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I LAICI OGGI NELLA CHIESA
Conferenza tenuta da S.E.Mons. Paul
Josef Cordes alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il
23 maggio 1985
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Essere laici a vent'anni dal Vaticano
II
Più di vent'anni fa, l'11 ottobre
1962, l'indimenticabile Papa Giovanni XXIII inaugurava il Concilio Vaticano
II. Nessuno confuterà il fatto che quell'assemblea dei vescovi
del mondo intero abbia influenzato il pensiero e la vita della Chiesa
più di ogni altro evento del nostro secolo. Certo, due decenni,
nella bimillenaria storia della Chiesa, sono una frazione infinitesimale.
E' il motivo per cui non si tratta qui, in alcun modo, di voler raccogliere
tutti i frutti del Vaticano II. Ma un esame attento del terreno seminato
può interessare già oggi, può mostrare se e in che
misura il seme del Concilio è germogliato e cresce.
Il Vaticano II non ha trascurato alcun ambito della vita umana e del pensiero
della Chiesa. L'area è quindi troppo vasta per poterla abbracciare
con un solo sguardo. Ognuno, nel proprio esame, dovrà scegliere
una determinata valle o una determinata collina. Io mi limiterò
a trattare l'ambito dell'apostolato dei laici, che è il mio campo
di lavoro nella Curia Romana. Questo tema ha occupato intensamente i Padri
conciliari; e stato articolato in parecchi decreti e costituzioni del
Concilio; nel corso di quel convegno episcopale universale, ha risvegliato
attese tali da suggerire la creazione di uno specifico dicastero, il Pontificio
Consiglio per i Laici; sarà, infine, oggetto di studio del prossimo
Sinodo ordinario dei Vescovi, che si terrà a Roma nel novembre
1987.
Non è questa la sede per illustrare il fondamento storico o spirituale
che maestri come, ad esempio, Frédéric Ozanam, Giovanni
Bosco, John Henry Newman e Joseph Cardijn offrivano al Vaticano II. Dirò
soltanto che uno degli impulsi più decisivi dati dal Concilio alla
vita della Chiesa e alla coscienza dei suoi membri è stata certamente
la riscoperta del messaggio biblico del sacerdozio comune dei fedeli e
l'affermazione della coscienza della corresponsabilità, nella Chiesa,
di ogni battezzato.
Considerare la situazione della Chiesa a circa vent'anni dal Concilio
vale quindi la pena e vale la pena considerare i frutti portati dallo
Spirito con tale riscoperta. E, poiché i semi del Vangelo nel nostro
mondo sono sempre anche minacciati, vedremo pure, in una seconda parte,
quale attitudine ci indica l'Apostolo Paolo in tali circostanze.
Segni della fecondità del Concilio
per l'apostolato dei laici
Sono stato ordinato sacerdote nel 1961.
I tempi passati in seminario erano tempi ancora segnati da una teologia
pre-conciliare; da un pensiero di stati ecclesiali, uno dei quali, quello
clericale, era chiamato a governare. Pertanto, nella Chiesa si registrava
una differenza - come afferma un manuale di diritto canonico - tra dirigenti
e subalterni. Più importanti di ogni comunanza sembravano essere
le differenze di stato e dignità. Ne derivava il concetto della
attività degli uni e della passività degli altri. L'autorità
riteneva opportuno dare ordini senza chiedere l'opinione dei destinatari,
definiti Chiesa ascoltante. Questa, infatti, non era considerata né
capace né avente diritto al dialogo e ad una collaborazione vera.
I cambiamenti apportati dall'opera conciliare in favore della promozione
di tutti i cristiani sono a stento valutabili. Senza dubbio, superano
i sogni più audaci degli stessi Padri conciliari.
In Africa come in America Latina, ad esempio, i membri della Chiesa si
organizzano nelle cosiddette comunità di base per risolvere insieme
problemi giuridici, economici o politici, ma anche problemi di fede. Solo
in Brasile ne dovrebbero esistere circa quarantamila. E' possibile che
di tanto in tanto, la miseria e l'ingiustizia le spingano a polarizzarsi
ed a provocare conflitti. Ciò nonostante, nessuno metterà
in dubbio la maturazione e la crescita nella fede che esse favoriscono,
portando molti a fare del messaggio evangelico una questione personale
ed a porre così la propria vita in un rapporto più profondo
con Dio ed anche con la Chiesa. In ultima analisi, tali comunità
non sarebbero state possibili senza il Vaticano II. Qualche tempo fa,
un mio amico, che ha lavorato per nove anni in una enorme parrocchia di
Porto Alegre, mi raccontava che un giorno è andato da lui uno dei
responsabili di una comunità di base, che da più di un anno
cercava di approfondire la sua fede con dialoghi e ricerche. Quell'uomo
semplice, padre di una numerosa famiglia, era stato profondamente colpito
dalle crisi sofferte dalla Chiesa lungo la storia. Gli aveva detto: "La
Chiesa ha vissuto tutti questi smarrimenti. Eppure esiste ancora. Quindi,
Dio deve essere con lei".
