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GIOVANNI PAOLO II E LA FAMIGLIA
Conferenza tenuta da Prof. Angelo Scola
alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 12 novembre
1990
(Trascrizione non rivista dal relatore)
LA VISIONE ANTROPOLOGICA DEL RAPPORTO
UOMO-DONNA:
IL SIGNIFICATO DELL' "UNITA' DEI
DUE".
"L'uomo non può esistere
'solo' (cf. Gen. 2,18); può esistere soltanto come 'unità
dei due', e dunque in relazione ad un'altra persona umana" (Mulieris
Dignitatem MD, 7). Questa affermazione, posta sul fondamento dell'identità
dell'uomo e della donna in quanto persone, cioè esseri razionali
e liberi, contiene una novità antropologica molto significativa
della Lettera Apostolica dedicata da Giovanni Paolo II alla dignità
e vocazione della donna. Il tema dell'"unità dei due"
aveva già fatto la sua apparizione nelle celebri Catechesi del
mercoledì dedicate all'amore umano (cf. Giovanni Paolo Il, Uomo
e donna lo creò. Catechesi sull'amore umano, Roma 1987, sec. ed.,
pp. 54-60). Nella Mulieris Dignitatem viene ripreso ed approfondito all'interno
di una visione antropologica unitaria e dinamica che, senza abbandonare
le grandi basi classiche della concezione cristiana della persona, le
sviluppa a partire dalla categoria di relazione, nel caso specifico quella
sottesa al rapporto uomo-donna. Infatti, il significato profondo della
sessualità non viene pensato come mero elemento accidentale della
persona, in se stessa già compiutamente definita come composto
(singolo) di anima e di corpo, ma è visto come uno dei caratteri
costitutivi dell'essere umano, che dinamicamente concorre a spiegarne
sia la natura personale, sia l'essere creatura fatta ad immagine di Dio.
Cerchiamo allora di meglio comprendere i contenuti sottesi alla formula
"unità dei due" (I), per lumeggiare un poco a monte le
radici di una simile visione antropologica (Il).
I. L'ANTROPOLOGIA DELL'"UNITA' DEI
DUE".
Giovanni Paolo II aveva già dato
una precisa definizione dell'espressione "unità dei due":
"Seguendo la narrazione del Libro
della Genesi, abbiamo constatato che la 'definitiva' creazione dell'uomo
consiste nella creazione dell'unità di due esseri. La loro unità
denota soprattutto l'identità della natura umana; la dualità,
invece, manifesta ciò che, in base a tale identità, costituisce
la mascolinità e la femminilità dell'uomo creato" (Uomo
e donna, op. cit., p. 58). Unità nella comune umanità, ma
unità di due (cf. MD, 6): così appare caratterizzata, in
estrema sintesi, la creatura umana secondo il celebre versetto della Genesi
(1,27): "Dio crèò l'uomo a sua immagine; a immagine
di Dio lo creò; maschio e femmina li creò".
Questa rilevazione ontologica apre tre fondamentali problemi: il significato
della "duplice incarnazione" dell'uomo in maschio e femmina;
la relazione uomo-donna come frutto di identità e di differenza;
il rapporto tra sessualità ed essere ad immagine di Dio dell'uomo.
I tre elementi, tra loro strettamente intrecciati, si illuminano a vicenda
e consentono una chiara lettura delle dimensioni antropologiche in gioco
nell'umana sessualità. In ultima analisi si "tratta di comprendere
la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l'essere
umano esista sempre e solo come femmina e come maschio" (MD, 1).
1. L'uomo esiste come femmina e come maschio.
Per cominciare a capire il significato
dell'umana sessualità bisogna anzitutto lasciar parlare il dato,
ad un tempo fenomenologico ed ontologico, che nessun uomo (o nessuna donna)
può essere per sè solo tutto l'uomo, egli ha sempre davanti
a sè l'altra maniera, a lui inaccessibile di esserlo. Un'alterità
che è anche differenza contraddistingue l'uomo a causa della sua
natura sessuata. Anche sotto questo aspetto si manifesta inevitabilmente
la sua contingenza.
La differenza sessuale dice la natura derivata dell'essere umano ed il
suo limite costitutivo. Non per nulla il racconto genesiaco che descrive
la creazione della donna, è preceduto dalla presa di coscienza
da parte di Adamo della sua solitudine. Una solitudine originaria, che
provoca da una parte l'insorgere dell'autocoscienza dell'uomo e dall'altra
spiega la relazione uomo donna (cf. Uomo e donna, op. cit., pp. 44-50).
