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GIOVANNI PAOLO II E I DIRITTI UMANI
Conferenza tenuta da S.E. Mons. Jorge
Meja alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, il 26 novembre
1990
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Per esaminare, con doverosa oggettività,
il pensiero del Santo Padre, Giovanni Paolo II, sui diritti umani, ed
il suo insegnamento su questo tema, si possono seguire due strade.
La prima sarebbe quella di elencare tutti i testi del Papa che, in un
modo o nell'altro, si riferiscono ai diritti dell'uomo, e cercare di discernere
le linee portanti del suo insegnamento, le eventuali speciali accentuazioni,
e, magari, anche la traccia di una qualche possibile evoluzione del pensiero.
Da un punto di vista strettamente metodologico questa strada sarebbe forse
preferibile. Due ostacoli però si frappongono nell'auspicato percorso.
Uno è l'enorme mole di tali testi, che, secondo un rapido calcolo,
assommerebbero, tra documenti maggiormente sviluppati, riflessioni più
o meno occasionali (pur se importanti) e semplici riferimenti marginali,
a più di un centinaio. Si potrà apprezzare la quantità
e la qualità di tali testi quando il nostro Pontificio Consiglio
avrà pubblicato la sua silloge o collezione dei testi degli ultimi
Papi nonchè del Concilio Ecumenico Vaticano II sui diritti umani.
L'altro ostacolo che si opporrebbe all'analisi sistematica di tutti questi
testi, risalenti a Giovanni Paolo II, è il carattere appunto non
sistematico del relativo insegnamento.
Il Papa infatti non fa un "corso" sui diritti umani ma ne parla
a seconda delle esigenze del suo Magistero, e quindi per ragioni prevalentemente
pastorali, nelle più diverse occasioni.
Ora, se questo insegnamento è estremamente ricco, anzi più
ricco che se si trattasse di un "corso", sarebbe oltremodo difficile
cercare di seguirlo, magari in ordine cronologico, per ben dodici anni
di pontificato, arrivando a delle conclusioni che abbiano incisività
didattica. E' ovvio che ciò non si può fare entro i limiti
ben precisi di una lezione come questa (anche nell'ipotesi ch'io sia all'altezza
di un simile compito). Ma neanche un corso intero sarebbe sufficiente.
Intraprendo dunque la seconda strada, la quale avrà - penso - una
più grande efficacia didattica, e potrebbe rivelarsi più
feconda per il presente auditorio.
Questa seconda strada consiste nell'individuare nell'insegnamento sovrabbondante
di Giovanni Paolo II sui diritti umani, alcuni testi che sembrano appunto
davvero indicare una strada, esaminarli, per quanto possibile, in modo
approfondito e trarre da questo esame delle conclusioni. Ciò potrebbe
servire, a sua volta, come chiave di lettura per molti altri testi, anzi,
per l'insieme del pensiero papale su, per esempio, i rapporti tra uomini,
società e Stato; sui rapporti internazionali, e forse in primo
luogo, su l'eirinologia di Giovanni Paolo II; ossia, il suo pensiero e
il suo insegnamento sulla pace.
Ho scelto, a questo scopo, tre testi: due risalgono all'inizio del pontificato,
il terzo, invece, ad anni più recenti, il 1988. Sarà questo
un modo per apprezzare la continuità del pensiero di Giovanni Paolo
II; ma sarà anche, nel contempo, e questo considero estremamente
importante (e degno della vostra attenzione), un modo per apprezzare la
coerenza del pensiero dei Papa, quando egli s'indirizza a degli uditori
così diversi come quelli a cui i testi in parola (o i discorsi
a cui appartengono) si rivolgono. Pure quest'aspetto soggiace alla mia
scelta.
I tre testi sono:
- il paragrafo 17 dell'Enciclica "Redemptor hominis", pubblicata
il 4/3/79;
- i numeri 13 - 20 del discorso del Papa all'Assemblea Generale dell'ONU,
a New York, il 2 ottobre dello stesso anno 1979;
- il numero 5 del discorso all'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa,
a Strasburgo, l'8 ottobre 1988; e l'autorevole commento che il Papa stesso
fa qualche ora dopo, nel discorso alla Commissione Europea e la Carta
europea dei Diritti dell'uomo.
