una
scelta di campo e si è candidata oggi per i democratici di sinistra
alle elezioni europee. Una scelta inopportuna, una scelta deludente per
un magistrato, perché ogni qual volta un magistrato si candida
per entrare in politica è una sconfitta per la politica ed è
una sconfitta per la magistratura. Lo è per la politica perché
acquista una persona che non ha la cultura della politica, e lo è
per la magistratura perché perde una fetta di prestigio, perché
ogni volta che un candidato si candida per diventare un uomo o una donna
politica, si espone alla rilettura di tutto quello che ha fatto in modo
interessato. Uno si domanda: allora quello che hai fatto come magistrato
non lo hai fatto perché era tuo dovere farlo, lo hai fatto perché
avevi un'ambizione, perché avevi un traguardo personale. Ecco perché
la nostra professione, senza volerla mitizzare come un sacerdozio o come
una missione, è comunque una professione delicata, perché
incide sui beni fondamentali di una persona: la libertà e l'onore.
L'onore non è secondo alla libertà. Adesso vi ho parlato
di che cosa accade quando una persona viene incatenata, portata via e
sbattuta in prigione per una nostra firma. Ma subito dopo un'altra ferita
alla dignità individuale è quella rappresentata dall'oltraggio,
dal vulnus al suo onore. Perché quando una persona finisce in prima
pagina o in terza pagina di un giornale nazionale o locale, perché
viene raggiunta da un'informazione di garanzia, perché viene dipinta
come indagata, come imputata o come colpevole anticipata di un reato,
l'immagine di quella persona è all'origine devastata. Io auguro
a nessuno di voi di aprire il giornale o la televisione, anche quella
locale, e di vedere la vostra immagine dipinta come quella di uno che
è soggetto ad indagini per un determinato reato. Perché
lo choc, la deflagrazione di sentimenti contrastanti nella coscienza di
un individuo vedendosi additato dalla pubblica opinione come non dico
colpevole, ma come semplicemente oggetto di un'indagine, è quanto
di più doloroso possa accadere. Anche qui fino al momento in cui
il vostro onore, la vostra immagine, la vostra dignità non viene
direttamente colpita, concretamente vulnerata da questi fatti, nessuno
di voi, nessuno di noi può capire quanto sia importante vivere
tranquillamente nell'anonimato. È soltanto quando aprite il giornale
e vedete la vostra fotografia come quella di un soggetto di indagine che
si capisce quanto sia importante essere invece cittadini che godono di
una stima generale.
Noi incidiamo su questi due elementi: la libertà e l'onore. Proprio
per questo noi dovremmo almeno dare una risposta rapida alle domande che
sorgono quando abbiamo vulnerato questi beni. Se proprio dobbiamo mettere
in galera una persona prima della sua condanna definitiva, se proprio
dobbiamo far finire questa persona sui giornali prima che sia definitivamente
riconosciuta colpevole, e Dio sa quante volte una persona che è
stata messa in prigione o è finita sui giornali alla fine viene
riconosciuta innocente. Se proprio dobbiamo fare queste cose, e dobbiamo
farle perché è il nostro mestiere, dovremmo almeno dare
una risposta rapida e definitiva ai quesiti che poniamo al diretto interessato
e alla generalità delle persone che lo circondano e lo leggono
quando parliamo male di lui. Eppure questa risposta non arriva subito,
questa risposta arriva mediamente dopo dieci anni.
Ancora oggi noi abbiamo esempi di persone che sono state imprigionate
nel 1985 e oggi, nel 1999, con una sentenza definitiva si dice che erano
del tutto estranee ai fatti. Perché una delle singolarità
del nostro paese, ed anche questo è un esempio di giustizia fallita,
è che in Italia è tanto facile entrare in galera prima della
sentenza definitiva di condanna quanto è difficile entrare in prigione
una volta che si è stati condannati, perché nella nostra
perversione, in una confusione tra protagonismo e garantismo noi affievoliamo
le garanzie dei cittadini quando invece dovrebbero godere di queste garanzie,
cioè quando sono presunti innocenti, perché secondo la Costituzione
tutti i cittadini sono presunti innocenti prima di essere definitivamente
condannati. Eppure noi riusciamo ad affievolire questa presunzione di
innocenza mandando in galera la gente prima che venga condannata, e questa
è un'assenza di garantismo, così come invece riusciamo a
farli uscire dalla prigione subito dopo la condanna definitiva per una
sorta di indulgenza plenaria o di buonismo, come oggi viene regolarmente
chiamato, che ci induce a lasciar correre, che ci induce a perdonare,
che ci induce a mitigare la pena che dopo dieci anni dal fatto è
stata irrrogata. Certo, quando si manda in galera definitivamente una
persona dieci anni dopo il fatto commesso, anche quella giustizia è
fallita, perché l'assassino di 15 anni fa può essere una
persona completamente diversa oggi rispetto al momento in cui ha commesso
il fatto. Ecco perché c'è bisogno di una giustizia rapida.
Perché la giustizia, proprio perché interviene su questi
temi fondamentali, la libertà e l'onore, nel momento in cui li
comprime o addirittura di sopprime deve farlo almeno in termini ragionevolmente
celeri, deve spiegare, deve rispondere alla ci cittadinanza in tempi rapidi
se è stato giusto o è stato ingiusto quello che è
stato fatto. E in Italia purtroppo questo non avviene, perché la
durata media ripeto di un processo penale è tutto sommato attorno
ai dieci anni.
Quali sono le ragioni di questa lentezza? Quando si dicono i mali occorre
anche dare una parola di speranza, e parlare di rimedi. Le ragioni non
consistono nel fatto che i magistrati lavorano poco o che mancano le strutture.
Certo il bilancio della giustizia è un bilancio miserabile, inferiore
a quello della televisione. La giustizia in Italia è sempre stata
considerata la cenerentola nei bilanci dello Stato, perché non
è un impiego e un impegno produttivo. Investire soldi nella giustizia
non dà un ritorno di popolarità, di fama, e anche di consenso
elettorale per chi investe questi denari. Costruire un'autostrada, un
impianto, una megacittà produce dei voti, impegnare soldi nell'amministrazione
della giustizia non rende contento nessuno. Però, a parte questo,
il bilancio della giustizia in Italia e anche le strutture di cui oggi
disponiamo non sono di per sè stesse così miserabili come
si vorrebbe far credere. Certo lo sono rispetto ai fini che noi ci proponiamo.