In entrambi i casi, anche se in modo molto diverso, essa consente ad Adamo
di percepire l'alterità e la differenza nei confronti degli altri
esseri viventi, degli "animalia" prima e di Eva poi. I primi
sono così diversi che egli li può denominare e perciò
dominare; la seconda è simile a lui ("carne della sua carne..."),
ma non la può dominare, perché Dio gliela cava dalla costola
e gliela pone accanto come un altro "io", un "interlocutore"
che egli da sè non si può dare. Perciò anche in questa
"somiglianza", frutto della comune umanità, permane un'alterità:
la differenza sessuale. Essi sono identicamente persone ma sessualmente
diversi, sono "l'unità dei due".
La solitudine originaria, e ciò che ne deriva, segnala in tal modo
la strutturale esperienza di "mancanza" che da Adamo in poi
è costitutiva di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Per questo
"vuoto", come lo chiamava Blondel, la ragione umana recepisce
una radicale dipendenza, che irrimediabilmente la protende a]la ricerca
di quel "quid" che rappresenti l'ultimo significato dell'essere.
Anche la sua natura sessuata rappresenta indubbiamente uno dei luoghi
originari in cui l'uomo fa l'esperienza della propria contingenza. Essa,
che si documenta con l'imporsi alla coscienza di un "altro"
diverso da sè, indica finitudine, ma, ancor più propriamente,
ontologica dipendenza. Nella tradizione cristiana tutto questo rinvia
necessariamente alla creazione. Da ciò deriva che anche nella natura
sessuata dell'uomo è inscritta la sua ontologica, creaturale dipendenza
da Dio.
Per inciso, un'importante conseguenza di questa verità è
che in un mondo da cui si cerca di eliminare Dio diventa impossibile pensare
la differenza sessuale. Un parametro questo che dovrebbe far meditare
non poco quando si analizzano i macroscopici problemi relativi alla sessualità
nella nostra cultura.
L'esperienza della contingenza creaturale all'interno della sessualità
si fa evidente anche a partire dal fine essenziale della tendenza sessuale:
la procreazione (cf. K. Wojtyla, Amore e responsabilità, Torino
1980, sec. ed., p. 40). Ora, come fu rilevato fin dai tempi antichi, il
problema della generazione si connette in singolare reciprocità
con quello della morte. E' celebre l'affermazione di Agostino che immagina
i figli che nascono rivolgersi ai loro genitori con questa colorita espressione:
"Suvvia! è ora che pensiate ad andarvene; dobbiamo anche noi
rappresentare la nostra parte." (En. in Ps 127 n0 15).
Non è necessario ricorrere alle approfondite analisi di Hegel sul
rapporto tra individuo e specie per vedere quanto nella riproduzione umana
sia implicata la morte. Essa è contenuta nella stessa procreazione
sessuale e nella stessa nascita, perché connesse al circolo chiuso
delle generazioni che si susseguono l'un l'altra implacabilmente.
Anche da questo punto di vista sessualità dice quindi contingenza
e contingenza in cui la finitudine fa sentire tutto il suo peso. Al punto
che il Balthasar, che ha seriamente riflettuto sulla natura dell'umana
sessualità, l'ha definita come una delle tensioni costitutive dell'antropologia,
in ultima analisi insolubile 'in naturalibus'. Tensione tra uomo e donna
a partire dalla costituzione diversa dei sessi nella comune umanità,
emblema dell'incessante muoversi dell'uomo verso un "tu" di
cui non può mai prendere possesso, dal momento che la libertà,
nella sua alterità costitutiva, non può essere dominata.
Tensione tra genitori e figli come reciprocità di procreazione
e morte che, sempre sul piano naturale-precristiano, espone l'umana sessualità
alla circolarità chiusa della legge intracosmica di individuo-specie,
col rischio di una dicotomia tra lo spirituale ed il sessuale lasciato
a se stesso come qualcosa di vile quando non di demoniaco.
E noi sappiamo dalla Rivelazione che, per il peccato d'origine, questa
tensione è più che una tensione: è un'incrinatura,
che offusca e diminuisce nell'uomo l'immagine e la somiglianza con Dio.
(cf. MD, 9).