L'Enciclica "Redemptor hominis" è, come tutti sappiamo,
il documento programmatico del pontificato di Giovanni Paolo II, con la
pubblicazione del quale il Pontefice ha seguito l'esempio degli ultimi
papi, almeno da Leone XIII in poi.
In questo senso, è, in un modo speciale e particolarmente forte,
la vera "chiave di lettura" del suo ministero papale, come magistero
e come azione.
E' da rilevare, quindi, con attenzione, come l'Enciclica contenga un intero
paragrafo dedicato a (leggo il titolo): "Diritti dell'uomo: 'lettera
o spirito'".
Non mi risulta che si trovi uno sviluppo paragonabile a questo in un documento
magisteriale dei Papi immediatamente precedenti eccetto che nell'Enciclica
"Pacem in terris" di Giovanni XXIII, e, ancora, il parallelo
è soltanto parziale.
Il contesto programmatico conferisce così al nostro brano un valore
specifico; e questo fatto è già di per sè una prima
caratteristica dell'insegnamento papale sui diritti umani.
Cosa ci dice questo testo, anch'esso programmatico?
Ci dice anzitutto tre cose:
a) il Papa si propone di situare la Dichiarazione Universale dei diritti
dell'uomo delle Nazioni Unite, ed in genere, lo "sforzo (di questa
istituzione)che tende a definire e stabilire gli oggettivi ed inviolabili
diritti dell'uomo", sforzo reputato "magnifico dal Papa, nel
suo contesto storico. Questo contesto non è più quello illuministico
e pieno di ottimismo del 1789, né è necessariamente in continuità
con esso.
Anzi, il contesto descritto è lo spettacolo ben triste di un "secolo
di grandi calamità per l'uomo, di grandi devastazioni non soltanto
materiali, ma anche morali, anzi forse soprattutto morali", "un
secolo - continua - in cui gli uomini hanno preparato a se stessi molte
ingiustizie e sofferenze". Il Papa si chiede poi (e chiede a noi)
se "questo processo è stato decisamente frenato". Ed
è proprio nella risposta a questa domanda che il Papa vuol "ricordare,
con stima e con profonda speranza per il futuro", il "magnifico
sforzo" delle Nazioni Unite in favore dei diritti umani.
Dunque, la proclamazione solenne dei diritti nel 1948, ma già la
Carta stessa dell'organizzazione delle Nazioni Unite e i patti o Convenzioni
susseguenti, vengono riconosciuti dal Papa come una risposta alle situazioni
drammatiche dei primi quarant'anni del nostro secolo e alle loro cause.
O almeno, se si vuole, una prima risposta. Un "magnifico sforzo".
Tocca qui notare con cura che ciò viene detto di un testo o di
un insieme di testi, che vedono la luce al di fuori della Chiesa, in un'organizzazione
laica, nella quale la Chiesa non era ancora rappresentata in qualità
di Osservatore, come lo è stata a partire dal 1964.
E' vero anche, però, che alcuni cattolici, diplomatici (come gli
ambasciatori di vari paesi Latinoamericani) e non (come Jacques Maritain),
prestarono la loro valida opera per evitare che la Dichiarazione fosse
inficiata fin dall'inizio da qualche ideologia inaccettabile.
Così come è (e nonostante i suoi difetti), questo frutto
del lavoro di uomini che si proponevano di gettare le basi per un ordine
mondiale più giusto e sicuro, e quindi meno esposto alle catastrofi
che essi stessi avevano vissuto, merita la lode di Giovanni Paolo II:
è un "magnifico sforzo", di cui il Papa condivide la
gioia.