Ma sono i fini che sono al di là di qualsiasi ragionevole gestione,
perché noi in Italia abbiamo una sproporzione assoluta tra comportamenti
da punire, cioè tra comportamenti che lo Stato vuole punire attraverso
l'azione penale e comportamenti che dovrebbero essere puniti con il processo
penale. Il processo penale, proprio perché incide sulla libertà
e sull'onore di una persona, è uno strumento doloroso, è
uno strumento costoso, perché impegna molte risorse dello Stato,
è uno strumento fragile, perché il processo penale è
molto lungo, deve essere lungo, perché bisogna sentire testimoni,
imputati, consulenti, avvocati. I processi non si esauriscono mai in pochi
minuti o anche in poche ore. Un processo serio dura molte ore, se fatto
con tutte le garanzie per l'imputato. Proprio per questo il processo penale
deve essere l'eccezione né nell'eccezione. Le persone da mandare
davanti al giudice devono essere quelle che vengono imputate di reati
gravi, per i quali si ritiene che se vengono riconosciute colpevoli debbano
finire prigione. E quindi debbano giustificare l'impegno di risorse umane
e finanziarie delle quali consiste il processo penale. E invece in Italia
si processa tutto e tutti. In Italia si finisce in tribunale, cioè
davanti a tre giudici togati, perché non si sono tenute regolarmente
le scritture contabili, perché non si sono annotati i beni viaggianti
delle scarpe, delle pantofole o delle scatole di pomodoro, perché
non si è versato in tempo il milione di ritenuta d'acconto per
un proprio dipendente, perché si fa il pane senza tenere in testa
il berretto di carta che è stabilito dalle norme di igiene e così
via. In Italia l'80% è forse più dei nostri reati è
costituito da comportamenti che dovrebbero sì essere puniti, ma
potrebbero essere puniti con sanzioni diverse da quelle del diritto penale,
così come vediamo puniti quando guidiamo oltre i limiti di tolleranza
o quando guidiamo con le gomme lisce e il carabiniere o la polizia ci
dà subito quel mezzo milione di multa che è molto più
efficace di una pena futura ed incerta irrogata da un pretore. Così
dovrebbe essere per il 90% di tutti questi reati che ho nominato. Un barbiere
che tenga malamente le scritture contabili deve essere punito, ma può
essere punito con una sanzione amministrativa e magari con la chiusura
del negozio per quindici giorni, irrogata subito e con certezza, senza
dover finire davanti al tribunale, pagare i soldi di un avvocato e subire
un processo da qui a cinque anni come in realtà avviene. Noi a
Venezia abbiamo oltre 40.000 processi pendenti alla procura della Repubblica
con otto sostituti. Come si possano gestire 40.000 processi nei sei mesi
che la legge impone come termine massimo per chiudere le indagini, questo
è un mistero, e infatti non riusciamo. A Roma e a Napoli i processi
pendenti solo 500.000 e un milione. Come possono solo 50 sostituti gestire
quasi un milione di processi non si sa, infatti non ci riescono. Ecco
perché le giustizia in Italia è fondamentalmente fallita.
Grazie.
Domanda: da noi si dice che soldi e amicizia
rendono cieca la giustizia. Quanto c'è di vero oggi in queste parole?
Risposta: Io sono nato a Treviso, ma non ho mai sentito questo proverbio.
Comunque cercherò di interpretarlo. Mi pare di capire che, per
un magistrato, è difficile rendere giustizia giusta se chi viene
imputato è una persona ricca o è una persona amica. Allora,
per quanto riguarda l'amicizia, il problema è abbastanza semplice.
Un magistrato non può giudicare o inquisire una persona cui è
legato da vincoli di conoscenza o peggio ancora di amicizia. È
chiaro che a ciascuno di noi accade di tanto in tanto di trovare sul tavolo
un fascicolo con il nome di una persona che conosciamo. In questo caso
accade una cosa molto semplice: si va dal procuratore capo o dal procuratore
generale e si dice che questo processo noi non lo possiamo fare perché
siamo amici o conoscenti dell'imputato o della parte offesa. E poiché
noi magistrati siamo tanti, a Venezia per esempio alla procura della Repubblica
siamo in otto, anche se io conosco un impuntato c'è sempre un altro
collega che non lo conosce ed è in grado di gestire il processo.
Questo naturalmente se, come accade, il magistrato fa presente di conoscere
l'imputato. Se il magistrato è amico dell'imputato e non lo fa
presente, allora la situazione è grave e qualche volta sconfina
nel peccato mortale, e qualche volta ancora straripa nel sacrilegio. Io
non lo so se vi siano stati esempi di magistrati amici di indagati. Posso
però dire che un magistrato, che può e deve avere amici
come tutti noi abbiamo al mondo, e che qualche volta può essere
anche deluso dagli amici, cioè può anche scoprire che un
suo amico è un delinquente travestito, ciò nondimeno deve
stare sempre cauto anche nei confronti degli amici di cui si fida e non
deve mai superare alcune formule di stile, per esempio non deve mai accettare
automobili, soprattutto se sono diesel, e poi rivenderle. Non può
accettare prestiti in denaro e restituirli dopo anni senza interessi.
Ma questa è questione di eleganza e di stile, non è questione
di violazione della legge penale.
Per quanto riguarda i soldi, cioè la possibilità che i ricchi
siano trattati meglio dei poveri nell'amministrazione della giustizia,
questo in parte è vero e in parte è l'opposto. Che i ricchi
vengano privilegiati in tutte le manifestazioni dell'esistenza è
un fatto notorio. È ovvio che un ricco che si ammala può
andarsi a curare presso i medici o gli ospedali più costosi. Questo
non significa che gli ospedali o i medici più costosi siano più
efficaci o più efficienti dei nostri medici normali. Anzi, conosciamo
parecchia gente che era andata in Svizzera e ci ha lasciato le penne perché
ha trovato un medico che ha voluto approfittare della ricchezza del paziente
e ha fatto esperimenti strani. Però, in linea di massima, una persona
ricca o benestante è più favorita del povero, in tutte le
vicende della vita, e nella giustizia è più favorita perché
può andare da avvocati più bravi di quelli dai quali può
andare una persona povera. Ma anche questo non è sempre vero, perché
ci sono avvocati che non sono per niente esosi e sono più bravi
di altri che sono carissimi e poi non concludono nulla. Però possiamo
ammettere, in linea generale, che una persona ricca sia più favorita
nella giustizia, nella salute, anche nelle relazioni sociali, di una persona
povera e sfortunata. Però tangentopoli ha dimostrato una cosa che
è esattamente il contrario di quello che vorrebbe dire questo proverbio,
cioè che la ricchezza e il potere sono qualche volta pericolosi.
Tangentopoli ha dimostrato che in certi momenti storici essere ai vertici
della struttura, cioè essere i più forti, i più potenti,
i più in vista e i più ricchi è più pericoloso
di chi vive invece in un onesto anonimato. Se voi guardate la storia di
tangentopoli vedrete che sono stati colpiti tutti i gradi alti e altissimi
della politica e dell'amministrazione. Nel Veneto per esempio sono stati
processati e condannati gradi altissimi: due leader che avevano dominato
nel Veneto negli anni '80, ne posso parlare anche se il processo l'ho
fatto io, perché i processi sono finiti, gli atti sono pubblici,
hanno patteggiato la pena e quindi se ne può parlare. Però
gli ex ministri Bernini e De Michelis sono stati accusati, processati
e condannati, o comunque hanno patteggiato la pena. E da questi due vertici,
e parlo sempre del Veneto, della struttura politica, siamo scesi ma siamo
sempre rimasti ai gradi alti. Abbiamo incarcerato e processato l'ex presidente
della regione Cremonese, assessori alla sanità, alle cave, all'ambiente,
però lì ci siamo fermati. Voglio dire che tutti i gradi
intermedi della burocrazia e dell'amministrazione che avevano costituito
la cinghia di trasmissione fra gli imprenditori che pagavano e i politici
che riscuotevano sono rimasti intoccati. Del resto sarebbe stato impossibile
trovarli e punirli tutti. Voglio dire che se noi leggiamo la storia della
tangentopoli veneta, ma potrei dire altrettanto di quella italiana, dopo
cinque anni dalla sua esplosione, noi vediamo che abbiamo colpito e punito
soltanto i gradi alti, dall'onorevole Craxi, a livello nazionale, ai nostri
De Michelis, Bernini, Cremonese ai vertici della nostra regione. Abbiamo
colpito le persone potenti, che erano sì responsabili, a ma non
erano gli unici responsabili. I gradi intermedi sono stati risparmiati.
Questo è un caso abbastanza singolare di giustizia o ingiustizia
come si dice alla rovescia. In questi casi essere stati ricchi, potenti
e famosi ha giocato contro queste persone che sono state punite mentre
tutta una vasta fascia di personaggi intermedi altrettanto responsabili
sono stati risparmiati.
Domanda: se dieci anni per un processo penale sono lunghi, cosa si deve
dire per i tempi richiesti dal tribunale dei minori, per il cui soggetti
già parlare di mesi a volte è uno scandalo?