In Germania, dopo il Concilio, si è presentato ai sacerdoti tutto
un sistema di ausiliari volontari, pronti a collaborare nel lavoro di
preparazione ai sacramenti. Ci sono, ad esempio, laici che preparano i
bambini alla prima confessione o alla prima comunione. Prima di iniziare
il mio servizio a Roma, sono stato per quattro anni vescovo ausiliare
di una diocesi tedesca con più di due milioni di cattolici. Le
visite nelle parrocchie e l'amministrazione del sacramento della confermazione
erano parte essenziale del mio lavoro. Prima di amministrare il sacramento
e in occasione della celebrazione, incontravo spesso i laici che avevano
preparato i ragazzi. Ho potuto così constatare da vicino la gioia
che dava loro questo impegno per la fede e la testimonianza di Cristo.
Ricordo ancora quello che un giorno mi disse una giovane donna che aveva
preparato un gruppo di cresimandi di quattordici/quindici anni: "Appena
mi ero messa a disposizione per questo lavoro, ho avuto paura e ho cominciato
a rimproverarmi aspramente: 'Non ho tempo sufficiente nemmeno per la mia
famiglia - pensavo. Cosa diranno i vicini? Saprò dare risposte
quando questi giovani verranno a sottopormi i loro problemi di fede? Come
potrò farcela? Nel frattempo - continuò la donna -il nostro
gruppo si è riunito quattro volte. Oggi, non vorrei più
rinunciare a questo lavoro. Sono contenta soprattutto perché i
ragazzi e le ragazze trovano sempre troppo lungo il tempo fra una riunione
e l'altra".
Infine, nell'esame retrospettivo della crescita dei laici dopo il Concilio,
non si possono dimenticare i cosiddetti movimenti di spiritualità,
che sono andati sviluppandosi sempre più nel periodo post-conciliare
e che, accanto ai movimenti di Azione Cattolica, provano i frutti positivi
dei decreti del Vaticano Il.
Nel luglio del 1983, durante un viaggio di alcune settimane nelle regioni
nord-occidentali degli Stati Uniti, ho potuto avere contatti e dialogo
con parecchi gruppi. Oltre ai consigli diocesani e parrocchiali, si trattava
soprattutto di gruppi del Terz'Ordine Francescano e del Movimento del
Rinnovamento Carismatico. Nel rapporto della visita fatto al Santo Padre,
ho potuto dire che questi gruppi hanno formato molti membri attivi in
seno all'istituzione Chiesa e che proprio essi hanno cattolicizzato la
falda freatica religiosa degli Stati Uniti, che e sorprendentemente alta.
E veniamo all'Italia. Non conosco altro paese europeo in cui la forza
dei gruppi e delle famiglie spirituali si sia sviluppata in modo tanto
incoraggiante. Mi sono spesso sorpreso nel vedere che in Italia tali comunità
sorgono più facilmente che altrove ed esercitano un'influenza decisiva
nella vita della Chiesa e della società. Penso, ad esempio, a Mondo
Migliore, al Movimento dei Focolari, a Comunione e Liberazione, alla Comunità
di Sant'Egidio a Roma. Qui, a Bassano, non posso non far riferimento al
"Comune dei Giovani" e alla "Scuola di Cultura Cattolica".
L'ho conosciuta solo pochi mesi fa e mi ha colpito il senso di responsabilità
socio-politica e l'impegno dinamico di tanti cristiani adulti. Ho incontrato
raramente una applicazione così convincente del pensiero conciliare
sul laico. Mi ha colpito soprattutto lo spirito di fede che fondamenta
il "gruppo dei dieci". L'esistenza e la storia di questo gruppo
sono state per me un ulteriore motivo di meraviglia per le grandi cose
che il Signore opera anche nei nostri giorni e che dobbiamo annunciare
a tutta la Chiesa.
Sono solo alcuni esempi. Ma dimostrano che le iniziative di questo paese
a livello della corresponsabilità dei laici hanno acquisito un'importanza
che trascende largamente l'Italia. Provano la vitalità di un popolo
cattolico che realizza tutte le dimensioni dell'impegno pastorale dei
laici: dalla cura dei poveri e degli emarginati, allo sviluppo di un diversificato
programma culturale, all'approfondimento della fede e della spiritualità,
all'evento della conversione di "lontani". Perché pare
proprio questo il contributo più importante di tali movimenti:
grazie all'impegno dei laici e alla comunità dei credenti, molti
indifferenti e non-credenti ritrovano Dio. E sappiamo tutti che ciò
provoca in cielo più gioia di novantanove giusti che non hanno
bisogno di conversione (cfr. Lc 15,7).
Lo slancio apostolico che la Chiesa ha conosciuto dopo il Concilio, grazie
al Concilio, non può che rallegrare. E la teologia del Vaticano
II giustifica le iniziative prese. Trattiamola un po' questa teologia.
Sarebbe indicato elencare qui i documenti che mostrano la dignità
attribuita dai Padri conciliari a tutti i membri del popolo di Dio, una
dignità che poi, naturalmente, diviene anche esigenza. Vorrei,
invece, commentare la realtà dell'appartenenza al popolo di Dio,
interpretando le affermazioni della prima Lettera di San Pietro sul "sacerdozio
comune dei fedeli". Come vedremo, la descrizione conciliare è
tangibilmente vicina al pensiero biblico. Il testo sul sacerdozio comune
e stato oggetto di un'attenzione speciale da parte dei Padri del Concilio.