Un simile atteggiamento s'inserisce chiaramente nella scia della Costituzione
pastorale "Gaudium et spes": la Chiesa può ricevere e
riconoscere validi apporti che vengono dal mondo", dalla società
civile, nazionale o internazionale (Gaudium et spes, 44).
b) Infatti, dice il Papa, nel capoverso immediatamente seguente, "la
Chiesa non ha bisogno di confermare quanto questo problema sia strettamente
collegato con la sua missione nel mondo contemporaneo".
Notiamo di passaggio questa citazione letterale implicita del titolo di
"Gaudium et spes", a conferma di quanto detto poc'anzi. Il "problema",
a cui il Papa fa riferimento, non è ovviamente la Dichiarazione
dei diritti umani o il restante lavoro dell'ONU a questo riguardo, bensì
la sua effettiva applicazione: "questo impegno (per i diritti umani)
dovrebbe costituire una garanzia perchè i diritti dell'uomo diventino,
in tutto il mondo, principio fondamentale dell'azione per il bene dell'uomo.
La Chiesa è in questo direttamente interessata, non per motivi
d'opportunità, ma in virtù della sua stessa "missione
nel mondo contemporaneo".
Il seguito del discorso è diretto a spiegarci perchè.
Cito rapidamente: "la pace si riduce al rispetto dei diritti inviolabili
dell'uomo"; "s'impone allora necessariamente il dovere di sottoporre
(i programmi e sistemi moderni) ad una continua revisione dal punto di
vista degli oggettivi ed inviolabili diritti dell'uomo", programmi,
che nonostante le loro premesse "umanistiche" "minano o
spesso annientano quasi l'efficacia delle (loro) premesse".
Che tutto ciò cada sotto la responsabilità pastorale della
Chiesa è al di sopra di ogni dubbio. E ciò spiega anche
perchè il Magistero di Giovanni Paolo II, sulla pace nonchè
sui valori che dovrebbero presiedere alla vita delle società e
delle nazioni, ritorna costantemente sui diritti umani: sistematicamente
proclamati e promossi dall'organizzazione delle Nazioni Unite costituiscono
una garanzia, una "base", un punto sicuro di riferimento, anzi,
"l'essenziale criterio" in quanto sgorganti dalla "dignità
stessa dell'uomo", e "fattore fondamentale del bene comune".
Ciò però a patto che non soltanto la loro "lettera"
venga "accettata", ma anzitutto che venga "realizzato"
il loro "spirito". Così dice il Papa; e avremo, credo,
riconosciuto l'allusione al brano, famoso, di Paolo nella seconda lettera
ai Corinzi (3,6), dove la stessa distinzione viene applicata al "servizio"
o diakonia del Nuovo Testamento, oltre che a quella dell'Antico Testamento.
Accettare infatti la "lettera" dei diritti umani, cioè,
quanto è scritto nella Dichiarazione (o nelle Convenzioni susseguenti)
purtroppo non significa che il loro "spirito", ossia il senso
vero dei diritti umani, venga accettato, tanto meno messo in pratica.
"Sorgono", dice il Papa, "timori fondati che molto spesso
siamo ancora lontani da questa realizzazione, e che talvolta lo spirito
della vita sociale e pubblica si trova in una dolorosa opposizione con
la dichiarata 'lettera' dei diritti dell'uomo".
Ora, è appunto, missione e compito della Chiesa, perchè
"condivide la gioia di questa conquista con tutti gli uomini di buona
volontà.., domandare continuamente se... l'accettazione della...
'lettera' (dei diritti umani) significa anche la realizzazione del loro
'spirito'". E ciò lo deve fare la Chiesa "insieme con
(gli) uomini di buona volontà".
Ecco, dunque, l'attenzione rivolta all'applicazione fattiva dei diritti
umani, e di conseguenza alle strutture, istituzioni e circostanze anche
di persone che la ostacolano, inclusa nella missione della Chiesa.
