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COME CAMBIA LA TV
Conferenza tenuta
da Prof. Guido Gili alla Scuola di Cultura Cattolica - Bassano del Grappa,
il 10 marzo 1997
(Trascrizione non rivista dal relatore)
Il tema di questa conversazione riguarda
il modo in cui è cambiata e sta cambiando sotto i nostri occhi
la televisione. Per capire come sta cambiando il contenuto della televisione,
cioè quello che noi vediamo, facciamo riferimento a due processi
che influenzano questo fatto.
Prima guardiamo come sta cambiando il sistema televisivo, la sua struttura,
poi vediamo come stanno cambiando le modalità di fruizione della
televisione. La conoscenza di questi due processi ci permette poi di capire
come sta cambiando il contenuto della televisione.
Questa relazione è divisa in tre parti: la prima risponde alla
domanda come è cambiato il sistema televisivo; la seconda riguarda
come è cambiato in questi decenni il modo di vedere la televisione;
la terza indaga come sono usati i contenuti della televisione.
Parliamo della prima questione, cioè come è cambiato il
sistema. Si è passati da un sistema caratterizzato da un monopolio
pubblico, a un sistema misto caratterizzato dall'orientamento al mercato.
I difensori della liberalizzazione dei sistemi sostengono la tesi: meno
stato più mercato nella televisione.
Ci sono cinque ragioni per spiegare ciò.
La prima ragione è il condizionamento minimo dello stato che si
garantisce il fatto che sia il mercato a regolare l'attività degli
enti. Dire mercato significa perciò sostenere il predominio della
domanda sull'offerta, cioè il predominio delle esigenze dei consumatori
rispetto alle esigenze dei media, in linea quindi con le intenzioni della
liberalizzazione del sistema. Un argomento a favore di questa tesi è
il fatto che in questo modo i media si devono adeguare alle esigenze,
agli interessi del pubblico.
La seconda ragione è che lo stato è un cattivo regolatore
nel settore dei media, perché gli interessi dei governi o delle
parti politiche tendono a prevalere sugli interessi del pubblico.
Il terzo argomento riguarda le nuove tecnologie, che mettono a disposizione
del pubblico molti punti di informazione il cui controllo è diviso
tra più proprietà. In relazione a questo, il pubblico è
più libero di scegliere, ed è quindi più difficile
il controllo del processo comunicativo da parte di pochi.
Una quarta ragione è che una maggiore concorrenza tra diversi media,
spinge nel senso di aumentare sia la quantità dell'offerta, sia
la sua qualità, attraverso un'accentuata innovazione dei contenuti
e dei programmi.
L'ultima ragione, legata a questa, è che la concorrenza favorisce
l'innovazione, rinnovando i programmi e i linguaggi.
Vediamo ora le ragioni che sostengono il monopolio pubblico nel settore
televisivo. La prima è una ragione di tipo tecnologico: la scarsità
dei mezzi, dei canali, cioè la limitatezza delle frequenze crea
un monopolio. Proprio perché ci sono pochi canali, il monopolio
deve essere gestito in modo da garantire l'interesse collettivo e solo
lo stato lo può fare. Questo monopolio servirebbe a garantire uguali
possibilità di accesso a tutti i cittadini su tutto il territorio
nazionale, cosa che invece non sarebbe garantita dai privati, che tendono
a investire solo nelle zone che garantiscono un maggior profitto, cioè
le zone densamente popolate.
La seconda ragione è di ordine più generale, in quanto assegna
al servizio pubblico il compito di rispondere a bisogni formativi, educativi
e di divertimento dei cittadini e di promuovere una cultura nazionale.
Si vuole recuperare la storia della cultura nazionale per promuovere un
patrimonio per tutti. Ai mass-media si assegna dunque una funzione educativa
e pedagogica che si affianca a quella della scuola.
La terza ragione che sostiene un monopolio pubblico è di ordine
politico, in quanto garantisce una partecipazione pluralistica (gruppi
politici, sindacali, sociali). In questo caso si afferma che il servizio
pubblico garantisce il diritto all'informazione e la libertà di
espressione. Queste tesi (della preminenza del pubblico) sono entrate
in crisi negli anni '80 e si sono poste in una posizione difensiva. Le
nuove tecnologie (la TV via cavo, via satellite, la moltiplicazione dei
canali) hanno messo in crisi il monopolio della TV di stato. Inoltre cambia
il clima ideologico, culturale: c'è un ritorno al privato, alla
centralità dell'individuo. Poi c'è una dimensione economica
in quanto prende quota l'ideologia dell'impresa e della competizione.