Non costituisce solo la prima e fondamentale descrizione della Chiesa,
fatta nel capitolo sul popolo di Dio, ma e uno dei testi della Scrittura
maggiormente usati dal Vaticano II, che nei suoi documenti lo cita o vi
accenna non meno di sette volte.
Questo brano biblico - che in certo qual modo è stato riscoperto
dal Concilio - noi lo conosciamo molto bene. L'Autore si rivolge ai destinatari
della sua Lettera con vari titoli onorifici: stirpe eletta, nazione santa,
sacerdozio regale, popolo che Dio si è acquistato perché
proclami le opere meravigliose di lui che li ha chiamati dalle tenebre
alla sua ammirabile luce.
Esaminando più a fondo la versione greca del testo, si nota un
fatto di rilievo: per indicare la "sacerdotalità" dei
fedeli, viene usata una parola che si trova solo nella Bibbia greca "Hieratoima",
sacerdozio. Il linguaggio quotidiano dei greci non conosce questo termine
che bisogna pensare sia stato creato appositamente per mettere in luce
una accezione tutta particolare. Come confermano i risultati di ricerche
fatte da studiosi della lingua greca, il termine deve senz'altro esprimere
il cosiddetto "momento corporativo" della "sacerdotalità";
deve servire a rendere consapevoli del fatto che la "sacerdotalità"
non può venir espressa dal singolo, ma dall'insieme di tutti i
fedeli. "Sacerdozio" riguarda il singolo in quanto membro di
una comunità credente; è pensato innanzi tutto collettivamente
e non individualmente. E' qualcosa di simile alla parola "squadra",
termine che sta ad indicare un insieme in cui il singolo è secondario.
La comunità dei fedeli, però, non si chiude dentro le mura
di un ghetto per proteggersi. Come testimonia proprio la prima Lettera
di San Pietro, essa si rivolge al mondo. L'accettazione della chiamata
fa di questa attitudine un dovere, il "Santo" ha chiamato coloro
che erano prigionieri di una "vuota condotta ereditata dai ... padri"
(1,18). Ma questa chiamata è divenuta per loro possibilità
e regola di comportamento. Come Dio ha fatto con loro, così ora
essi, mediante la loro santità, mediante - come sta scritto - la
loro buona condotta e le loro "buone opere" (2,12), devono guidare
quelli che sono ancora lontani. Perché anche i pagani giungano
presto a glorificare Dio con loro.
A questo punto, cari amici, dobbiamo riconoscere che la trattazione del
soggetto "Chiesa" ci ha già portati oltre la formula
del nostro tema: "I laici nella Chiesa". Infatti, non è
più solo questione di indicare il posto dei laici nella Chiesa;
di dire dove stiano i laici nella Chiesa. La riflessione su una affermazione
biblica non permette di fermarsi ad una semplice indicazione. Esige un'azione.
Esige che tutti indistintamente - e non solo l'uno o l'altro di noi -
ci identifichiamo con la Chiesa. Da un lato, questo ci eviterà
il rischio di perderci in disquisizioni oziose. Dall'altro, ci rivelerà
- e ciò è ancora più importante - che il soggetto
Chiesa, cioè proprio il soggetto che ha raccolto la missione di
Cristo, non siamo altri che noi. Non solo, quindi, i laici hanno un posto
nella Chiesa, ma la Chiesa senza di essi non può compiere la sua
missione, perché i laici sono parte della Chiesa.
Dinanzi a questa riscoperta biblica e ai frutti da essa portati, si capisce
anche la grande fiducia di Giovanni Paolo II nella corresponsabìlità
dei laici. Nei nostri paesi dell'occidente europeo, spesso si ignora che
l'ex-arcivescovo di Cracovia aveva un dialogo intenso con gruppi di laici,
scienziati, operai ed artisti; che Cracovia era il centro dell'impegno
dei laici in Polonia; che per molti anni nella diocesi si e tenuto un
sinodo al quale ha partecipato un grande numero di laici. Oggi, quando
il Papa si rivolge ai laici, le sue non sono esortazioni per darsi un
tono. Sono frutto della sua esperienza, di una profonda convinzione.
Ad esempio, nel discorso al laicato spagnolo, pronunciato a Toledo il
4 novembre 1982, egli ha espresso il suo pensiero senza giri di parole:
"Siete Chiesa". Intendeva così richiamare l'attenzione
dei suoi ascoltatori sulla dignità del battezzato; intendeva incoraggiare
ad inserire questo tesoro nella vita della società e della Chiesa:
dobbiamo, infatti, rammentare espressamente importanti verità della
fede che, spesso, nel quotidiano vanno perdute. "Siete Chiesa".
Mi sembra che il ricordo del Concilio, che viviamo quest'anno in modo
speciale, possa aiutarci a concretizzare sempre più questo imperativo.
Come la nostra vita personale con le sue feste, così anche la nostra
vita comunitaria ha bisogno di rinvigorirsi con la memoria di importanti
eventi del passato. Durante l'anno liturgico, del resto, è proprio
questo che facciamo. Anche le notizie e le informazioni che accompagneranno
il Sinodo straordinario previsto per i mesi di novembre/dicembre prossimi
e il Sinodo dei Vescovi potranno esserci di aiuto nel confronto con quella
importante realtà di fede che è l'essere Chiesa.
Dinanzi alla impressionante realizzazione di questa verità, dobbiamo
renderci coscienti della sua portata per la vita della Chiesa e riprendere
così nuovo slancio per la nostra azione.