Risposta: qui la risposta sarà più breve, perché
io non mi occupo di giustizia minorile se non in modo sfumato e accidentale,
nel senso che a volte al pubblico ministero vengono chiesti dei pareri
che riguardano incidentalmente dei minori perché esiste un tribunale
e una procura della Repubblica minorile che lavorano per conto loro e
alla quale io non appartengo. Anche qui però il problema è
sempre lo stesso: c'è una sproporzione tra mezzi e fini, cioè
anche i tribunali dei minori si occupano di tutta una serie di reati bagatellari,
tutta una serie di problematiche anche amministrative che non dovrebbero
essere nei compiti dei magistrati, e quindi per quel poco che posso rispondere
ad una domanda che non interviene sull'ambito nel quale io opero ma che
comunque conosco perché i nostri colleghi ce ne parlano, la risposta
alla questione è sempre la medesima: noi dovremmo ridurre drasticamente,
ma con una operazione rivoluzionaria, una operazione coraggiosa, una operazione
definitiva, le nostre leggi e soprattutto gli ambiti della magistratura.
Nell'ambito minorile oggi i pubblici ministeri per esempio intervengono
quotidianamente per tutta una marea di comportamenti che non sono reati
ma che riguardano tutte situazioni familiari, dove potrebbero benissimo
intervenire le risoluzioni di altri organismi anche più qualificati
del giudice minorile.
Qui però vorrei aprire una parentesi. Quando voi sentite parlare
di tribunale dei minorenni e di giudici minorili, magari avete l'idea
che i giudici che si occupano di questi problemi siano delle persone molto
sagge, molto specializzate, che hanno studiato a fondo il problema dei
minori. Purtroppo non è così. Per una serie di perversioni
legislative di cui non vi sto a fare la storia, il tribunale dei minori
può essere presieduto da persone che fino a quel momento non si
sono mai occupate una volta di un problema di un minore, perché
con la cosiddetta unità delle carriere un magistrato, soltanto
perché è anziano ed ha proceduto nella sua carriera senza
demeriti, cioè senza aver strangolato la mamma ed essersela mangiata,
perché questo più o meno è un demerito per un magistrato,
può ambire ad ottenere un incarico direttivo presso una procura
o presso un tribunale che si occupa dei minori, quindi con tutti quei
casi stranissimi e delicatissimi, con una problematica diversa, direi
quasi opposta a quella di cui ci occupiamo noi, semplicemente perché
ha fatto per vent'anni o trent'anni processi di sfratti, o processi di
cause civili. Voglio dire che oggi con la legge che abbiamo il giudice
che si occupa dei minori può benissimo essere una persona che per
tutta la sua vita si è occupata di cause commerciali, di marchi,
di brevetti, di regolamenti di confini, o che si è occupato dei
grandi crimini della mafia organizzata, cioè persone che non hanno
mai letto un libro di psicopatologia forense od di psicopatologia infantile.
In effetti quando vanno a dirigere questi uffici la prima cosa che fanno
alla prima difficoltà è quella di nominare un consulente
cioè di nominare uno psicologo che faccia il lavoro loro. Io non
dico che questo sia sbagliato, dico però che se le cose stanno
così, tanto vale togliere la gran parte di questo lavoro alla magistratura
e darlo direttamente agli psicologi, che magari invece di rispondere a
un magistrato rispondano al direttore sanitario dell'ospedale o al responsabile
della sanità o dell'educazione minorile regionale, provinciale
o comunale ma non al magistrato. Perché questo magistrato, questa
figura mitica, questa figura così evanescente da diventare metafisica,
deve occuparsi di tutto e deve sapere tutto quando in realtà non
si occupa di nulla e non sa niente? I nostri giudici che si occupano dei
problemi dei minorenni sono spessissimo delle persone che fino a quel
momento non hanno mai visto in vita loro non dico un minore con le ambasce
e i problemi della delinquenza o del disadattamento minorile. Sono persone
che hanno una carriera professionale completamente diversa e che con l'unità
delle carriere vanno a presiedere quel tribunale soltanto in base alla
loro anzianità.
Domanda: Chi lascia sfuggire delle notizie durante le indagini non dovrebbe
a sua volta essere perseguito?
Risposta: qui il problema va diviso in due parti. Vi sono delle notizie
segrete che nessuno dovrebbe conoscere perché sono giuridicamente
segrete, e che invece vengono regolarmente divulgate. Faccio un esempio
quando un testimone viene sentito nella fase delle indagini preliminari
dal pubblico ministero, se vengono divulgate sui giornali le testimonianze
di queste persone, il responsabile è uno solo ed è il magistrato,
perché questi verbali sono segreti, e se vengono lasciati filtrare
ai giornalisti, o il magistrato ha voluto darle ai giornalisti, oppure
ha consentito che venissero date ai giornalisti, oppure non si è
attivato con la ordinaria diligenza perché non venissero date ai
giornalisti. In tutti questi casi, da quello più grave del dolo
a quello più lieve della negligenza, la colpa è sempre del
magistrato. Nei casi invece in cui filtrano notizie che non riguardano
la segretezza istruttoria, cioè non riguardano verbali di polizia
giudiziaria o di atti giudiziari, allora il magistrato non c'entra niente.
Allora sono veramente pettegolezzi di bassa lega che vengono percepiti
dai giornalisti. E qui vorrei dire una cosa. Io ho sempre difeso i giornalisti
nella cosiddetta diffusione del segreto istruttorio. Io credo che quando
il giornalista pubblica una notizia che dovrebbe restare segreta degli
atti processuali la colpa non sia mai del giornalista che ne viene a conoscenza,
ma sia di chi gliel'ha fornita, di chi ha consentito che il giornalista
ne venisse conoscenza, e quindi quasi sempre del magistrato. Detto questo
a difesa dei giornalisti, va aggiunto che al di là degli atti processuali
che dovrebbero essere segreti, vi è tutta un'altra serie di pettegolezzi,
di insinuazioni, di notizie che non hanno niente a che vedere con il processo
e che sulle quali il magistrato non ha nessun potere. Se una povera ragazza
viene ammazzata e i giornali cominciano a scrivere chi era, come era,
cosa faceva, chi frequentava, questo non dipende minimamente dalle indagini
in corso e non c'è assolutamente mezzo per fermare questo sciacallaggio,
cioè la magistratura non ha il potere di impedire che queste notizie
pettegole e morbose vengano divulgate perché la censura preventiva
sulla stampa per fortuna non esiste, anche perché per un caso eclatante
che noi riuscissimo ad impedire daremmo la possibilità a qualche
matto di impedire invece la divulgazione di milioni di altre notizie che
invece i cittadini hanno diritto di conoscere. Direi quindi che qui la
situazione è insolubile, o meglio può essere risolta soltanto
attraverso la cosiddetta deontologia professionale dei giornalisti, cioè
i giornalisti dovrebbero loro avere un codice deontologico professionale
in base al quale dovrebbero impegnarsi a non divulgare mai notizie oltraggiose
nei confronti di persone, soprattutto quando queste non si possono difendere,
soprattutto quando queste persone magari sono morte, perché se
divulgano notizie diffamanti nei confronti di uno di voi, potete querelarli
e avere anche un congruo risarcimento del danno, se lo fanno nei confronti
di un defunto la cosa è possibile ma è molto più
complessa. In sintesi io direi questo: vi è una grossa distinzione
fra la divulgazione di notizie che dovrebbero essere segrete e custodite
dai magistrati negli atti processuali e che invece vengono divulgate dai
giornalisti per colpa dei magistrati e invece altre notizie nelle cui
tutela la magistratura non c'entra nulla e che vengono divulgate dai giornalisti
per puro amore di morbosità o comunque per ottenere un'audience,
una vendita. In questo caso veramente il denaro, il profitto della diffusione
di questi giornali, di questo sciacallaggio morale, diventa veramente
denaro del demonio. In questo caso veramente il magistrato non c'entra
nulla. La colpa è proprio di un giornalismo abbietto, che dovrebbe
autolimitarsi, perché io non credo in una limitazione che derivi
da una legge e tanto meno dalle pene che non servono mai. Dovrebbe essere
un codice d'onore dei giornalisti ad impedire che vengano divulgate notizie
oltraggiose soprattutto nei confronti di persone che sono decedute.