2. Reciprocità tra uomo e donna: identità e differenza.
All'interno di questo significato originario della sessualità,
intesa come espressione della contingenza creaturale in cui si manifesta
una delle tensioni costitutive dell'io, si può meglio cogliere
il senso della reciprocità tra uomo e donna così come è
obiettivamente contenuta nell' "unità dei due".
Dalla solitudine al ritrovamento di sé nella scoperta dell'altro:
"questa è carne della mia carne e osso delle mie ossa"
(cf. Gen 2.23). Qui è anzitutto significata l'identità quanto
all'essere personale dell'uomo e della donna perché i due sono
creati nella "comune umanità". D'altra parte la differenza,
come già abbiamo visto, si documenta in maniera altrettanto radicale.
Se l'identità dei due nella comune umanità è palese
persino nella costituzione somatica, nella stessa traspare tuttavia anche
il dato che fin nell'ultima cellula il corpo maschile è maschile
e quello femminile è femminile. Ma proprio da questo, cioè
dall'identità nella differenza, nasce la reciprocità tra
uomo e donna che nel documento pontificio appare come la strada che conduce
alla comunione interpersonale (cf. MD, 7). Giustamente è stato
scritto che la reciprocità uomo-donna "può valere come
caso paradigmatico per il perenne carattere comunitario dell'uomo"
(H. U. von Balthasar, Teodrammatica, vol.3, Milano 1982, p. 344). Il suo
profondo valore sta in questo ontologicamente esser l'uno per l'altro
che il Santo Padre, riprendendo un tema conciliare a lui caro, definisce
a partire dal dono di sé. Così l'assegnazione all'altro
di ognuno dei due, espressa dalla struttura stessa della reciprocità
sessuale, non solo persuade l'uomo della sua contingenza, ma lo spalanca
a quel dono sincero di sé che gli consente di ritrovarsi.
Da qui la necessità di pensare i due dati costitutivi di questa
reciprocità: l'identità e la differenza, che sono ciò
per cui l'uomo è creato come "unità dei due".
La questione dell'identità è facilmente riconducibile all'assoluta
parità dei due nell'essere persona ed in tutto ciò che da
questo deriva. La Mulieris Dignitatem lo afferma a più riprese:
i due hanno in comune ontologicamente, necessariamente, l'umanità
e questa è la condizione base per il dono di sé ("un
aiuto che gli fosse simile", Gen 2,20).
Più difficile è pensare la differenza, che nella comune
umanità consente la reciprocità del dono di sé. Che
non sia agevole è documentato dal fatto che proprio a partire dalla
differenza si è prodotta nella storia la discriminazione della
donna.
Il documento papale formula in proposito due rilievi. Da una parte afferma
che le risorse personali della femminilità non sono certamente
minori di quelle della mascolinità, sono solo differenti (cf. MD,
10). Dall'altra, mette in guardia le donne dal rischio di cercare la parità
attraverso una sorta di mascolinizzazione che finirebbe per deformare,
abolendo la differenza, ciò che costituisce la loro ricchezza (cf.
MD, 10). La questione della differenza non è riconducibile ad una
semplice problema di ruoli, ma esige di essere pensata ontologicamente.
In quest'ottica essa si lascia ancora una volta ricondurre alla questione
dell'alterità
che dice contingenza creaturale, ma che, nello stesso tempo, poiché
vi è uguaglianza nella comune umanità, è fondamento
del dono reciproco di sé, cioè della dimensione sponsale
dell'essere umano.
Se la considerazione fenomenologica dell'esistenza dell'uomo e della donna
sfociava nella rilevazione dell'alterità come differenza che significa
contingenza; e se, parimenti, alterità come contingenza risulta
essere anche il punto decisivo per l'identificazione della reciprocità
sessuale e del carattere sponsale della persona umana, si rende ora necessario
aprirsi un poco al Mistero dell'Altro da cui, in un'ultima analisi, dipende
questa differenza nell'esistere concreto dell'uomo.
2. IL FONDAMENTO DELL' "UNITA' DEI
DUE".
Il primo passo di questo approfondimento è posto con chiarezza
fin dall'inizio del documento e consiste nell'interpretazione della relazione
tra Dio e l'uomo che la Rivelazione stessa ci mette a disposizione: l'imago
Dei (cf. MD, cap.III).