E' vero che, malgrado una profonda consapevolezza e malgrado testimonianze
incoraggianti, la coscienza di essere Chiesa nel mondo di oggi non è
sempre facile. Da un lato, c'è la pressione sempre più forte
di un ambiente divenuto ateo, che è paralizzante e può scoraggiare
l'uno o l'altro. E, dall'altro, non si può dimenticare - e questo
è spesso ancora più gravoso - l'aspetto umano della debolezza
dei membri della Chiesa. Detto in modo più esplicito: il nostro
essere peccatori, che pregiudica la Chiesa e la sua unità; che
ostacola la testimonianza di Cristo.
Il Santo Padre a Toledo ha formulato così la sua esortazione: "Siete
Chiesa. Dovete dimostrarlo anche con una aperta comunione e collaborazione
fra i vostri diversi carismi, le diverse forme di apostolato e di servizio,
promuovendo la vostra integrazione nelle Chiese particolari e nelle comunità
parrocchiali, dove si riunisce e si raccoglie visibilmente la famiglia
di Dio".
Da cinque anni ormai lavoro nel Pontificio Consiglio per i Laici. Come
potete immaginare, sono molte le occasioni di parlare con i laici e sui
laici; di riflettere sulla situazione dei paesi più diversi; di
toccare esperienze tra le più varie, E negli incontri con i laici,
sovente alcuni di loro lamentano difficoltà e problemi nella collaborazione
tra clero e laicato, malintesi che spesso impediscono un'azione coordinata
ed efficace dell'apostolato laicale.
E' così negli Stati Uniti, in Asia (come abbiamo potuto verificare
nel corso di un incontro continentale organizzato dal Pontificio Consiglio
per i Laici ad Hong Kong) e in qualche paese d'oltrecortina. Credo che
la medesima cosa succeda in Italia. Ma in nessun paese - e, dunque, neppure
in Italia - il popolo di Dio dovrebbe sprecare energie apostoliche preziose
lasciando spazio a tensioni e divisioni interne. O non ci si rende conto
- confutando i vari metodi di apostolato ed elaborando strategie contro
i cosiddetti "nemici" all'interno della Chiesa - che il vero
nemico sta all'esterno ed è rappresentato da una crescente scristianizzazione?
Mentre lavoravo alla stesura di questa relazione, mi e capitata tra le
mani la pubblicazione "Italia '84. Rapporto di Primavera. (Edizioni
Euroitalia). Vi figura, tra altri, un articolo di Vincenzo Paglia su "La
religiosità". L'autore vi commenta alcune cifre statistiche
sulla vita religiosa in Italia (i dati si riferiscono al 31 dicembre 1982).
Scrive il Paglia: "I motivi di crisi non mancano... l'area di indifferenza
religiosa, che già alcuni anni or sono raggiungeva circa il 60
per cento, è in forte aumento. Nello stesso tempo, i "praticanti"
sia abituali che saltuari sono scesi al di sotto del 30 per cento, ossia
meno di un terzo della popolazione che... al 97 per cento si dichiara
cattolica. Anche in questo caso c'è un enorme divario tra cattolicesimo
nominale e cattolicesimo reale. In tal senso è corretto quando
si dice che i cattolici in Italia sono una minoranza e che l'Italia, guardando
la pratica religiosa, non si può più dire "cattolica".
Questo processo si evidenzia anche nel campo dei matrimoni. Le celebrazioni
con rito religioso sono diminuite, mentre salgono quelle civili; in Italia,
quest'ultime, che nel 1968 rappresentavano l'1 per cento di tutti i matrimoni
celebrati, nel 1981 sono salite al 13 per cento. Quanto alle separazioni:
su circa 320.000 nozze all'anno, nel 1982 le separazioni sono state 32.000.
Da notare, inoltre, che la crisi interessa tutta la struttura familiare:
gli ultimi dieci anni manifestano una diminuzione generale dei matrimoni,
mentre crescono le unioni libere e le separazioni. In un contesto così
determinante per il futuro della fede in Italia, non si può non
alludere allo storico discorso che il Santo Padre ha tenuto a Loreto appena
un mese fa. Egli vi rilevava innanzi tutto il pericolo che è insito
nella separazione tra fede e cultura e che minaccia la forza del cristianesimo.
"Occorre superare, diceva Giovanni Paolo II, quella frattura tra
Vangelo e cultura che è, anche per l'Italia, il dramma della nostra
epoca; occorre por mano a un'opera di inculturazione della fede che raggiunga
e trasformi, mediante la forza del Vangelo, i criteri di giudizio, i valori
determinanti, le linee di pensiero e di modelli di vita (cfr. Evarngelii
nuntiandi, 19-20), in modo che il cristianesimo continui ad offrire, anche
all'uomo della società industriale avanzata, il senso e l'orientamento
dell'esistenza... Non deve essere... sottaciuto il rischio di una "espropriazione"
effettiva di ciò che è sostanzialmente cristiano sotto l'apparenza
di una "appropriazione" che in realtà resta soltanto
verbale, con la conseguenza della "assimilazione" al mondo invece
che della sua cristianizzazione... Vorrei dire qui agli uomini e alle
donne di questa grande nazione: non abbiate paura di Cristo, non temete
il ruolo anche pubblico che il cristianesimo può svolgere per la
promozione dell'uomo e per il bene dell'Italia, nel pieno rispetto anzi
della convinta promozione della libertà religiosa e civile di tutti
e di ciascuno, e senza confondere in alcun modo la Chiesa con la comunità
politica (cfr. Gaudium et spes, 76)".
