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IL FRAMMENTO DEL VANGELO DI S. MARCO
A QUMRAN
Conferenza tenuta da Prof. Josè
O'Callaghan alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa, l'
11 marzo 1996
(Trascrizione non rivista dal relatore)
In questa occasione chiedo che mi si permetta
di fare un pò di storia dei miei lavori di identificazione. Devo
confessare che non avevo mai avuto la pretesa di rintracciare un frammento
neotestamentario nella grotta 7 di Qumran. Il mio contatto con questa
grotta è dovuto al fatto che stavo redigendo un catalogo dei papiri
greci dell'Antico Testamento. E poiché in quella grotta erano già
stati identificati due papiri della LXX, dovevo interessarmi di quelli,
e così sono entrato nella grotta settima di Qumran.
Diciannove sono i frammenti rintracciati in questa grotta. In realtà
i pezzi di papiro sono 21, ma il numero 19 comprende tre blocchi di terra
grigiastra, mescolata con ghiaia e solidificata, sopra la quale i frammenti
di papiro hanno lasciato la loro impronta come conseguenza di un prolungato
contatto.
Pertanto il bilancio di questa grotta è alquanto insignificante
e all'apparenza di scarsissimo interesse letterario. Senza alcun dubbio
c'è qualcosa di molto importante di cui tener conto: tutti i frammenti
sono di papiro e per di più scritti su una sola facciata. Conseguentemente
si tratta di pezzi di rotolo e non di codice, il che depone a favore dell'antichità
dei frammenti.
Fra tutti i papiri di questo modesto insieme attirò la mia attenzione
particolarmente quello catalogato col numero 5. Devo però confessare
che, in conformità con la edizione ufficiale, supposi che si trattasse
di una genealogia. Effettivamente nella linea 4 del detto frammento si
legge -nnes- che potrebbe verosimilmente essere parte "egennesen",
la cui radice anche nelle nostre lingue significa "generare".
Dopodiché, con pazienza da certosino rintracciai tutti gli innumerevoli
passi dell'Antico Testamento in cui si sarebbe potuto trovar testimonianza
della detta radice, ma vedendomi obbligato a desistere poiché in
nessuno di essi si ritrovava la concordanza di lettere che rendesse accettabile
l'identificazione.
Ero sul punto di abbandonare il mio impegno di identificazione di detto
frammento, quando, più per reagire alla delusione del momento che
per vera convinzione scientifica, osai verificare se nel nuovo testamento
potesse esserci qualcosa di corrispondente ai frammenti conservati in
questo papiro. Anche la ricerca genealogica nel Nuovo Testamento si rivelò
infruttuosa. Tuttavia ad un cero punto mi venne l'intuizione di supporre
che il gruppo -nnes- avrebbe potuto far parte della parola Gennesaret.
Però, il lago o territorio di Genesaret si incontra una sola volta
in tutto l'Antico Testamento: primo dei Maccabei 11, 67.
Per contro, nel Nuovo Testamento incontrai un passo nel quale esisteva
una corrispondenza perfetta sia al gruppo delle lettere di "Gennesaret"
sia alle altre caratteristiche del detto frammento di papiro: uno spazio
di separazione nella linea tre per dividere due sezioni del testo la seconda
delle quali con inizio "kai" (= "e").
Effettivamente in Marco 6,52,53 col versetto 52 termina la narrazione
del miracolo di Gesù che cammina sulle acque e con il versetto
53 inizia quella delle guarigioni di Genesaret. Si tenga presente che
questo nuovo periodo comincia con la congiunzione "e", peculiare
dello stile di Marco. Il frammento che viene riferito è il seguente:
"52 in realtà non avevano ben capito il fatto dei pani perché
il loro cuore era indurito. 53 E avendo concluso la traversata giunsero
a Genesaret e sbarcarono".
Personalmente cercai di dimenticarmi di questa identificazione perché
la consideravo inaccettabile. E dopo aver lavorato nella biblioteca del
Biblico, tornai nella mia stanza nella quale poco dopo entrò un
mio collega tedesco, a cui timidamente proposi la possibilità di
aver rintracciato un papiro di Marco databile all'anno 50. Immediatamente
mi interruppe dicendomi: "E' impossibile!", mi mancava solo
questo per perdere ogni coraggio. Lasciai il mio lavoro e andai ad ossigenarmi
per le bellissime strade della Roma antica. Non volevo più pensare
all'avventura corsa circa la recente identificazione.
Non volevo più pensare ma di fatto non potevo evitarlo. Ma se per
un caso fortuito tutto quello era vero? Io proseguivo nei miei lavori
accademici all'Istituto Biblico, le mie lezioni, i miei seminari. Ma quasi
un'ossessione si impadroniva di me e cui io resistevo.