Domanda: il buonismo post-condanna può essere considerato come
volontà di sminuire la responsabilità personale e che cosa
ne pensa dell'ergastolo?
Risposta: voi sapete che la pena ha tante funzioni: ha la funzione di
punire, cioè di retribuire chi ha commesso un delitto, esattamente
come la pena dell'inferno. Oggi i teologi ci dicono che l'inferno esiste
ma è vuoto. Comunque la pena che noi studiamo nel catechismo, irrogata
nel giudizio universale è una pena che punisce, non ha nessun altro
scopo se non quello di punire il peccato che hai commesso. Non ha lo scopo
di intimidire, non ha lo scopo di prevenire ulteriori delitti, perché
dopo il giudizio universale di delitti non ce ne sono più. Ecco,
la funzione classica della pena, come viene insegnata anche dalla morale
cattolica, è quella di retribuire, cioè è quella
di sanzionare con una sofferenza la violazione della legge, che può
essere la legge divina, il peccato, l'espiazione, l'inferno, o può
essere quella umana, violazione della legge penale e la pena irrog a ata
dal giudice. Ma nella legge umana la pena non ha soltanto questa funzione,
cioè quella di far soffrire chi ha commesso il peccato e in questo
caso il reato, ha delle funzioni ulteriori. Sono quelle di intimidire
la generalità dei consociati e quindi di prevenire il delitto,
perché mettendo in prigione e attraverso la punizione esemplare
della persona io faccio capire a tutto il resto dei cittadini che chi
commette quel reato finisce male, che se tu rubi uno a uno ar i vai in
galera, se uccidi avrai l'ergastolo. Quindi non c'è soltanto la
funzione di punire come punirà nostro Signore nel giudizio universale.
C'è la funzione di intimidire gli altri cittadini dicendo: guarda
che se fai la stessa cosa anche tu subirai la stessa condanna e quindi
non la fare. C'è anche una funzione ulteriore nella nostra Costituzione,
secondo la quale la pena deve servire a rieducare il condannato. Cioè
deve, attraverso una sofferenza e l'espiazione, farlo ritornare sui propri
passi, i passi della legalità, se non proprio della moralità,
e quindi di fare un cittadino buono attraverso l'espiazione, attraverso
l'esame di coscienza. La riduzione delle pene dopo la condanna definitiva
potrebbe in teoria essere ispirata a questo obiettivo dello Stato, quello
di rieducare: io ti condanno, però una volta che ti ho condannato,
poiché voglio anche rieducarti, ti insegno attraverso la legge
del perdono e della clemenza che il modo migliore per ritornare buoni
è quello di dimostrarti che anch'io sono buono, che anch'io ti
perdono. Ma questo non è un discorso che possa valere per la legge
positiva, perché quello che serve per la legge degli uomini, sia
per punire, sia per intimidire, sia per prevenire, sia per rieducare,
non è la pena esemplare, non è la pena forte, non è
la pena sproporzionata, non è la pena di 100 anni di prigione,
ma è la pena giusta ma sicura, e soprattutto rapida, è la
pena che viene irrogata dal giudice e che viene applicata con serietà.
Cioè quando una persona sa che se commette quel reato viene sicuramente
individuata, viene sicuramente punita, e viene sicuramente incarcerata
subito e deve espiare senza sconti quella pena che le viene irrogata,
non occorre che quella pena sia esemplare o sproporzionata, quello che
conta è che sia sicura, che sia certa, che sia seria, perché
quello che fa paura alle persone non è la pena enorme ma incerta
e futura, è la pena anche esigua ma rapida. Per esempio, se voi
questa sera tornando a casa in macchina, magari avendo ecceduto nel vino
o nella velocità trovate la paletta del carabiniere, vi viene istintivamente
un tuffo allo stomaco, perché, per una reazione istintiva quasi
automatica, noi sappiamo che la sanzione viene irrogata in modo sicuro
ed immediato. E non è una sanzione particolarmente devastante,
è magari mezzo milione di multa, diciamo un milione con il ritiro
della patente, se la cosa si fa seria, eppure è una pena che ci
impressiona, e quando vedete il carabiniere prendete paura. Mentre noi
ci troviamo molte volte in tribunale a giudicare delle persone che rischiano
3-4 anni di prigione, e quindi dovrebbero essere molto più intimidite
di quando voi trovate il carabiniere, ma che ridono durante il processo,
non si presentano nemmeno, si dimenticano di avere il processo, perché
loro sanno che quella pena, ammesso che venga irrogata, lo sarà
nel 2010. Sarà sospesa, sarà condizionata, ci sarà
un'amnistia, ci sarà un condono. Ecco la questione, quello che
a tutti noi fa paura, la paletta del carabiniere con il milione di multa
e il ritiro della patente subito, è molto più efficace di
quel fantomatico pretore o tribunale che ti darà due anni di galera
con la condizionale, con la sospensione, di qui a dieci anni. Io sono
assolutamente contrario a qualsiasi forma di buonismo e di indulgenza
dopo la condanna definitiva. Proprio perché vengo dipinto e credo
di essere un magistrato garantista, non sono affatto un magistrato buonista.
Continuo a ribadire che la perversione del nostro paese è che qui
si finisce facilmente in galera prima della condanna e si finisce difficilmente
in galera dopo la condanna definitiva. Le nostre carceri sono piene di
persone che vengono incarcerato prima di essere giudicate e poi vengono
liberate con tante scuse: questo è incivile. Sono piene di persone
che come vengono condannate vengono subito liberate perché dopo
la condanna si instaura un procedimento uguale e contrario, che tra l'altro
occupa un sacco di magistrati e di energie, per farle venire fuori. Io
sono garantista perché credo che la carcerazione preventiva debba
essere limitata al massimo, perché credo che, come dice la Costituzione,
una persona debba presumersi innocente fino alla condanna definitiva,
perché credo sia incivile mettere in prigione una persona, magari
per mesi o per anni, e puoi sentirsi dire che quella persona era innocente.
Credo che sia incivile spedire una comunicazione di garanzia attraverso
i giornali, e leggere sul Corriere della Sera che domani ti arriverà
una comunicazione di garanzia, spedita magari mentre presiedi un summit.
Questo lo ritengo incivile, e il mio è garantismo. Ritengo altrettanto
incivile che una persona, dopo essere stata riconosciuta colpevole, e
dopo essere stata condannata, venga liberata con tante scuse. Perché,
per una specie di buonismo di cui non si riesce capire la ragione, noi
dobbiamo perdonare una cosa che invece non deve essere perdonata? Il perdono
è una questione morale, delle nostre coscienze e della Chiesa,
ma lo Stato attraverso i suoi magistrati non deve perdonare nulla e nessuno,
deve soltanto fare giustizia. Ma non deve essere una giustizia forcaiola,
non deve essere una giustizia severa e rigorosa a tutti i costi, ma deve
essere una giustizia equa, e quindi deve evitare che una persona venga
sbattuta in galera prima di essere condannata, ma deve anche evitare,
per rispetto verso le vittime, che esca prematuramente dopo la condanna
definitiva.