Il criterio c'è, ed è valido. Si tratta di applicarlo. Su
questo la Chiesa esercita la sua vigilanza pastorale. Da qui si capisce
ancora perchè Giovanni Paolo II ne fa uno dei capisaldi del suo
insegnamento.
c) Un esempio di questa "vigilanza pastorale" si trova subito
dopo nello stesso paragrafo. Il Papa constata infatti che uno dei diritti
umani, che chiamerà poi spesso "fondamentale" e "pietra
di paragone" di tutti gli altri, il "diritto alla libertà
religiosa" non viene sempre rispettato. Fa così riferimento,
discreto ma chiaro, ad "una posizione, secondo la quale solo l'ateismo
ha diritto di cittadinanza nella vita pubblica e sociale, mentre gli uomini
credenti... sono appena tollerati, oppure trattati come cittadini di categoria
inferiore e perfino.., sono del tutto privati dei diritti di cittadinanza.
Una simile posizione viene rifiutata con il riferimento alla Dichiarazione
"Dignitatis humanae" del Concilio Vaticano II, e quindi a "premesse
dettate dall'esperienza stessa dell'uomo, dalla sua ragione e dal senso
della sua dignità", proprio il terreno in cui si situa la
Dichiarazione delle Nazioni Unite.
Su questo divario tra "lettera" e "spirito" il Papa
ritornerà più volte, durante il suo pontificato fino ai
giorni nostri, quando, per grazia di Dio e per la saggezza degli uomini,
nella maggior parte delle nazioni lo "spirito" anima già
l'accettazione della "lettera", in materia di libertà
religiosa. Altre nazioni però rimangono incommutabili, se non sono
addirittura diventate peggiori.
Questo insegnamento specifico sul diritto alla libertà religiosa
percorre, come un filo d'oro, tutto il Magistero di Giovanni Paolo II
e gli conferisce una qualità unica, il che tende anche a modificare
o almeno a dare una nuova dimensione alla normale proclamazione della
"lettera" dei diritti umani. Ma su questo torneremo alla fine.
Il discorso alle Nazioni Unite (2.10.79).
Anche per l'esame di questo eccezionale discorso vorrei soffermarmi sia
pur brevemente sul contesto e sul testo, ossia, sul suo contenuto.
Il contesto è estremamente significativo. Si tratta del primo discorso
del nuovo Papa, appena un anno dopo la sua elezione, indirizzato al mondo,
simbolicamente presente nel Palazzo dell'ONU a New York nei rappresentanti
di tutte le nazioni che ne sono membri o che vi mandano osservatori; le
nazioni grandi come quelle piccole; le superpotenze accanto alle potenze
scarsamente rilevanti; i regimi di tradizione liberale insieme a quelli
di tradizione e di obbedienza marxista. Non mi risulta che nessun rappresentante
si sia alzato e sia andato via quando Giovanni Paolo II è entrato
nell'aula.
Inoltre, e forse ancora più significativo, la comunità che
il Papa si è trovata davanti era moralmente quella medesima che
trentun anni prima aveva votato la Dichiarazione sui diritti dell'uomo.
Il tema dei diritti si offriva quasi da se stesso come contenuto al discorso
del Papa.
Certo, Paolo VI, nel 1965, sempre nel mese di ottobre, parlando allo stesso
consesso, ed era la prima volta che un Papa aveva questa possibilità,
si era riferito al tema della pace; e lo si capisce, perchè questo
è il motivo stesso dell'esistenza dell'organizzazione delle Nazioni
Unite, com'è anche il primo e principale impegno della Santa Sede
in campo internazionale. Paolo VI aveva, in questo modo, iniziato una
tradizione che Giovanni Paolo II vorrà continuare. L'argomento
principale del suo discorso è quindi la pace sulla terra"
(n. 11).
Ciò è tanto più da sottolineare in quanto, come aveva
già fatto nell'Enciclica "Redemptor hominis" (n.17),
il tema della pace e il tema dei diritti umani sono messi dal Papa in
un rapporto organico. In fondo, il grande discorso del 2 ottobre 79 non
è che un discorso sul necessario e inscindibile rapporto tra diritti
umani e pace. Ed è in questa ottica che lo si deve leggere; questa
è la sua vera chiave di lettura. Ciò premesso, mi rivolgo
al contenuto stesso del discorso.