Il Papa ha anche cercato di dare un orientamento per la realizzazione
di una vita impregnata di fede. Interrogandosi sulle giuste linee terapeutiche,
egli diceva: "La prima di tali linee è senza dubbio l'unità
interna della Chiesa: come potrebbe la comunità cristiana essere
"segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità
di tutto il genere umano" (Lumen gentium, 1), se non vivesse in Cristo
questa indissolubile unità anzitutto al proprio interno, così
da essere Chiesa riconciliata ed, anzi, primizia del "mondo riconciliato"
(cfr. Agostino, Sermo 96,8)?".
Si tratta dunque di trovare la strada per l'unità interna della
Chiesa. E chi può mostrarla se non la verità rivelata da
Dio? Aggiungeva Giovanni Paolo II: "La riconciliazione autentica
non può avvenire che nella verità di Cristo, non fuori o
contro dì essa (cfr. Reconciliatio et paenitentia, 9)...".
Proseguiamo, dunque, la nostra riflessione riesaminando alcuni brani biblici.
E' proprio la Bibbia, infatti, ad offrirci una importante chiarificazione
per l'essere Chiesa e soprattutto per una più efficace pastorale
"ad extra".
Se si cerca nel Nuovo Testamento una descrizione dettagliata di ciò
che deve essere la cooperazione nella Chiesa, la si troverà in
alcuni passi delle Lettere paoline. Non si tratta di una immagine chiara
della comunità ideale. Anzi. L'immagine si forma piuttosto a partire
dalle difficoltà e dai problemi cui le Lettere vogliono dare risposta.
La prudenza pastorale e la tenacia dell'Autore nell'esercizio del suo
ministero tracciano così linee che, ancora oggi, devono determinare
le prospettive dell'edificazione della Chiesa e di ogni comunità.
Vediamo, dunque, gli orientamenti dell'Apostolo Paolo.
Mi sembra interessante riflettere su quattro fenomeni:
1. la terminologia;
2. il risveglio dei servizi;
3. i principi per l'ordine dei servizi;
4. la richiesta dell'unità nella
diversità.
1. La terminologia della prima Lettera ai Corinzi
I capitoli 12, 13 e 14 di questa Lettera
sono ricchissimi di particolari. Trattano in modo tematico della collaborazione
in vista della costruzione della comunità ecclesiale. Per compiere
la missione di evangelizzazione è necessaria una pluralità
di forze. Lo Spirito di Dio si manifesta in modo molto diverso nei fedeli
che si mettono a sua disposizione per servire i fratelli e costruire la
comunità.
Paolo interviene nel gioco delle forze, che gli è certamente familiare,
per ordinarlo e chiarirlo. Egli parte dai fenomeni che gli si presentano.
Nella sua Lettera si serve anche di termini ed espressioni che le varie
comunità usavano per descrivere le diverse forme di collaborazione.
Per questo parla dei doni dello Spirito (Pneumatikà); dei doni
di operazione (Energémata); dei servizi (Diakoniaì) e dei
frutti del dono dell'Amore vissuto da Dio (Charismata).
Una osservazione interessante: Paolo, per designare i vari servizi, raggruppa
ed usa alternativamente i diversi termini utilizzati dalle comunità
di Corinto.
Già all'inizio della riflessione sul modello biblico della collaborazione
in seno alla comunità e alla Chiesa, possiamo quindi fare una constatazione
di rilievo: per l'Apostolo, l'aspetto comune dei fenomeni è più
importante delle differenze. Secondo il suo giudizio, nell'impegno in
seno alla Chiesa, dobbiamo dunque consacrarci con più amore e interesse
a quanto è comune che a quanto differisce tra le attività
e i doveri. E questo, anche quando i compiti e i servizi non sono identici
e sembrano non avere la stessa importanza: essere responsabili o semplici
messaggeri, lavorare nell'amministrazione o nella catechesi, curare malati
o dedicarsi alla predicazione, insegnare teologia o esercitare un'influenza
sull'opinione pubblica, essere impegnati come laici o come ministri ordinati
- tutti questi servizi contribuiscono alla nascita della Chiesa. Tutti
sono uniti da un fine comune. L'aspetto che è loro comune va, pertanto,
considerato più importante delle differenze tra loro esistenti.
Nei Vangeli (soprattutto di Luca e Matteo), ed in modo particolare nelle
Lettere pastorali, il Nuovo Testamento ha già approfondito questa
visione unificante. Ha sviluppato una teologia del ministero. Malgrado
ciò la prospettiva di Paolo rimane attuale: in ogni epoca, bisogna
cercare di armonizzare le forze esistenti tra i differenti doni e ricercare
sempre una cooperazione benevola tra di essi.
2. Il risveglio dei servizi operato da
Dio stesso
I termini che Paolo impiega nelle sue
Lettere per designare i servizi mostrano che egli rapporta tutti i fenomeni
allo Spirito di Dio.