Il problema dell'ergastolo in realtà è un falso problema,
perché oggi l'ergastolo non esiste più, nel senso che oggi
l'ergastolo continua ad essere irrogato dalle corti d'assise e continua
ad essere contemplato nei nostri codici, ma di fatto una persona condannata
all'ergastolo, dopo 16-17 anni di prigione esce. Se ha mantenuto una buona
condotta esce, cioè comincia a godere di permessi, va a lavorare
di giorno, qualche volta va a trovare gli amici, i parenti, sta via una
settimana, e dopo ventidue o ventitré anni dalla irrogazione dell'ergastolo,
gode della semilibertà, cioè praticamente fa una vita uguale
a quella che facciamo noi. Quindi domandarsi oggi se si è favorevoli
o sfavorevoli all'ergastolo è un falso problema, perché
l'ergastolo di fatto non esiste. Io non dico che questo sia sbagliato,
dico che andrebbe spiegato ai cittadini, e il fatto stesso che ancora
oggi si domandi se si è favorevoli o sfavorevoli all'ergastolo
significa che, non per colpa vostra, ma per colpa di una sbagliata informazione,
non si è dato ai cittadini l'opportunità di conoscere lo
stato della nostra giustizia. Oggi se un cittadino commette un reato grave,
anche se prende l'ergastolo, e lo prende perché oggi l'ergastolo
esiste, dopo 16 anni, se si comporta bene in carcere, comincia a uscire
dalla prigione, e quindi l'ergastolo non è più ergastolo,
e quindi l'ergastolo oggi non esiste, per questo è una domanda
che riflette un falso problema.
Domanda: qual è la sua opinione in merito alla questione della
differenziazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri?
Data la proliferazione dei reati, come giudica l'attuale procedura penale?
Risposta: la domanda sulla separazione delle carriere presuppone una serie
di nozioni che sono molto tecniche, e quindi non vorrei annoiare gli amici
che ascoltano parlando di cose che giustamente non conoscono. Ma per ridurre
all'essenziale i termini del problema e per renderli comprensibili anche
a chi giustamente non conosce la procedura penale, mi limiterò
ad alcune considerazioni di carattere generale. Cosa vuol dire separazione
delle carriere? Oggi in Italia i magistrati vengono indifferentemente
chiamati giudici, anche se non giudicano assolutamente niente. Voi oggi
chiamate o sentite chiamare giudice Borrelli, giudice Caselli, giudice
Di Pietro, giudice Nordio. Sono tutti esempi sbagliati, perché
né Borrelli, né Caselli, né Nordio, giudicano nulla.
Noi siamo pubblici ministeri, cioè siamo rappresentanti della pubblica
accusa, noi siamo quelli che accusiamo l'imputato, lo portiamo davanti
al giudice, ci confrontiamo col difensore, cioè con l'avvocato,
e poi alla fine il giudice decide se quella persona è colpevole
o innocente. Quindi quando si parla del giudice Nordio, non lo dico per
protagonismo, lo dico per non tirare in ballo altri colleghi, ma potrei
dire, come ho detto, Borrelli, Caselli, Davigo, Colombo, Vigna, non si
parla affatto di giudici, ma si parla di pubblici accusatori. Però
siamo magistrati. Vuol dire che, siccome siamo tutti magistrati e viviamo
tutti nella stessa carriera, possiamo domani automaticamente fare il giudice,
cioè quello che giudica. Io oggi a Venezia non posso giudicare
nessuno, io posso soltanto accusare e portare in tribunale una persona
dicendo: guardi signor giudice che questo ha rubato, questo ha fatto una
corruzione, una concussione, così come ho portato De Michelis,
Bernini, e qualche cooperatore rosso. Un domani il dottor Nordio, semplicemente
su sua domanda, o perché ha maturato una certa anzianità
di servizio, può cambiare ruolo e nella stessa città nella
quale fino a ieri ha fatto il pubblico accusatore, può diventare
giudice, cioè può giudicare. Questa è l'unità
delle carriere, ed è una unità in cui i magistrati credono
molto, cioè non vogliono che la situazione cambi, per una ragione
di utilità, per una ragione di vantaggio professionale, perché
è molto comodo per noi, quando vogliamo, cambiare città,
cambiare sede, cambiare professione. Faccio un esempio molto banale: il
dottor Carlo Nordio, immeritatamente chiamato giudice, ma in realtà
pubblico ministero, pubblico accusatore, è diventato immeritatamente
famoso perché per vari anni ha indagato sulle cooperative rosse,
e quindi da magistrato inquirente, da accusatore, da investigatore, ha
maturato come qualsiasi altro professionista avrebbe maturato, tutta una
serie di pregiudizi negativi nei confronti di quelle persone che ha sottoposte
a indagini. Non tutti negativi, però se dopo cinque anni uno fa,
come ho fatto io, una richiesta di rinvio a giudizio, cioè chiede
che vengano processati 150 o 200 amministratori delle cooperative rosse,
vuol dire che ha maturato delle convinzioni, magari sbagliate, sarà
il tribunale a deciderlo, però che corrispondono a quello che pensa,
cioè corrispondono all'intimità della sua coscienza. Se
io domani volessi, con una semplice domanda, in base alla anzianità
di servizio che ho, io potrei andare a presiedere una sezione del tribunale
di Venezia. Parlo proprio del tribunale di Venezia, dove fino a ieri ho
fatto il pubblico accusatore. E potrei trovarmi a giudicare non i miei
ex imputati, questo è ovvio, però per esempio un altro amministratore
di un'altra cooperativa rossa sulla quale io non ho mai indagato ma che
appartiene pur sempre a quel mondo nel quale io sono entrato e sul quale
ho maturato dei pregiudizi negativi. Se voi foste questo amministratore,
che non è mai stato indagato dal dottor Nordio, ma che ha letto
sui giornali che il dottor Nordio da cinque anni si occupa di cooperative
rosse, sareste sereni? Ovvio che no, perché vi domandereste: ma
come, questo giudice che fino a ieri per cinque anni ha sempre indagato
contro di noi, adesso ci giudica? Questo giudice non è sereno,
questo giudice non è imparziale, questo giudice non è terzo.
Dal mio punto di vista di giudice, se dovessi diventare giudice in un
caso così, subentrerebbe una sorta di autocensura, di autolimitazione,
per la quale se io mi convincessi che quell'imputato è colpevole,
in base al mio libero convincimento, mi domanderei: non è che per
caso questo mio convincimento che questo imputato è colpevole deriva
dal fatto che per cinque anni come pubblico ministero ho indagato in questo
settore e ho maturato dei pregiudizi negativi? E risponderei: probabilmente
è proprio così. E allora direi: no, caro Carlo Nordio, tu
come giudice adesso devi autocensurarti, devi autocriticarti, devi autolimitarti,
quindi questa persona la assolvi, perché il tuo convincimento della
sua colpevolezza poggia sui pregiudizi che hai maturato quando facevi
l'accusatore. Quindi lo assolverei, e magari farei un errore.