1. L'imago Dei e la sessualità umana.
Il problema che subito si pone è di sapere se la sessualità
umana faccia parte dell'essere dell'uomo ad immagine di Dio, configurandosi
in tal modo in maniera qualitativamente diversa rispetto a quella animale,
con la quale tuttavia ha in comune taluni connotati e dinamismi bio-istintuali
elementari. Si aprirebbe in tal modo una via verso la stabilizzazione
della tensione sessuale e verso una rottura del circolo chiuso individuo-specie
che liberi la fecondità umana dalla meccanica reciprocità
di nascita e di morte. Al di là delle interpretazioni rigorose
della critica testuale odierna, non sempre tra loro concordi, si deve
riconoscere che il versetto della Genesi (1,27) con quel suo nesso assai
stringato, "ad immagine di Dio lo creò, maschio e femmina
li creò", orienta a pensare che l'umana sessualità
sia parte dell'immagine. Grandi autori come Scheeben, Barth, Przywara
e lo stesso Balthasar hanno sposato questa interpretazione, articolandola
tuttavia in modi diversi.
D'altro canto una concezione integrale della dottrina dell'imago Dei non
può non tener conto dell'elaborazione sistematica che questa tematica
ha ricevuto dalla grande tradizione cristiana nella sua bimillenaria storia.
Deve poggiare sulla visione classica agostiniano-tomista che vede l'imago
Dei, in ultima analisi, nella "mens", intesa come luogo della
intelligenza e della volontà, quindi della natura propriamente
razionale dell'uomo. Ma deve considerare quest'uomo nella sua integralità
come "corpore et anima unus" (GS, 14,). E questo uomo integrale
è dal principio creato come uomo e donna.
Sul presupposto della sessualità umana come parte dell'imago dei
è possibile affermare in maniera chiara la sua destinazione comunionale
sia in ordine al rapporto uomo-donna che a quello genitori-figli.
L'uomo infatti, propriamente parlando, non è l'immagine di Dio,
perché la sua somiglianza sta dentro una abissale dissomiglianza
(MD, 8), egli è solo ad immagine di Dio. Il moto a lungo indica
che l'immagine di Dio nell'uomo è un dinamismo che poggia su basi
metafisiche ("corpore et anima unus") necessarie ma non chiuse
su se stesse, aperte ad un compimento che sta proprio nella relazione.
Anzi, teologicamente parlando, l'uomo, soggetto spirituale metafisicamente
ben definito ma contingente, per la sua stessa creazione vive della relazione
con Dio. Ed è chiamato a realizzare questa relazione costitutiva,
che è già una relazione comunionale, in tutte le relazioni
che egli vive a cominciare da quelle "primordiali". E siccome
la creazione dell'uomo lo pone in essere come "unità dei due",
la relazione uomo-donna, con quelle di paternità, maternità
e figliolanza cui dà origine, può rappresentare il nucleo
rivelativo della dimensione orizzontale della comunione.
In secondo luogo la partecipazione dell'umana sessualità all'"imago"
identifica in maniera appropriata il principio dell'umana procreazione
differenziandolo da quella animale. Il frutto della comunione coniugale
d'amore non è un semplice individuo della specie umana, ma è,
propriamente parlando, un'altro uomo, questo uomo, esso stesso ad immagine
di Dio: "Questa immagine e somiglianza con Dio, essenziale per l'uomo,
dall'uomo e dalla donna, come sposi e genitori, viene trasmessa ai loro
discendenti: "siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;
soggiogatela" (Gen 1,28)" (MD, 6).
La tensione antropologica che caratterizza la sessualità in naturalibus
trova, nella concezione dell'uomo creato ad immagine di Dio, la strada
per la sua soluzione. La sfera sessuale infatti non relega l'uomo nell'intracosmico
animale, così che egli per ritrovarsi debba impostare un'ascesi
tutta centrata sulla dimensione spirituale del proprio io in antitesi
con la propria sessualità. La sessualità umana invece, pur
riflettendo la natura di microcosmo dell'uomo e quindi la sua singolare
struttura di ponte tra l'intra e l'ipercosmico, possiede una destinazione
"sacramentale" in quanto linguaggio del corpo che rivela l'io
nella sua integralità personale (cf. Uomo e donna, op. cit., p.
91). E questo perché fa parte dell'essere dell'uomo ad immagine
di Dio.