Basteranno alcuni cenni precisi:
a) la Dichiarazione del 1948 diventa praticamente l'argomento principale
del discorso, a partire dal n. 8. Ciò non si era avverato in alcun
discorso o documento pontificio di questa portata dall'Enciclica "Pacem
in terris", nel 1963, citata poco dopo (n. 11).
Della Dichiarazione il Papa rammenta, con ben curata espressione, "i
giusti ideali". E aggiunge, come per precisare il suo pensiero: "questa
Dichiarazione ha infatti realmente colpito le molteplici e profonde radici
della guerra, perchè lo spirito di guerra, nel suo primitivo e
fondamentale significato, spunta e matura là dove gli inalienabili
diritti dell'uomo vengono violati". Ecco affermato con ogni voluta
chiarezza il rapporto, nel contempo positivo e negativo, tra diritti della
persona umana e pace o guerra. Questa affermazione che risponde e allarga
la prospettiva di Giovanni XXIII nella "Pacem in terris", domina
per il resto del discorso.
Infatti, il Papa, più avanti presenta due "generi di minacce"
contro i diritti dell'uomo (nn. 16-19), "che riguardano l'una e l'altra
(questi diritti) nell'ambito dei rapporti internazionali e all'interno
dei singoli stati e società" (n. 16)
Ora, queste due minacce contro i diritti sono contemporaneamente, e per
la stessa ragione, minacce contro la pace, e ciò pure in tempo
"di pace". Sentiamo le parole del Papa: "L'analisi della
storia dell'uomo... dimostra... quanto grave sia ogni minaccia contro
i diritti dell'uomo. La loro violazione, anche nella condizione 'di pace',
è una forma di guerra contro l'uomo" (n. 16). E più
sotto (n.19): "(la seconda minaccia).., costituisce, non meno della
prima, un pericolo alla causa della pace, ossia le diverse forme di ingiustizia
nel campo dello spirito".
Queste frasi lapidarie sono valide tuttora; e ciò nel loro duplice
senso negativo e positivo. Negativo, perchè sempre le violazioni
dei diritti, a qualsiasi livello, rischiano di compromettere la pace.
Positivo, perchè la pace si costruisce mediante l'osservanza dei
diritti di tutti, uomini e nazioni. E ambedue i sensi sono inscindibili.
Il venerando versetto di Isaia (32, 17): "Opus iustitiae pax",
motto dello stemma di Pio XII, acquista così una nuova concreta
dimensione.
b) Il Papa fa poi, con esplicito riferimento alla Dichiarazione, l'elenco
dei "più importanti e universalmente riconosciuti" diritti
dell'uomo. Ancora una volta, ciò non era più successo, nell'insegnamento
pontificio, in maniera così completa e quasi direi didattica, dall'Enciclica
"Pacem in terris".
Non leggerò qui, davanti a voi questo passaggio del discorso (n.
13). Vorrei notare però che il Papa enumera insieme i diritti che
si è soliti chiamare "di prima generazione", cioè,
quelli civili e politici, ed i diritti "di seconda generazione",
quelli cioè, economici e sociali tra i quali "il diritto alla
proprietà e al lavoro, a condizione eque di lavoro e al giusto
salario" (ib.).
Noto ancora che un posto rilevante viene assegnato al diritto "alla
libertà di pensiero, di coscienza e di religione", e al "diritto
a manifestare la propria religione, individualmente o in comune, tanto
in privato che in pubblico". A questo aspetto, caro al Papa e oggetto
della sua costante preoccupazione, verrà dedicata poco dopo la
presentazione della "seconda minaccia contro i diritti già
menzionata.
E' il caso di notare infine il riferimento che il Papa fa alla filosofia
che presiede ad una vera cultura dei diritti elencati nella Dichiarazione,
checchè ne sia delle intenzioni originarie dei suoi redattori.