Allora arrivo alla conclusione. Un pubblico ministero, cioè un
magistrato che abbia fatto per anni il pubblico accusatore, non può
improvvisamente pensare di diventare un giudice. È irreale, non
accade al mondo, e non esiste un sistema processuale, un codice di procedura
penale, un ordinamento giudiziario nel mondo che abbia, come noi abbiamo,
un processo accusatorio, dove un pubblico ministero possa diventare, da
un momento all'altro, giudice. Questo avviene soltanto in Italia, dove
il pubblico accusatore, in base al principio della unità delle
carriere, può da un giorno all'altro, sulla base della sola anzianità
di servizio, trasformarsi da aggressivo e parziale pubblico accusatore,
in sereno e distaccato giudice terzo e indipendente. Questo noi possiamo
anche pensarlo nella nostra testa di magistrati, perché noi siamo
stati abituati a ritenerci imparziali. Ma questo non conta niente. Conta
il fatto che il cittadino non ci crede, conta il fatto che il cittadino
non può pensare di vedere una persona, che per anni ha visto come
simbolo della pubblica accusa, trasformarsi improvvisamente in una persona
serena che giudica. Poiché questo non avviene, rispondo alla domanda
dicendo che io sono favorevole alla separazione delle carriere. Io credo
che i pubblici ministeri non debbano e non possano diventare automaticamente
dei giudici come sta accadendo ora. Credo che possano diventarlo, come
possono diventarlo gli avvocati, cioè dopo una selezione, dopo
un concorso ad hoc, dopo una serie di decantazione anche psicologica,
esattamente come potrebbero e dovrebbero fare gli avvocati. La carriera
del giudice deve essere aperta sia ai pubblici ministeri sia in uguale
maniera agli avvocati che hanno avuto esperienze di difesa, perché
il giudice non è soltanto una somma, è una sintesi delle
parti che si contrappongono e deve essere in grado di aver maturato una
esperienza nell'uno nell'altro ruolo, deve essere stato a suo tempo sia
giudice sia difensore: allora sì potrà definirsi ed anche
essere imparziale.
Domanda: l'interesse politico per il buon funzionamento della giustizia
sembrerebbe essere contenuto per lo scarso ritorno elettorale, però
nello stesso tempo c'è l'impressione che ci sia un uso politico
della giustizia. L'indipendenza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario
è stata intaccata secondo lei da questo uso distorto, da questa
impressione che ci sia un uso politico della giustizia. Come intervenire
per modificarlo?
Risposta: l'impressione che il cittadino ha che la giustizia abbia avuto
una funzione politica è un'impressione un po' giusta e un po' sbagliata.
Io mi rifiuto di credere che i magistrati o alcuni magistrati abbiano
fatto il loro dovere per fini politici. Mi rifiuto di pensare che ci siano
stati dei magistrati che hanno prostituito la giustizia e la loro professione
per perseguire scopi politici. Questo è il bicchiere mezzo pieno.
È anche vero però che, vista dall'esterno, la giustizia
ha condizionato gli ultimi otto anni della vita politica nazionale, perché
la giustizia, cioè le indagini e i processi, hanno fatto quello
che non avevano fatto la politica e le elezioni dal 1948 al 1992. Cinque
gloriosi partiti di grande tradizione democratica, con tutte le loro pecche,
con tutte le loro ruberie e parla un magistrato, ripeto, che ha mandato
in prigione e mandato a giudizio i massimi esponenti veneti di questi
partiti, però cinque partiti, la democrazia cristiana, il partito
socialista, il partito liberale, il partito repubblicano e il partito
socialdemocratico sono stati praticamente distrutti dalla magistratura.
Non perché la magistratura avesse un disegno politico, questo non
lo voglio nemmeno pensare perché sarebbe un sacrilegio, ma perché
di fatto questo è avvenuto, e quindi l'idea che può avere
un cittadino che esista una giustizia politica è un'idea che poggia
su fondamenti oggettivi, anche se è contestabile. La possibilità
che vi sia stata un'interferenza tra il potere esecutivo e il potere giudiziario,
cioè tra la politica e la magistratura, è secondo me inesistente.
L'idea che la magistratura sia stata condizionata e abbia avuto un input,
abbia avuto uno stimolo dal potere politico non esiste, non esiste la
possibilità che tangentopoli sia nata perché alcuni politici
hanno dato ai magistrati la legittimazione per far politica. La magistratura
non è mai stata lo strumento dei partiti, e meno che mai di tangentopoli.
Dal 1992 a oggi non è stata la politica a condizionare la magistratura,
semmai è stato l'opposto, è stata la magistratura a condizionare
la politica. Ma non perché la magistratura abbia fatto un passo
avanti invadendo un potere altrui in modo arbitrario: è stata la
politica a ritirarsi di fronte ad una magistratura aggressiva. Vi faccio
un esempio per chiarire. Voi ricorderete quella volta che i pubblici ministeri
di Milano sono andati in televisione per censurare il decreto Biondi.
Era accaduto che il governo, con una scelta maldestra nel tempo, nel modo
e nella circostanza, avesse previsto un decreto erroneamente chiamato
salvaladri, però era un decreto che poteva sembrare un colpo di
spugna nei confronti di tangentopoli. Non era assolutamente vero, ve lo
dico da tecnico del diritto, però così sembrava. E voi,
o molti di voi, hanno visto i pubblici ministeri di Milano andare in televisione
anche un po' eccitati e dire a chiare lettere: noi ci dimettiamo. Il discorso
che fecero quel giorno Di Pietro, Davigo, Colombo e Greco fu il seguente:
questo decreto fatto dal governo confligge con la nostra coscienza, e
se la politica e cioè il governo non lo ritira, noi diamo le dimissioni.
In quel momento ci furono molte reazioni e si disse che quei magistrati
avevano fatto un intervento inopportuno, illegittimo, sconsiderato e andavano
puniti. Ed è accaduto tutto il contrario di quello che secondo
la razionalità politica doveva accadere. Cioè il governo
ha criticato quei magistrati che erano andati in televisione minacciando
le dimissioni, però ha ritirato di decreto, cioè ha fatto
marcia indietro la politica rispetto alla magistratura, mentre avrebbe
dovuto fare esattamente il contrario. Avrebbe dovuto dire: signori magistrati,
noi riconosciamo il vostro diritto di criticare anche in televisione le
nostre scelte politiche, perché voi non siete dei giudici. I giudici
non hanno il diritto di criticare, i giudici devono parlare soltanto attraverso
le sentenze, perché il giudice è imparziale, è un
terzo, il giudice deve applicare soltanto la legge. Ma voi siete dei pubblici
ministeri, siete dei pubblici accusatori, siete esattamente come gli avvocati,
cioè siete delle parti processuali. Quindi io governo, io potere
politico, vi riconosco il diritto di andare in televisione e di criticare
le leggi che non vi piacciono, perché sarete voi i primi ad applicarle,
e poiché le leggi a voi non vanno bene voi avete il diritto di
dire che non vi vanno bene. Fatta questa premessa avrei aggiunto: ma poiché
voi avete il dovere di applicare le leggi che vengono promulgate dal Parlamento,
che è espressione del popolo sovrano, mentre voi siete soltanto
dei magistrati che hanno vinto un concorso, poiché voi minacciate
di dare le dimissioni se noi non ritiriamo la legge, nel momento in cui
noi politici vi riconosciamo il diritto di criticare le leggi e di minacciare
le dimissioni, noi così vi rispondiamo: noi manteniamo il nostro
decreto e vi invitiamo a dare subito le dimissioni, che noi accetteremo
seduta stante, accomodatevi e lasciate libero il campo, perché
noi siamo stati eletti dal popolo e non rispondiamo a voi magistrati,
rispondiamo al popolo. Questa sarebbe stata la risposta di un governo
coraggioso, di un politico con la P maiuscola, dello statista. Invece
no, il politico ha fatto esattamente il contrario: ha criticato il magistrato
per un intervento in televisione che invece aveva il diritto di fare,
però ha ritirato il decreto, cioè sostanzialmente ha dato
ragione, si è ritirato di fronte alla magistratura.
Ecco dov'è l'errore. Non è stata la magistratura ad invadere
il dominio del potere politico, è stata la politica che si è
ritirata intimidita, in modo anche abbastanza vile, di fronte alla magistratura.