Infine si affermano delle ideologie politiche fortemente orientate in
senso liberistico. La conseguenza di tutto questo è una progressiva
liberalizzazione del settore televisivo. Vi è una crisi dell'idea
della televisione pubblica basata sulla funzione del soggetto. Il pubblico
è ormai differenziato, emancipato, può decidere autonomamente.
La fine del regime pubblico e il passaggio a quello privato non sono stati
promossi dai governi, che piuttosto li hanno tollerati. Il pluralismo
viene ora garantito dalla pluralità dei mezzi e dei supporti. Si
parla più correttamente di pluralismo delle strutture rispetto
a quello nelle strutture. Lo stato non è più chiamato in
causa per garantire l'universalità e l'obiettività, anche
se deve dettare delle regole ai privati perché ciò venga
garantito. Inoltre il sistema pubblico è andato in crisi per problemi
finanziari. L'ambiente televisivo, sempre più competitivo, elevava
infatti i costi di gestione. C'è soprattutto una crisi di identità
generale.
Questa è la prima parte, che ci aiuta a capire come è cambiato
il sistema televisivo.
Vediamo ore il secondo punto, che riguarda il modo in cui noi guardiamo
la televisione.
Ci sono tre periodi, tre modi di guardare la tv in Italia. Quando la tv
apparve in Italia nei primi anni '50 come monopolio pubblico il televisore
era un bene che pochi si potevano permettere. Ci si ritrovava quindi nelle
case, nelle sale parrocchiali, nei bar, per vedere la televisione; c'è
perciò una sua funzione collettiva, in quanto diventa occasione
di socializzazione, di aggregazione.
Negli anni '60 la tv si diffonde nelle case private. Vi è l'immagine
della tv focolare, domestica, luogo intorno al quale si raduna la famiglia.
Le famiglie usufruiscono in modo diverso del mezzo televisivo: c'è
la famiglia che interagisce e quella in cui la tv diventa l'oggetto unidirezionale
di attenzione. Oggi siamo entrati in una terza fase che vede le case come
ambienti multimediali (ci sono più tv innanzitutto, computer, videoregistratori).
Ciò comporta delle conseguenze: 1) ogni membro ha una maggiore
possibilità di scelta, però ognuno è solo davanti
al suo mezzo; 2) l'invenzione del telecomando rivoluziona la visione televisiva.
Il telecomando dà un enorme potere a chi lo usa: quello di cambiare
quando il programma non soddisfa più. Nel caso di un consumo individuale
questo potere aumenta e si realizza una frammentazione televisiva.
Questi due aspetti hanno modificato il modo di vedere la tv. L'accentuata
concorrenza ha favorito e moltiplicato la possibilità di scelta.
Le modalità di fruizione sono sempre più individualizzate
e l'uso del telecomando diventa l'incubo degli strateghi del palinsesto.
Alla base di questi cambiamenti vediamo di capire come è cambiato
il contenuto della tv.
Innanzitutto si osserva come il palinsesto (la struttura dei programmi)
venga a coincidere con l'intera giornata perché la logica della
concorrenza richiede che nessuna ora venga lasciata non presidiata, perché
là potrebbe affermarsi una egemonia dei concorrenti. inoltre c'è
il discorso della pubblicità che è diventata la maggior
forma di finanziamento. E', per certi aspetti, un sistema perverso in
cui tutti devono essere presenti 24 ore su 24.
Questo fatto pone un problema importante di qualità dei programmi
televisivi, oltre che di costi. Bisogna proporre dei programmi che costino
poco e che non siano inguardabili. Ecco la ragione strutturale per cui
si affermano certi programmi, soprattutto la fiction (telefilm e film),
della grande produzione internazionale. Sappiamo che il pubblico di tutto
il mondo preferisce la fiction di produzione locale che privilegi l'ambiente
culturale e sociale proprio. Il problema è che ciò ha costi
più elevati, perciò conviene pescare nella grande produzione
estera. L'importazione dall'estero è un fatto di qualità
e noi sappiamo che inserire un programma che ha prestigio nel palinsesto
dà valore allo stesso. Questo rivolgersi all'estero (anche i cartoni
animati) crea dei problemi culturali, perché inevitabilmente questi
programmi risentono del luogo in cui sono nati.