Cito ancora: "L'insieme dei diritti dell'uomo corrisponde alla sostanza
della dignità dell'essere umano, inteso integralmente, e non ridotti
a una sola dimensione, essi si riferiscono alla soddisfazione dei bisogni
essenziali dell'uomo, all'esercizio della sua libertà, alle sue
relazioni con altre persone; ma essi si riferiscono sempre e dovunque
all'uomo, alla sua piena dimensione umana (n. 13).
Queste parole possono prescindere da ogni commento.
Ad esse si potrebbe soltanto aggiungere, perchè appartiene alla
sostanza dello stesso discorso, la formula che il Papa adopera più
avanti, quando espone la "seconda minaccia". "Lo sforzo
della civilizzazione tende da secoli in una direzione, dare cioè
alla vita delle singole società politiche una forma in cui possono
essere garantiti i diritti obiettivi dello spirito, della coscienza umana,
della creatività umana, inclusa la relazione dell'uomo con Dio"
(n. 19). Sottolineo queste ultime parole: l'antropologia che sottende
la vera concezione dei diritti dell'uomo non è, per il Papa, che
una teologia. I diritti dell'uomo presuppongono il suo intrinseco rapporto
creaturale con Dio, di cui l'uomo è "l'immagine somigliante"
(cf. Gen 1,26; 5,1 ecc.).
c) Il Papa, come ricordato prima, parlava all'organizzazione che raccoglie
praticamente i rappresentanti di tutta la f amiglia umana.
A questa Organizzazione egli proclama, senza mezzi termini, la sua "filosofia".
Ora, questa "filosofia", quella cioè che le ha dato esistenza,
senso e significato, consiste appunto nella Dichiarazione sui Diritti
umani con tutto il corredo di numerose dichiarazioni e convenzioni su
aspetti umani importantissimi, a favore dell'infanzia, della donna, dell'uguaglianza
tra le razze, e particolarmente i due patti internazionali sui diritti
economici, sociali e culturali, e sui diritti civili e politici"
(n. 8); a cui, da allora, altre convenzioni son venute ad aggiungersi.
Infatti, la Dichiarazione, continua il Papa, è "il valore
di base con cui la coscienza dei suoi membri (dell'ONU) si confronta e
da cui attinge la sua ispirazione costante" (ib.). La "coscienza"
dei membri dell'ONU si trova così coinvolta nell'osservanza del
contenuto della Dichiarazione. La "coscienza" dei membri di
questa Organizzazione si può legittimamente identificare con la
coscienza di ogni uomo e donna nel mondo.
Si legga quello che segue, nello stesso paragrafo 8: "Se le verità
e i principi contenuti in questo Documento (la Dichiarazione) venissero
dimenticati, trascurati, perdendo la genuina evidenza di cui rifulgevano
al momento della nascita dolorosa, allora la nobile finalità dell'organizzazione
delle Nazioni Unite potrebbe trovarsi di fronte ad una nuova rovina"
(ib.). Queste parole e quelle che le completano, subito dopo, contengono,
anzi costituiscono un appello alla coscienza dei popoli e alla coscienza
degli individui che ne sono membri.
La Dichiarazione sui diritti umani diventa così, nel magistero
di Giovanni Paolo II, uno strumento pastorale e un mezzo di evangelizzazione.
Ciò va ben oltre la sua intenzione originaria, ma sta a dimostrare
che la Provvidenza divina, prepara, attraverso l'opera sovente inconsapevole,
di uomini e di donne, il suo disegno di salvezza, al servizio del quale
è costituita la Chiesa.
Il discorso al Consiglio d'Europa, all'Assemblea
parlamentare europea, alla Commissione e alla Corte europea dei dirirri
dell'uomo.
Da New York a Strasburgo. Dall'ONU al
Consiglio d'Europa e alla sua Assemblea parlamentare. Anche qui i contesti
non sono indifferenti.
Il Consiglio d'Europa è l'organizzazione che riunisce 24 Stati
europei attorno alla realizzazione degli ideali dei diritti dell'uomo.