Se la politica avesse avuto il coraggio di affermarsi di fronte a qualche
cosiddetta interferenza dei magistrati, questo non sarebbe accaduto, ma
la politica in quel momento non aveva la forza di farlo e forse non ce
l'ha nemmeno ora. È questa la disgrazia del nostro paese, perché
un paese non può tollerare di avere i rappresentanti eletti dal
popolo che decidono di fronte a dei magistrati che hanno semplicemente
vinto un concorso.
Domanda: perché l'aumento dell'organico in magistratura viene visto
con ostilità dagli stessi magistrati?
Risposta: è vero. Noi magistrati siamo in Italia circa 8000 e poiché,
come abbiamo detto prima abbiamo cause che durano decenni, uno si domanda
perché non si possa raddoppiare o triplicare il numero dei magistrati,
cioè di adeguare i magistrati al carico delle cause. Qui la risposta
dovrebbe essere molto lunga e soprattutto articolata. La primissima è
che non ci sono i soldi. A Treviso c'è una vecchia storiella di
uno che dice all'altro, che è un suo creditore: non ti pago per
100.000 ragioni, ma prima di tutto perché non ho i soldi. L'altro
dice: le altre 99.999 non mi interessano nulla perché se non hai
i soldi è una ragione sufficiente. L'aumento dell'organico della
magistratura e delle strutture della giustizia non si può fare
oggi in Italia per la ragione assorbente che non ci sono i denari. Un
magistrato non è che costi tanto perché viene pagato bene,
è vero che noi siamo pagati abbastanza bene, possiamo anche dire
bene, ma non è questo il problema. Il problema è che un
magistrato è come un pilota di un aereo da guerra, cioè
è il leader di tutta una formazione che gli ruota attorno. Così
come il pilota di un caccia guida un aereo però è assistito
da tecnici, da aeroporti, da vigilanti, da meccanici ecc., un pubblico
ministero non è un magistrato, ma è una persona che impegna,
se vuole lavorare, tutta una serie di collaboratori, segretari, cancellieri,
ausiliari, ufficiali giudiziari, messi, struttura, macchine da scrivere,
stanze, per cui non è sufficiente dire raddoppiamo gli 8000 magistrati,
che già come stipendio costerebbero abbastanza. 8000 magistrati
in più significa avere 100.000 persone in più se vogliamo
che quelle persone lavorino, e questo non è possibile perché
i soldi non ci sono. La domanda però non è questa, la domanda
è: perché l'aumento dell'organico della magistratura viene
visto con ostilità anche dai magistrati? Ed è vero, perché
sono gli stessi magistrati ad opporsi all'aumento dell'organico. L'aumento
dell'organico, ripeto, non si potrebbe fare comunque perché non
ci sono i soldi e non c'è la possibilità di reclutare 8000
magistrati da un giorno all'altro. È anche vero però che
comunque i magistrati sono contrari. La ragione formale, cioè la
ragione ufficiale è che aumentando improvvisamente il numero dei
magistrati verrebbe meno la qualità della professione. Cioè
se noi aprissimo improvvisamente le porte della magistratura agli avvocati,
ai praticanti ecc., la nostra altissima qualificazione professionale verrebbe
meno, più si annacqua il vino più il vino perde in purezza.
Un pizzico di ragione c'è, nel senso che la selezione dei magistrati
oggi è estremamente rigorosa. Per entrare in magistratura occorre
passare un esame molto serio e molto difficile, però direi anche
abbastanza datato, nel senso che è un esame, un concorso che è
basato esclusivamente sul nozionismo mnemonico, e quindi non c'è
una verifica di tutte quelle qualità che dovrebbero invece fare
di un magistrato un buon magistrato. Per essere un buon pubblico ministero
o un buon giudice non è sufficiente rispondere a 100.000 domande
di diritto penale, civile o amministrativo. Le doti maggiori di un magistrato,
sono il buon senso e l'umiltà. Cioè deve capire che si trova
di fronte a persone in carne ed ossa e deve avere l'umiltà di trattarle
non dall'alto in basso, come qualche volta siamo tentati di fare, ma come
persone.. E poi soprattutto il buon senso. Ma l'esame più importante,
dei 20 che dobbiamo sostenere per entrare in magistratura, quello psichiatrico
o di attitudine psicologica, non esiste, e noi abbiamo dei magistrati
nel nostro ambito, che non sono del tutto a posto con la testa. Lo sappiamo,
ce lo diciamo tra di noi, li conosciamo, però rimangono lì
e non c'è niente da fare. Questa selezione esiste ma è una
selezione squisitamente tecnica. Ma possiamo anche ammettere che in piccola
parte questa resistenza sia giustificata, cioè non si voglia allargare
troppo la maglia d'ingresso in magistratura per non tirar dentro anche
persone dequalificate, persone che non abbiano una preparazione sufficiente.
Però se vogliamo dare una risposta realistica, e mi scuso per il
lungo preambolo, la ragione non è questa. La ragione è che
la magistratura è una corporazione chiusa, ed è una corporazione
che teme moltissimo di essere inquinata da forze esterne che distruggano
gli equilibri di potere all'interno della magistratura. La magistratura
è divisa in correnti. La magistratura non è politicizzata
come voi potreste pensare, nel senso che i giudici diano più ragione
alla destra che alla sinistra o viceversa. Non è politicizzata
in questo senso. È politicizzata perché nel suo ambito si
sono create delle correnti che hanno dei riferimenti partitici: la dottoressa
Paciotti che era leader della corrente di magistratura democratica, notoriamente
la corrente di sinistra della magistratura, oggi si è candidata
per i democratici della sinistra, non ha sorpreso nessuno perché
sapevamo tutti come la pensava la dottoressa Paciotti, e come la pensano
gli altri che militano in correnti diverse da quella della Paciotti, anche
se poi in realtà, anche all'esterno, si dice che noi siamo tutti
indipendenti, tutti svincolati dal potere politico, tutti uguali. Non
è vero, abbiamo tutti le nostre idee, siamo tutti più o
meno simpatizzanti di alcuni partiti. Però in questa diversità
vi è una forte omogeneità nella magistratura. L'omogeneità
deriva dal fatto che, meno siamo, più forti siamo, cioè
più siamo compatti all'interno dell'organizzazione, anche se in
questo interno abbiamo tra di noi diversità ideologiche e politiche
fortissime, meno siamo vulnerabili dagli attacchi dall'esterno. In altre
parole, se noi aprissimo le porte a 8000 avvocati, che venissero inseriti
nell'organico della magistratura da un giorno all'altro per ampliare l'organico,
per fare giustizia più in fretta, ammesso che avessimo i soldi,
la magistratura sarebbe contraria a questo, perché far entrare
8000 avvocati da un giorno all'altro significherebbe sconvolgere alla
radice quegli equilibri delicatissimi che oggi governano la struttura
della magistratura. È questo che secondo me è intollerabile
e che prima o dopo dovrà finire.