E' lo Spirito che si manifesta nei doni. E' lui che li concede; è
lui che li distribuisce (I Cor 12,7ss). D'altra parte, questi doni, Paolo
li chiama anche servizi per il Kyrios ricollegandoli così a Gesù
Cristo (12, 4,5); in fin dei conti, provengono da Dio che "opera
tutto in tutti" (1 Cor 12,6).
E' vero che per il servizio nella Chiesa non possiamo rinunciare alla
perfezione tecnica e all'efficacia. Ma per l'Apostolo Paolo, l'impegno
nella comunità ha principalmente una struttura geocentrica. Nessun
servizio ecclesiale può rinunciare ad esprimere questo radicamento
in Dio. E ciò è forse da sottolineare in un tempo in cui,
nella pastorale, non si manca di porre costantemente in primo piano certi
elementi del pensiero sociologico.
La visione paolina dei doni dello Spirito e del servizio è profondamente
connessa all'esperienza della conversione che ha trasformato Paolo, sulla
via di Damasco, in cristiano e apostolo. Alla luce del suo essere stato
scelto come apostolo, Paolo ha dunque una capacità particolare
di comprendere tutti i doni dello Spirito che incontra nelle comunità,
tanto più che egli stesso ha ricevuto tutti quelli di cui si vantano
i Corinzi. E, nelle sue discussioni con loro, egli non manca di affermare
che anche lui li possiede: dono della Parola, miracoli, rivelazioni, saggezza,
dono della profezia, dono delle lingue. Su un punto non vuole lasciar
dubbi: essere apostoli è l'espressione e il primo di tutti i carismi
esistenti nella Chiesa. Ben più: l'ordine ministeriale e l'ordine
carismatico sono radicati e trovano la loro unità originaria nell'apostolato.
E' il motivo per cui, contrariamente ai Corinzi, Paolo non poteva continuare
più a lungo ad affermare che solo le manifestazioni straordinarie
e puntuali sono doni dello Spirito. Doveva necessariamente considerare
che, come il suo proprio apostolato, anche i servizi permanenti nelle
comunità sono dovuti all'azione dello Spirito. Per lui, è
impossibile fare una distinzione tra servizi carismatici e servizi non
carismatici.
Il carisma diviene dunque efficace anche nei servizi ministeriali. In
questa prospettiva, chi e veramente spirituale non cercherà mai
di creare un'opposizione tra ministero e carisma; e chi ha veramente ricevuto
un dono dello Spirito sarà caratterizzato dallo sforzo che fa per
percepire, nelle dichiarazioni dei ministri ordinati, gli orientamenti
dello Spirito di Dio. D'altra parte, chi nella Chiesa ha una responsabilità
ministeriale, non può limitare la sua concezione del ministero
ad una visione puramente giuridica e dunque profana. Il responsabile deve
anche aprirsi allo Spirito operante negli altri cristiani.
3. I principi per l'ordine dei servizi
Il Dio che dispensa i carismi "non
è un Dio di disordine, ma di pace" (1 Cor 14,33). I doni che
conferisce costituiscono un insieme armonioso. L'unico Spirito non può
manifestarsi che come movimento ordinato verso la convergenza e l'unità.
Se così non è, non si tratta di una manifestazione dello
Spirito di Dio.
Ma chi o che cosa rende possibile questo ordine? Per Paolo, i membri delle
comunità che hanno ricevuto doni dello Spirito trovano, nella tradizione
e nel governo apostolico, dunque nel ministero, un principio d'ordine.
E, per non creare malintesi, non si può cancellare la responsabilità
finale che nella Chiesa tocca ai ministri ordinati. Dopo il Concilio si
sono avute opinioni e pubblicazioni che hanno creato molta confusione
tra i sacerdoti (ragione di più per parecchi di andarsene). Non
si può distruggere la struttura gerarchica della Chiesa. Anche
se rimane vero che, per Paolo, l'amore fraterno è un fattore d'ordine
più centrale del ministero. Secondo lui "l'amore è
il più grande di tutti i carismi (cfr. 1 Cor 12,31). E' risposta
all'amore di Dio che lo Spirito Santo ha riversato nei nostri cuori (cfr.
Rm 5,5). Il carisma dell'amore fraterno, risvegliato dallo Spirito, comprende
tutti gli altri carismi che in esso vengono confermati e da esso ordinati.
E' il motivo per cui non possono essere amministrati che per il servizio
(1 Pt 4,10), per l'utilità comune (1 Cor 12,7) e l'edificazione
della Chiesa (1 Cor 14,3ss).
A partire da questa constatazione, Paolo esorta ad avere due attitudini
fondamentali. Le esigenze che egli pone non hanno perso nulla della loro
attualità.
a) Colui che ha ricevuto i doni dello
Spirito e che è mosso dall'amore deve essere umile
La vita carismatica è basata sulla
fede perché solo chi testimonia che Gesù è Signore
(cfr. 1 Cor 12,3) può vivere nello Spirito. Inoltre, è la
proclamazione della fede che risveglia i carismi e crea uno spazio per
lo Spirito del Signore (cfr. Gal 3,5). Chi, nella fede, ascolta un fratello
credente, potrà rendersi conto che è lo Spirito che parla
per mezzo di lui. E non mancherà di porsi egli stesso in secondo
piano. Ogni membro può cedere alla tentazione di non voler più
essere membro, alla tentazione di voler cercare di rappresentare la totalità
della vita. Ma, per colui che crede, questa totalità non può
essere che il Cristo, cioè la totalità dei membri del Corpo.