La sua Convenzione sui diritti umani e le libertà fondamentali,
firmata quarant'anni fa, il 5 novembre, a Palazzo Barberini a Roma, è
stata solennemente commemorata con la partecipazione della Santa Sede
(da me rappresentata) e la lettura di un messaggio del Santo Padre. Inoltre,
c'è stato, in seno a ciò che si chiama la Conferenza per
la sicurezza e la cooperazione in Europa (CSCE) l'Atto di Helsinki, la
cui terza parte (o terzo "cesto", "corbeille", come
viene solitamente chiamato) tratta appunto dei diritti umani.
Alla redazione di questo Atto e dei testi seguenti, come quello di Vienna
(gennaio 1989), che in parte versa sulla libertà religiosa, la
Santa Sede che è membro della CSCE, ha preso una parte attiva,
forse anche determinante.
Quando il Papa si reca a Strasburgo, in visita al Consiglio d'Europa,
questi vari contesti debbono essere tenuti presenti. In certo qual modo,
si può dire che gli sviluppi della proclamazione dei diritti dell'uomo
nel Continente europeo sono anche frutto dell'opera della Sede Apostolica.
La proclamazione e, mi pare di dover aggiungere, anche l'applicazione
fattiva. Quanto infatti è successo nel Centro e nell'Est dell'Europa
in questi ultimi mesi, non è forse senza rapporto, nel campo preciso
dei diritti umani, con l'opera paziente e tenace della Santa Sede.
Ancora, in materia di contesti, il Papa ha voluto parlare, dopo l'Assemblea
Parlamentare europea, anche alla Commissione europea e alla Corte europea
dei diritti dell'uomo. Ciò è in sé significativo.
Il Pontefice ha spiegato egli stesso la ragione di questa sua seconda
visita con le seguenti parole: "la Carta e la Commissione formano
un'unica realtà giuridica nel diritto internazionale e sono diventate
un modello che altre organizzazioni regionali del mondo cercano di imitare";
in particolare, aggiungo, in America Latina e in Africa. Il fatto che
il Santo Padre si sia recato in visita a queste istituzioni giudiziarie,
create per la tutela dei diritti dell'uomo, è emblematico, in quanto
rivela, ancora una volta, l'interesse nonchè l'impegno del Papa
e della Santa Sede per tutto ciò che riafferma e assicura il rispetto
dei diritti e ne difende, anche sul piano della obbligatorietà
giuridica, l'osservanza.
Mi limiterò, a questo proposito, ad alcuni brevissimi cenni.
a) Il Papa prende atto dei progressi realizzati nel campo dei diritti
umani, a partire dalla Convenzione europea del 1950 e della precedente
Dichiarazione universale: "Come testimoniano le riflessioni della
vostra Assemblea, su numerosi aspetti della vita sociale, le considerazioni
per i diritti e per la dignità della persona umana, vanno molto
al di là di quanto definito nei testi specifici riguardanti i diritti
dell'uomo" (all'Assemblea n. 9). Con queste parole, il Papa vuole
anche far capire che, se ci si compiace per testi come la Carta sociale
del Consiglio d'Europa, e per altri simili sviluppi, lo si fa anzitutto
perchè in questo modo si tende a precisare e a meglio definire
l'ambito e il contenuto di alcuni diritti, non meglio definiti prima.
Il che significa a sua volta che, nel campo dei diritti, c'è sempre
spazio per un ulteriore raffinamento sia della definizione dei diritti
stessi sia della loro corretta interpretazione, sia, ancora, dei veri
soggetti di diritti. Così, il Papa, in ciò che segue, insiste
sui diritti della famiglia, in quanto questa "è un soggetto
di diritti, e questo deve essere ammesso con maggiore chiarezza"
(ib, n.7).
Altrettanto esplicito è il riferimento poco più sotto alle
specificazioni del diritto alla vita, "dal momento del concepimento
fino agli stadi terminali della malattia" (ib.). E' risaputo che
nell'aderire alla convenzione internazionale sui diritti della infanzia
(dicembre 1989), la Santa Sede ha insistito che il paragrafo sul suddetto
punto ne sia la chiave d'interpretazione.