Quali sono i rimedi? Io credo che prima o dopo si dovrà arrivare
al magistrato elettivo. Oggi, secondo la nostra Costituzione, si entra
in magistratura soltanto per concorso. Costituzione vecchia, nata nel
48, a suo tempo era una norma pienamente giustificata, oggi non lo è
più. In tutti i paesi civili dove esiste un processo accusatorio
come quello che noi abbiamo, i giudici sono elettivi o addirittura di
nomina governativa. Questo non significa affatto che siano vincolati al
potere politico, anche per un'altra ragione fondamentale: che il giudice
nel procedimento anglosassone, cioè nel processo accusatorio, non
giudica un bel niente, quello che giudica siete voi. Nei processi americani,
inglesi, non quello americano del Cermis dove c'era una giuria esclusivamente
di giudici militari contrari alla stessa tradizione anglosassone, ma nei
processi normali che si svolgono negli Stati Uniti, in Inghilterra, in
Australia, in Canada, ecc., in tutti i paesi di tradizione anglosassone,
chi giudica se Tizio o Caio è colpevole o è innocente non
è il giudice togato. Provate a ricordare quello che vedete nei
film di Perry Mason e nei vari film sulla giustizia americana. Chi giudica
è la giuria popolare. Sono dodici giurati scelti fra il popolo
a sorteggio, quindi con tutte le garanzie che il sorteggio può
dare, che non sono vincolati a correnti, a elezioni, a partiti politici,
che possono essere ricusati senza formalità, nel senso che l'imputato
può dire: quello non lo voglio perché ha una faccia che
non mi piace. In America è normalissimo che un negro dica: quel
giurato non lo voglio perché è un bianco troppo bianco,
ha la faccia da fascista ecc.. E non viene giudicato da quello. E la giuria
popolare nell'ordinamento anglosassone è la sovrana del processo
nel giudizio sul fatto, cioè il fatto che una persona sia colpevole
o innocente non viene giudicato dal giudice togato, quello che vedete
in televisione che ha la faccia da gufo, che si limita a dire invece obiezione
accolta obiezione respinta ecc.. Il giudizio sul fatto viene dato da voi,
viene dato dalla giuria popolare, e io credo che questa sia l'unica soluzione
ormai per avere in Italia una giustizia imparziale, togliendo quindi ogni
polemica sul fatto che il giudice provenga dalla destra, dal centro, dalla
sinistra, perché quando un giudice si limita a regolare il dibattimento,
cioè ad accogliere o respingere le obiezioni, mentre il giudizio
finale di colpevolezza o di innocenza viene dato dalla giuria popolare,
cioè da voi, è un giudice che tutto sommato può anche
provenire dalle file di un partito, perché non conta nulla, perché
non sarà lui a dire se quell'onorevole di destra o di sinistra
è colpevole o innocente. Si limiterà semplicemente a dirigere
il dibattimento. Non solo, ma se si dimostrerà parziale, fazioso
e corrotto o altro non sarà necessario dopo vent'anni avere il
giudizio del Consiglio Superiore della Magistratura, perché semplicemente
dopo un po' di tempo non verrà rieletto, non sarà riconfermato.
Cioè il presidente, il governatore o il popolo non confermerà
quel giudice che si è dimostrato parziale, inetto, inefficiente
o corrotto, e verrà tolto di mezzo, così come fisiologicamente
dev'essere eliminato chiunque nella società non renda secondo le
sue capacità.
Domanda: cosa pensa di un avvocato che abbandona il caso?
Risposta: chi ha fatto questa domanda deve avere visto un film americano
che ho visto anch'io, di un avvocato che molla il suo assistito in mezzo
al guado. Beh, un avvocato non può abbandonare un caso se non per
una causa legittima, e quindi un avvocato che molli il cliente nel bel
mezzo della causa è un avvocato che deve essere censurato dalla
sua stessa organizzazione. Gli avvocati, come i magistrati, rispondono
ad organismi cosiddetti omogenei. Così come noi rispondiamo al
Consiglio Superiore della Magistratura, che è fatto prevalentemente
di magistrati, gli avvocati rispondono al consiglio dell'ordine, che è
fatto di avvocati. Poiché vale il principio italiano che cane non
morde cane, generalmente succede che né i magistrati né
gli avvocati riescano a fare giustizia in casa loro, perché si
cerca di accomodare. Però in generale un avvocato non può
mollare il cliente nel bel mezzo di una causa se non per ragioni legittime,
che possono essere di varia natura. Per esempio perché il cliente
non paga la parcella, ma anche qui l'avvocato dev'essere onesto e dire
fin dal principio qual è il costo di quel processo, oppure perché
il cliente ha tradito la fiducia dell'avvocato: se si rompe il rapporto
fiduciario anche questa può essere una causa legittima di interruzione
del rapporto professionale. Aggiungerò una cosa. Io sono figlio
di un avvocato, fratello di avvocato genero di avvocato e cognato di avvocato,
io stesso ho fatto l'avvocato e credo che ogni magistrato debba aver fatto
l'avvocato prima di andare ad accusare o giudicare gli altri. Lo dico
perché conosco abbastanza i problemi della categoria forense. La
stragrande maggioranza degli avvocati non lascia i clienti in mezzo al
guado. Se questo avviene nella stragrande maggioranza dei casi è
perché il cliente ha tradito la fiducia del professionista.
Domanda: è vero o no che troppo spesso la giustizia assume in alcuni
PM due pesi e due misure?
Risposta: l'osservazione è che forse troppi PM ho adottano due
pesi e due misure e nei confronti degli imputati a seconda del loro colore
politico. Qui non è specificato, ma è difficile che si adottino
due pesi e due misure nei confronti di due ladri. Generalmente quando
si fa questa domanda si ritiene che quel PM abbia due pesi e due misure
nei confronti di due persone di diversa estrazione politica. Questa è
una domanda alla quale io devo rispondere di no, perché appartengo
alla categoria e quindi devo difenderla. Però è una domanda
che viene fatta così spesso e in modo sempre crescente, per cui
comincio a pensare che nella immaginazione collettiva dei cittadini il
problema sia reale. Cioè anche se io mi rifiuto di pensare che
i pubblici ministeri adottino due pesi e due misure a seconda delle direzioni
politiche in cui indagano, e non posso pensare che sia vero perché
sarebbe un sacrilegio, la frequenza di queste domande, l'intensità,
direi quasi la ossessionante ripetitività di questo pregiudizio,
mi induce a ritenere che sia ormai una opinione consolidata nei cittadini.
Allora io rispondo che non m'interessa più sapere se i pubblici
ministeri o alcuni pubblici ministeri adottano due pesi e due misure,
m'interessa sapere che i cittadini pensano che questo sia vero. Cioè
l'opinione di una persona è una opinione finché resta tale.
Quando diventa diffusa, quando viene giudicata dall'esterno, cessa di
essere una opinione e diventa un fatto storico, diventa un fatto oggettivo.
Un grande psicanalista, Jung, diceva: se io dico che credo in Dio esprimo
una mia opinione, ma se io dico che voi credete in Dio esprimo un fatto
storico, un fatto oggettivo. Questo non significa che Dio esista o no,
ma il fatto che voi crediate in Dio è un fatto in sé e per
sè, è un fatto reale. Allora io rispondo che non lo so se
vi siano dei pubblici ministeri che adottano due pesi e due misure. Io
vedo però che nella considerazione dei cittadini vi è un
crescente sospetto che molti pubblici ministeri adottino due pesi e due
misure, e questo è un fatto oggettivo. Ed è questo che comincia
a screditare, anzi ha già screditato molto la giustizia. Ormai
non ha più importanza il fatto se sia vero o no che i pubblici
ministeri adottano due pesi e due misure, quello che conta è che
nella rappresentazione dei cittadini i pubblici ministeri adottano un
sistema differenziato, e questa è già una più che
preoccupante manifestazione di giustizia fallita. Perché se nella
vostra considerazione noi pubblici ministeri adottiamo criteri differenziati
in un'indagine a seconda delle parti politiche dove indaghiamo, non ha
più nessuna importanza il fatto che questo sia vero, ha importanza
il fatto che voi lo pensiate, perché questo è un fatto oggettivo,
questo è un fatto culturale, come si dice oggi è quasi un
fatto politico. Questa è un'ennesima dimostrazione che in Italia
la giustizia è fallita, perché il giudice non deve soltanto
essere imparziale, deve anche apparire imparziale come insegnano tutti
i manuali. E se non appare imparziale, e da quanto risulta i cittadini
oggi non ritengono che pubblici ministeri siano imparziali, questo è
già più che un sintomo, è direi l'aspetto terminale
e più doloroso di una giustizia che in realtà è già
fallita.
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