Se un membro ha l'orgoglio di considerarsi come un assoluto, distrugge
il Corpo e l'armonia dell'unità fra i membri. Dove c'è vera
comunanza di spirito (Fil 2,1), ci sono sentimenti di amore, l'unione
degli spiriti, i medesimi sentimenti (Fil 2, 2-3), cosa che certamente
può realizzare soltanto chi prende a cuore gli interessi degli
altri (Fil 2,4).
b) Vedete l'azione dello Spirito di Dio
nei vostri fratelli
Questa attitudine di umiltà ci
permette di avere una nuova visione dei fratelli che rende possibile l'amore.
E l'amore si rallegra della verità espressa dal fratello, accresce
la reciproca considerazione. Un dono dello Spirito ne riconosce e ne apprezza
un altro.
Quindi, come Paolo insegna: quanti hanno effettivamente ricevuto il dono
della profezia sapranno ascoltarsi gli uni gli altri. E se qualcuno riceve
una rivelazione nel corso dell'Assemblea, gli altri taceranno (cfr. 1
Cor 14,30).
I veri profeti sanno dunque riconoscere che l'ordine apostolico è
ispirato dal Signore. Così, lo Spirito del Signore orienta la comunità
con il carisma di base, quello dell'amore fraterno.
4. L'unità nella diversità
Secondo il pensiero dell'Apostolo, ciascuno
dei membri viventi del Corpo ha ricevuto un dono particolare dello Spirito:
"chi in un modo, chi in un altro" (1 Cor 7,7). Non vi è
membro del Corpo che non possa apportare un contributo specifico alla
sua crescita. Ne risulta una grande ricchezza e una grande diversità
che non sono frutto del caso, ma volute da Dio: "Dio ha disposto
le membra in modo distinto nel corpo, come egli ha voluto" (12,18).
Bisogna tener conto di ogni dono nella sua diversità: "Non
può l'occhio dire alla mano: 'Non ho bisogno di te'; né
la testa ai piedi: 'Non ho bisogno di voi"' (12,21).
Il fenomeno dei doni dello Spirito non può dunque essere compreso
a partire dall'individuo. Bisogna considerare la totalità dei doni
per farsi un'idea dell'immagine della comunità. La comunità
e la Chiesa sono dunque unità plurali. In questa prospettiva, si
deve considerare che i doni dello Spirito, di cui Paolo parla più
spesso al plurale, non hanno profili definiti. Nelle concrete situazioni
della vita e per la varietà dei loro beneficiari, essi appaiono
piuttosto sotto forme diverse e possono presentare caratteristiche molto
diversificate.
Sembra legittimo considerare, alla luce delle riflessioni paoline sulla
diversità e la pluralità dei doni dello Spirito nelle comunità,
anche i vari gruppi di fedeli. E ciò tanto più che questi
raggruppamenti traggono anch'essi origine da un dono accordato dallo Spirito
ad una persona o alla comunità.
Secondo l'Apostolo Paolo, tutti questi gruppi dovrebbero riconoscere il
loro reciproco valore e prenderlo in considerazione. Né la rispettabilità
dell'età né il dinamismo della giovinezza possono dar luogo
a prerogative. L'importanza di un servizio non è determinata né
dall'ambito culturale da cui nasce né dalla speciale protezione
che può ricevere dall'autorità, ma unicamente dal contributo
che apporta alla crescita del Corpo di Cristo. Tuttavia, tali servizi
non devono ripiegarsi su se stessi. Sono collegati alle strutture di base
della Chiesa: la diocesi, la Chiesa locale e il governo centrale della
Chiesa. E, come le membra del corpo, devono accettarsi reciprocamente
e promuovere scambi tra loro. Ma ciò non può essere a scapito
della loro indipendenza e della loro diversità. Nessuno deve perdere
il proprio profilo tipico. L'uniformazione sarebbe davvero un grande errore,
poiché è proprio nella loro diversità che sono stati
dati alla Chiesa del nostro tempo per incrementare l'apostolato dei laici.
Prendiamo, ad esempio, l'Azione Cattolica. Ha lo scopo di approfondire
la "vita cristiana dì tutti i giorni" e di intensificare
l'apostolato. I membri dell'Azione Cattolica si propongono di rispondere
alle possibilità ed esigenze del cristianesimo e sono consapevoli
di essere sufficientemente abilitati a farlo, per il loro battesimo e
la loro confermazione. Assumono il loro impegno nelle strutture tradizionali
della Chiesa, cioè la parrocchia e la diocesi, in stretto rapporto
con i ministri ordinati.
Il Concilio stesso ha raccomandato esplicitamente l'Azione Cattolica (cfr.
Decreto sull'apostolato dei laici, 20). Ai suoi membri si apre un vasto
raggio di azione: tutto il servizio sociale e pastorale accessibile ai
laici. Non è così per altri tipi di associazioni, ad esempio:
le associazioni professionali con fini etici (associazioni di medici,
infermieri, ecc.); le associazioni caritative al servizio di gruppi sociali
più deboli (bambini, malati e anziani); le associazioni che operano
nell'ambito dei mass-media (radio, stampa, cinema).