In questo auspicabile sviluppo della proclamazione e dell'interpretazione
dei diritti, la Chiesa può svolgere un ruolo decisivo, tramite
la sua Dottrina sociale, ispirata alla sua antropologia, e in fondo alla
sua tradizione teologica.
b) Il Papa insiste ancora, nella sua allocuzione alla Commissione e alla
Corte europea sul rapporto tra applicazione dei diritti e limitazione
giuridica del potere dello Stato.
Cito una delle sue affermazioni, che riprende un tema già accennato
nella "Redemptor hominis" (n. 17): "I Governi che rispettano
la regola della legge riconoscono... un limite ai loro poteri e alla loro
sfera di interessi; poichè tali Governi riconoscono di essere essi
stessi soggetti alla legge e non sopra la legge, possano effettivamente
riconoscere la legittima inviolabilità della sfera privata nella
vita dei loro cittadini e difenderla da pressioni esterne"
Qui affiora una sana teoria dello Stato, tradizionale nell'insegnamento
della Chiesa, e oggi sempre più accettata da tutti e istituzionalmente
realizzata, in specie dopo i cambiamenti nell'Europa del Centro e dell'Est.
Lo Stato esiste in funzione dei diritti dei cittadini, e non viceversa,
poiché questi non dipendono da esso,bensì dall'inalienabile
umana dignità.
Anzi, il bene comune che lo Stato deve promuovere, come prima ragione
della sua esistenza, consiste appunto nella promozione ordinata e armonica
dei diritti dei suoi cittadini, come insegnava già Giovanni XXIII
nella "Pacem in terris".
Di ciò, la Corte europea è un testimone di eccezione, e
il Papa non manca di rilevarlo: "La vostra Corte, in un certo senso,
è l'epitome di un sistema giuridico che garantisce la preminenza
della regola della legge" (n. 3). E ne da subito la ragione, che
è importante di sottolineare: "Il fatto che un individuo possa
sporgere denuncia contro un governo deve essere senza dubbio visto come
uno sviluppo positivo della regola della legge" (ib.). In questo
consiste, infatti, la peculiarità, non sempre riconosciuta, della
Corte europea dei Diritti dell'uomo, che il Papa giudica "uno sviluppo
positivo".
Esiterei a trarre conclusioni dopo questa lunga e complessa relazione.
Esse dovrebbero scaturire dai testi stessi e dai commenti che li accompagnano.
Mi pare nondimeno che alcune linee emergano chiaramente, linee che sintetizzo
nelle seguenti tesi:
a) lo sviluppo contemporaneo di una teoria e di una pratica dei diritti
dell'uomo ha per il Papa, e quindi per la Chiesa, un valore provvidenziale.
b) ciò però esige da noi una riflessione e come un ripensamento,
della teoria e della pratica dei diritti alla luce della nostra antropologia
teologica. E' ciò che intende fare il Papa nei suoi numerosi interventi
al riguardo, e in particolare in quelli qui esaminati, senza però
alcuna intenzione di capovolgere i testi approvati dalla Nazioni Unite
ovvero da altre istanze, ma facendone una nuova lettura, la quale come
spesso accade, si dimostra essere assai più fedele alla loro vera
intenzione oggettiva. Questo discorso è ancora da approfondire
nel campo filosofico e teologico.
c) il luogo privilegiato che il Papa, in molti testi, assegna al diritto
alla libertà religiosa, in quanto
"fondamento", "base", "pietra di paragone"
di tutti gli altri diritti, individuali e sociali, è la chiave
di questa necessaria rilettura. In questo modo, infatti, viene rispettata
adeguatamente e doverosamente promossa, al di sopra delle altre, ma in
rapporto con esse, la vera dimensione trascendente della umana creatura,
e quindi la sua vera identità inalienabile. Ciò in fondo
che la proclamazione, l'osservanza, e la tutela giuridica dei diritti
umani si propongono di affermare e di rendere sicuro, oggi più
che mai. Ed è questo il loro autentico apporto alla civiltà
contemporanea.
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