Infine dopo una settimana, tornai con maggior calma a verificare l'identificazione
e di nuovo riscontrai la coincidenza di lettere ed altri aspetti paleografici
con il frammento di Marco. Poi andai a trovare quello che allora era Rettore
del Biblico, attualmente Cardinale e Arcivescovo di Milano, Mons. Carlo
Maria Martini, a cui proposi la mia possibile identificazione. In quel
momento egli aveva una riunione, ma mi chiese che gli presentassi una
sorta di bozza del mio lavoro, manifestando - come era ovvio - una certa
sfiducia nella mia ricerca. Il giorno seguente mi si presentò in
camera con la bozza che gli avevo consegnato e con molta circospezione
e prudenza scientifica, mi propose obiezioni al mio lavoro a cui era necessario
che rispondessi.
Dopo questa conversazione Mons. Martini decise che il mio lavoro fosse
sottoposto alla supervisione di svariati docenti del Biblico i quali non
opposero alcuna seria difficoltà alla pubblicazione del mio articolo.
Con grande prudenza e circospezione scientifica, Mons. Martini, ascoltato
il parere favorevole dei miei colleghi del Biblico, volle conoscere l'opinione
di un eminente specialista di papirologia dell'Università italiana.
Perciò andai a Trieste a confrontare i miei lavori col professor
Sergio Daris, a cui una volta di più sono grato per la gentilezza
e la competenza. Discutemmo l'argomento circa 6 ore e, dopo il suo parere
favorevole, ritornai a Roma, e a questo punto il Rettore del Biblico autorizzò
la pubblicazione dei miei lavori che furono pubblicati fra le ipotesi
come un suggerimento scientifico data l'estrema delicatezza dell'argomento
in essi trattato.
Immediatamente dopo la pubblicazione del mio articolo nella rivista BIBLICA.
l'organo scientifico del nostro Istituto Biblico, lasciai Roma ed andai
a Barcellona per evitare l'assalto dei giornalisti. Ma due giorni dopo
il mio arrivo a Barcellona, dove desideravo rimanere ignoto a tutti, mi
si presentò un gruppo della televisione Nord-Americana che voleva
farmi un'intervista per gli USA.
Da quel momento tutto fu un calvario per me, che sono un uomo dal lavoro
nascosto. Subii innumerevoli interviste di giornalisti spagnoli e stranieri
che non sempre, nonostante la loro buona volontà, espressero nelle
loro cronache ciò che il povero specialista diceva e che non poche
volte, alla ricerca del sensazionalismo del momento, esageravano oltre
ogni misura. Oggigiorno è impossibile evitare l'intromissione dei
mezzi di comunicazione sociale. Ma perché vi rendiate conto dell'obiettività
dell'informazione, posso ricordare un giornale della sera di Barcellona,
che con grandi titoli, annunciava ai quattro venti: "Padre O'Callaghan
ha scoperto un papiro di Marco anteriore a Gesù Cristo (!!!)".
Noi che lavoriamo in campo scientifico siamo uomini che di solito amiamo
la nostra intimità e preferiamo esser lasciati in pace con i nostri
pensieri ed indagini. Disgraziatamente nel mio caso fu tutto il contrario.
In molte parti del mondo si diffuse la notizia e frequentemente con evidenti
esagerazioni ed imprecisioni incommensurabili.
Le reazioni nel mondo culturale seguirono tre orientamenti ben definiti:
gli entusiasti della mia identificazione, gli indifferenti che con giusta
prudenza cercavano di saperne di più per decidere, ed infine i
nemici acerrimi, la cui posizione io sempre ho rispettato, quantunque
talvolta abbia lamentato che gli attacchi non si siano mantenuti ad un
livello strettamente accademico.
E' fuori di dubbio che quando si propone una teoria scientifica nuova,
opposta ad una opinione universalmente accettata, è necessaria
una adeguata polemica per chiarire gli elementi che si propongono nella
teoria e verificare se la proposta scientifica stia a galla oppure no.
E per questo esprimo il mio ringraziamento a quanti con i loro apporti
contribuirono a chiarire la mia teoria.
Attualmente sono passati più di venti anni dal momento in cui comparve
la mia proposta. Molti articoli sono stati pubblicati, e si son fatte
molte proposte. Credo con buona coscienza di poter dire che la mia utile
proposta conserva la sua iniziale validità e ricorderò qui
le parole del Professor Carsten Peter Thiede nella sua benemerita opera:
"In base alle regole del lavoro paleografico e di critica testuale,
è certo che 7Q5 è Mc. 6,52-53, il più antico frammento
conservato di un testo del Nuovo Testamento, scritto attorno al 50, e
sicuramente prima del 68. E che il passo come tale non provenga da una
raccolta formata prima di Marco, ma presupponga un Vangelo già
completamente terminato, era già stato affermato, giustamente,
dallo stesso Kurt Aland, prima che cercasse di confutare l'identificazione
del frammento senza tener conto delle sue principali caratteristiche".