2. Comunione trinitaria e comunione sponsale.
La profondità antropologica della
Mulieris Dignitatem non si ferma qui. Essa si spinge fino ad instaurare
un nesso tra la reciprocità uomo-donna e la reciprocità
trinitaria. Già la Gaudium et spes (n0 24), aveva fatto cenno a
questo nesso e il Santo Padre lo sviluppa ulteriormente: "I1 fatto
che l'uomo, creato come uomo e donna, sia immagine di Dio, non significa
solo che ciascuno di loro individualmente è simile a Dio, come
essere razionale e libero. Significa anche che l'uomo e la donna, creati
come "unità dei due" nella comune umanità, sono
chiamati a vivere una comunione d'amore e in tal modo a rispecchiare nel
mondo la comunione d'amore che è in Dio, per la quale le tre persone
si amano nell'intimo mistero dell'unica vita divina. Il Padre, il Figlio
e lo Spirito Santo, un solo Dio per l'unità della divinità,
esistono come persone per le imperscrutabili relazioni divine. Solamente
in questo modo diventa comprensibile la verità che Dio stesso è
amore (cf. lGv. 4,16)" (MD, 7).
A questo approfondimento assai significativo si lega la conclusione antropologica,
segnalata all'inizio della nostra riflessione come una sicura novità
di questo documento: "Questa unità dei due che è segno
della comunione interpersonale, indica che nella creazione dell'uomo è
stata inscritta anche una certa somiglianza della comunione divina (communio).
Questa somiglianza è stata inscritta come qualità dell'essere
personale di tutt'e due, dell'uomo e della donna, ed insieme come una
chiamata ed un compito" (MD, 7). In vista di questa importante affermazione
poco prima il Papa dice che penetrando a fondo la verità sull'immagine
e somiglianza di Dio "possiamo comprendere ancor più pienamente
in che cosa consista il carattere personale dell'essere umano" (MD,
6).
Da questa lunga ma imprescindibile citazione emerge la verità che
la persona umana possiede una "qualità" comunionale.
Si può dire che ogni essere umano è una "persona comunionale".
Cioè è ontologicamente aperto alla comunione con l'altro,
perchè ontologicamente dipendente dalla comunione con il suo Creatore.
Si tratta ora di approfondire questo dato antropologico in direzione verticale,
per meglio lumeggiare il significato dell'umana sessualità.
La comunione tra uomo e donna, come espressione primordiale di ogni possibile
comunione tra uomini, realizza l'imago trinitatis quando è comunione
nell'amore del Bene divino, che è amore di carità. Infatti
nella Trinità le tre persone sono unite nell'amore dell'unico Bene
divino, identico in ciascuna di esse. I "figli di Dio" che vivono
in comunione attuano questa dimensione dell'imago trinitatis (GS, 24);
massimamente essa si compie nella comunità coniugale (GS, 12).
A questa importante analogia tra la comunione nella vita trinitaria e
il suo riflesso nella comunione coniugale tra uomo e donna, si può
forse aggiungere un altro elemento, non esplicitato di per sé nella
Lettera Apostolica se non per l'importante riferimento alla "qualità
comunionale" della persona.
Certamente tra le relazioni trinitarie come tali, che sono pure relazioni
di origine, e la relazione uomo-donna è difficile stabilire un'analogia,
talmente abissale è la dissomiglianza tra i due termini. Tuttavia
se si concepisce la relazione uomo-donna ("unità dei due")
come il dato finale dell'atto creativo in Dio, allora un nesso tra i due
termini può venir alla luce in maniera obiettiva e convincente.
E' nota la tesi di Bonaventura e di Tommaso sul principio trinitario della
creazione. Necessariamente se c'è una produzione del dissimile
si deve riconoscere una preesistente produzione del simile, poichè
le ineguaglianze possono sorgere solo dalle uguaglianze (cf. Esamerone,
XI,9). Per questo Tommaso dirà che le processioni delle Persone
in Dio sono il principio d'ordine delle processioni delle creature da
Dio (cf. S. Th. I,q.45, a.6 co). Approfondendo questa dottrina il Gerken
e, sulla sua scia, il Balthasar giungono ad affermare che un Dio non trinitario
non potrebbe essere creatore (Balthasar, Teodrammatica, vol. V, Milano
1985, p. 53).
L'alterità nella perfetta uguaglianza rende ragione, una volta
che per pura grazia il Mistero si è rivelato, dell'esistenza dell'alterità
nella differenza. Ora l'alterità nella differenza si documenta
in modo eminente nella reciprocità uomo- donna.