I movimenti di rinnovamento nella Chiesa e le famiglie di spiritualità
hanno radici diverse. La loro ragione di essere non è principalmente
far fronte a compiti sociali o ad un obiettivo pastorale preciso. Sono
nati piuttosto da un impulso spirituale frutto della scoperta di una verità
centrale del Vangelo.
Quindi, ognuno di essi vive un aspetto specifico della spiritualità
cristiana: la vita di una persona viene segnata in modo particolare dalla
scoperta definitiva di una verità della fede o da una decisione
determinante per la fede. Ne consegue che tale verità o tale decisione
divengono per la persona stessa un punto di riferimento speciale che,
in rapporto ad altri elementi della vita della fede, rimarrà sempre
in primo piano. Alla luce di questo punto di riferimento, tutti gli altri
aspetti della vita di fede acquistano una colorazione specifica.
Dinanzi alla diversità degli orientamenti e potenziali apostolici,
è necessario ed urgente stimolare la collaborazione tra i differenti
gruppi, come il Santo Padre ha ribadito a Toledo. E' una via per approfondire
la conoscenza reciproca. Poiché, spesso, si conosce male l'ideale
di un gruppo, per il solo fatto che lo si conosce tramite uno dei suoi
membri poco qualificati. Ne deriva, allora, troppo presto, la tendenza
a giudicare il tutto a partire dall'individuo. Si cade nello stesso errore
di cui noi cristiani impegnati accusiamo spesso coloro che hanno abbandonato
la fede perché delusi da cattivi cristiani.
La dimensione spirituale dell'apostolato
Nel corso di incontri con laici degli
Stati Uniti, ho dovuto spesso presentare i compiti e il modo di lavorare
del Pontificio Consiglio per i Laici in seno alla Curia Romana.
Per spiegare la funzione dell'assemblea plenaria del Consiglio, ho fatto
spesso questo paragone: l'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio
per i Laici ha la stessa funzione del consiglio di vigilanza di una Società
per Azioni.
Il paragone con una realtà della vita economica mi sembrava adattarsi
a quello che è, per eccellenza, il paese della produzione pianificata,
della gestione economica, del management diffuso, del controllo della
produzione. Ma questo paragone è equivoco perché l'immagine
usata lascia da parte proprio una dimensione che, oggi, è quasi
sempre dimenticata o messa in secondo piano: l'azione dello Spirito e
della Grazia. Ora, è proprio questa dimensione che dà all'impegno
ecclesiale la sua specifica fecondità. L'edificazione della comunità,
come Paolo la descrive, e l'annuncio efficace del Regno di Dio non possono
essere pianificati come un processo di produzione. E' vero che, anche
per quanto riguarda l'annuncio del Vangelo, è importante tener
conto delle leggi empiriche che garantiscono ad una impresa di produzione
successo e sbocchi. Ma la salvezza non è fabbricabile. E' un dono.
E' per questa ragione che il gruppo francese "Emmanuel" del
Rinnovamento Carismatico, ha deciso di riunire ogni settimana, in una
Chiesa, la maggior parte dei suoi membri, per accompagnare con la preghiera
comunitaria altri membri che, nello stesso momento, si recano ai Campi
Elisi (e anche a Roma, a Piazza Navona) per evangelizzare i passanti.
E' per questa ragione che l'arcivescovo di Breslavia (Polonia), Mons.
Gulbinowisz, non si accontenta delle numerose vocazioni sacerdotali che
ha nella sua diocesi. Al riguardo, mi ha detto che non lascia che gli
avvenimenti seguano il loro corso. Vicino al Seminario Maggiore c'e un
grande ospedale. Regolarmente, i seminaristi visitano i malati. Hanno
un'attenzione speciale per i malati gravi e gli incurabili, cercano di
confortarli e, allo stesso tempo, chiedono ai credenti di offrire al Signore
le loro sofferenze e la loro angoscia perché vi siano solide vocazioni
nell'arcidiocesi.
Ed è ancora per la stessa ragione che solo l'osservatore superficiale
può chiedersi se San Massimiliano Kolbe abbia annunciato il Regno
di Dio più esplicitamente con l'organizzazione capillare e moderna
della "Militia Immaculatae" o con la sua morte ad Auschwitz.
Per quanto dipende da noi, bisogna cercare di distruggere i pregiudizi
per poter pianificare la costruzione della Chiesa. Non con la forza, ma
piuttosto con lo spirito di pazienza di chi tutto attende dalla realizzazione
delle sue giuste esigenze e dalla promozione di una struttura corrispondente
agli orientamenti del Vaticano II.
Vale veramente la pena cercare di formare con pazienza una mentalità,
con l'aiuto della riflessione teologica. Ciò porterà sicuramente
molti frutti e toccherà da vicino le persone interessate.
La costruzione della Chiesa riuscirà solo nella misura in cui il
vero agente dell'azione sarà lo Spirito. E, sotto il suo influsso,
è possibile che i pregiudizi causati dalle tensioni in seno all'organizzazione
diano più frutti, per la salvezza, che non lo svolgimento impeccabile
di una routine che non fa soffrire nessuno.
E' il motivo per cui chi ha visto il proprio impegno ostacolato da una
struttura inadeguata o da persone non comprensive - esperienza che forse
alcuni di noi hanno fatto - non dovrebbe rattristarsi sulle rovine dei
propri sogni. La sua sofferenza può essere stata, per la diffusione
del Vangelo, più utile del successo di un altro che ha fatto molto
rumore.
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