Anche in questo caso non dobbiamo prescindere da un periodo di trasmissione
orale precedente la formazione dei Vangeli. Ma come correttamente annota
il Card. Martini, "sarebbe forse necessario considerare il tempo
della 'tradizione orale' del materiale evangelico come un po' meno lungo
di quanto non si supponga oggi da parecchi critici. Così, pur senza
mutare il quadro sostanziale che riallaccia l'origine dei Vangeli ai ricordi
degli apostoli e alla loro predicazione orale, si potrebbe pensare ad
esempio che si cominciò a mettere in iscritto tale predicazione
già durante il secondo decennio dopo la morte di Gesù".
Forse adesso occorrerebbe chiederci: "A che punto è attualmente
l'accettazione della mia teoria?". Posso dire che dal 18 al 20 ottobre
del 1991 nella Università Cattolica di Eichstätt (Germania)
si è tenuto un simposio internazionale per studiare la mia proposta.
Io non vi sono stato per lasciare più libertà d'espressione
ai partecipanti; mi è sembrato più discreto. Mi hanno scritto
però che il simposio è riuscito molto bene. Secondo l'ordine
alfabetico, i sedici professori che hanno partecipato sono i seguenti
(aggiungo le città delle Università o Facoltà donde
provengono): Betz (Tubinga, Germania), Burgmann (Offenburg, Germania),
Charlesworth (Princeton, USA), Diedrich (Eichstätt, Germania), Ellis
(Fort Worth, USA), Focant (Lovanio, Belgio), Hunger (Vienna, Austria),
Mayer (Eichstätt, Germania), Pixner (Gerusalemme, Israele), Riesenfeld
(Uppsala, Svezia), Riesner (Tubinga, Germania), Rohrhirsch (Eichstätt,
Germania), Ruckstuhl (Lucerna, Svizzera), Schwank (Monaco, Germania),
e Thiede (Wuppertal, Germania). Tranne due o tre, tutti gli altri erano
favorevoli all'identificazione di Mc.
In questo momento mi permetto di citare alcune parole di Tommaso Ricci
anteriori alla celebrazione del simposio: "il prossimo ottobre, nel
cuore della Baviera, dunque, attorno alla sigla 7Q5 si daranno battaglia
studiosi di ogni parte del mondo. Una battaglia il cui sottofondo è
molto di più che una questione di papiri e di date".
E qual è il sottofondo che supera aspetti cronologici e paleografici?
La vera questione di tutta questa problematica è la seguente: se
la tradizione orale è molto lunga, le impressioni che gli uomini
vanno trasmettendosi corrono il pericolo di modificare la realtà
degli avvenimenti iniziali: questo lo sappiamo per esperienza personale.
Si tende ad esagerare peggiorando o migliorando la figura del personaggio
in oggetto, e così trattandosi di Gesù, uomo di doti umane
straordinarie - questo lo accettano tutti - dopo una serie di mutamenti,
di impressioni e trasmissione di avvenimenti della sua vita, quell'uomo
si trasforma a poco a poco in un Dio, e si passa da una categoria umana
fuori serie ad un piano di divinità nel quale Cristo non è
soltanto uomo, ma anche Dio. Conseguentemente la divinità non si
afferma in virtù di credenziali originarie, ma per dilatazione
dei racconti formatisi nella primitiva comunità cristiana.
Per contro, se ora abbiamo un papiro di Marco dell'anno 50 risulta che
solo a pochi anni dalla sua morte ci vien riferito dei miracoli del Signore
da parte di autori che l'han visto personalmente o almeno ne hanno udito
parlare da testimoni oculari o auricolari.
Credo che a questo proposito risultino molto opportune le parole del Professor
Albert Vanhoye, ex Rettore dell'Istituto Biblico: "come sempre purtroppo
accade, ogni volta che ci si avvicina alle fonti che storicamente provano
la verità della fede, si grida allo scandalo, e tutte le volte
invece che le ricerche dicono il contrario, vengono accolte con grandissimo
favore. Le critiche che O'Callaghan dovette subire furono tremende. Le
sue scoperte indispettirono molto i biblisti: era dato per scontato che
dalla morte di Cristo alla stesura del Vangelo di Marco fossero passati
quarant'anni. Scoprire invece che ne passarono meno di 20, manderebbe
all'aria tutta l'esegesi neo-testamentaria".
Sembra conveniente concludere con le giuste parole del mio collega del
Biblico, Prof. Ignace de la Potterie: "La distinzione dell'esegesi
moderna fra il Cristo della Fede e il Cristo della Storia verrebbe messa
in crisi. E teniamo presente che il Vangelo di Marco è quello che
più esalta la divinità di Cristo, con la sua potenza miracolosa".
E' opportuno ormai che ponga fine alle mie povere parole ringraziandovi
per la vostra amabile attenzione.
Personalmente dopo lunghi anni di silenzio e incomprensioni, sono molto
contento che i miei lavori ci permettano di avvicinarci al Cristo amico.
Non ho mai preteso di fare apologetica delle mie ricerche. Non posso,
però, nascondere la mia soddisfazione perché i miei lavori
e fatiche hanno potuto servire a conoscere meglio la straordinaria figura
del Dio incarnato, Gesù di Nazareth.
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