L'alterità dell'assolutamente identico illumina il senso dell'alterità
del diverso. Ed il diverso che l'uomo creato è rispetto a Dio giunge
fino al suo essere sessuato, al suo esistere come uomo e donna. In questa
direzione non mancano studi che mostrano la fecondità di un'ontologia
e di una logica trinitarie per la comprensione dell'uomo.
Che poi il frutto di questa alterità di differenza nell'"unità
dei due" sia un nuovo uomo creato ad immagine di Dio rende, se si
tien conto del contesto di pensiero qui abozzato, sorprendentemente efficace
l'affermazione del Balthasar: "l'atto dell'unione di due persone
nell'unica carne e il frutto di questa unione, il bambino, dovrebbero
essere considerati insieme saltando la distanza del tempo" (La preghiera
contemplativa, Milano 1982, p.89).
E ciò sia detto per mostrare quale profondità di mistero
è sempre in gioco in ogni atto sessuale, contro ogni sua banalizzazione
e soprattutto contro la tentazione di rompere l'unità dell'aspetto
unitivo e di quello procreativo che lo caratterizza. Non sono i nostri
corpi "tempio dello Spirito"? (cf. lCor 6,19).
3. Reciprocità uomo-donna e reciprocità Cristo-Chiesa.
Un ultimo approfondimento per meglio lumeggiare il senso dell'esistere
umano in unità duale di maschio e di femmina viene suggerito dal
capitolo VII della Lettera Apostolica in cui, tra l'altro, il "principio"
genesiaco è reinterpretato a partire dal celebre testo di Efesini
(5, 21-32).
Quando il Santo Padre sviluppa la dimensione simbolica del "grande
mistero" afferma che il simbolo dello Sposo riferito a Cristo è
di genere maschile ed esprime il carattere sponsale dell'amore tra Dio
e la Chiesa. La Chiesa invece è la Sposa e, per mezzo di essa,
tutti gli esseri umani uomini e donne sono chiamati ad essere il simbolo
femminile (cf. MD, 25).
Per questa dimensione sponsale il rapporto tra Cristo e la Chiesa e quello
tra uomo e donna stanno in analogia. L'alleanza coniugale tra l'uomo e
la donna spiega il carattere sponsale del rapporto tra Cristo e la Chiesa
e quest'ultimo fonda la natura sacramentale del rapporto tra l'uomo e
la donna. Si può chiedersi: tra queste due coppie qual'è
veramente l'originaria, quella che sta al principio e alla fine e così
ricomprende l'altra fino a spiegarne il senso compiuto?.
Grandi teologi come Barth e Balthasar non hanno esitato a dire che l'unità
duale di maschio e femmina riceve il suo compiuto significato proprio
in vista della relazione tra Cristo-Sposo e la Chiesa-Sposa. E ciò
è visibile sotto il velo del sacramento nell'Eucaristia in cui
l'agnello immolato "celebra" come Sposo le sue nozze. Nel memoriale
della morte e della resurrezione Cristo infatti "fa" il suo
corpo, la Chiesa che è la sua Sposa. Ma ciò sarà
soprattutto evidente nella gloria dei cieli, come anticipa l'Apocalisse
col suo invito finale: "Vieni ti mostrerò la fidanzata, la
sposa dell'Agnello" (Ap. 21,9).
In Cristo Gesù e nel suo rapporto con la Chiesa "il racconto
primo della creazione è adempiuto oltre ogni misura, dato che nel
pensiero originario di Dio il Verbo fattosi uomo non è mai esistito
senza la Chiesa a lui conformata (cf. Ef. 1,4-6)" (H.U. von Balthasar,
Teodrammatica, Vol. due, op. cit., p. 388).
Senza voler a tutti i costi trasferire in una rigida sistematica teologia
quanto detto, la grande simbologia sponsale dell'unione tra Cristo e la
sua Chiesa contribuisce a spiegare più compiutamente il senso di
quel mistero naturale per cui l'uomo esiste come "unità dei
due", come uomo e come donna.
In ogni caso qui trova fondamento l'ethos che consente la realizzazione
della vera dignità di ogni uomo e di ogni donna, oltre che della
loro dimensione sponsale. E non sono poche le conseguenze che da questo
principio derivano, talune delle quali (cf. capp.VI e VIII) il Santo Padre
illustra, con grande senso dell'umana vicenda, in questa sua Lettera Apostolica.
Essa, con le Catechesi sull'amore umano, costituisce un "novum"
nel Magistero della Chiesa col quale si pone, al contempo, in perfetta
continuità.
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