La seconda strategia per riempire il palinsesto è la ripetizione
dei programmi. Fa parte di questo riempire anche il recuperare i programmi
del passato.
Il terzo stratagemma è utilizzare un programma locale ad alta deperibilità,
che ha il pregio di costare poco ed interessare molto: il talk-show. C'è
una crescita enorme di questo in diversi modi e in tutte le fasce orarie.
Il talk-show è un grande spettacolo dove anche la parola si vede,
si vede colui che la dice. La tv non ha più le caratteristiche
di festività come un tempo, tranne forse i mondiali di calcio,
ma accompagna la vita quotidiana di ciascuno. tutti i momenti della giornata
sono scanditi dalla tv, la quale riproduce anche gli stessi aspetti della
vita quotidiana: la casa, il salotto.
In questa situazione cambia il rapporto fra tv e spettatore. Mentre la
tv di quindici anni fa aveva il ruolo di pedagoga (maestra), oggi il rapporto
con il pubblico è di amicizia, di convivialità. I programmi
si riempiono di gente comune nella quale ci si può facilmente identificare.
Così anche i conduttori si rivolgono al pubblico direttamente,
dandogli del tu.
Uno strumento usato in molti programmi è il telefono, che permette
il contatto con la gente. Il fine è quello di coinvolgere il pubblico,
di renderlo complice e soprattutto fedele. Il rapporto fra personaggi
televisivi e pubblico viene definito para-sociale, cioè quasi sociale.
E' un rapporto che pone spesso in secondo piano le relazioni con le persone
vicine o crea rapporti di simbolizzazione dei personaggi televisivi verso
le persone vicine.
Cambia inoltre la logica della programmazione, che passa da un palinsesto
rigido ad uno misto. Mentre la televisione di quindici anni fa vedeva
i programmi ben definiti e identificabili, ora non si nota una netta distinzione
fra i generi. Si parla di magma televisivo. Non ci sono più i programmi,
ma c'è la tv come medium globale in cui tutto sta dentro. Ci sono
programmi che mischiano informazione-cultura e divertimento-spettacolo.
Gli studiosi parlano di ibridazione televisiva. Si unisce fiction ad informazione
per rendere più bella quest'ultima. Tutto entra nella fiction.
Le tv sono in una fase in cui devono decidersi che cosa vogliono essere.
Sono prese in mezzo fra le esigenze di una tv generalista e quelle di
determinati segmenti di pubblico. Questo ha a che fare con le fasce orarie,
che sono "popolate" in modo differenziato. La fascia più
piena e dove la concorrenza si fa più forte è quella fra
le 20.30 e le 22.00. Questa fascia è a tipica vocazione generalista.
Poi c'è un problema di differenziazione fra le reti. Mentre le
tre reti Rai sono caratterizzate da una differenza di tipo ideologico
e culturale, quelle di Fininvest si differenziano per le esigenze del
pubblico. Le reti devono decidersi per la generalizzazione (massimizzazione
degli ascolti) o per alcuni segmenti pubblico. Questa seconda scelta sarebbe
più qualitativa per la scelta dei programmi a tema.
Questo è un grande punto interrogativo.
Il problema della tv rispetto al libro o ad altri mezzi di mediazione
culturale è un problema di ambiente familiare. Se la famiglia accompagna
e aiuta la fruizione, la decodificazione dei messaggi televisivi, non
nascono problemi di dipendenza e soprattutto si aiuta il bambino a crescere
nella sua capacità critica. Inoltre si tratta di stimolare il bambino
con la lettura, con gli altri mezzi di comunicazione. E' chiaro che la
tv è importante nella crescita, ma va guidata la sua fruizione,
la scelta dei programmi. Non si può delegare alla tv il compito
dell'educazione dei figli.
Esiste una regolamentazione dei programmi, con una fascia protetta per
i bambini. Questi codici di regolamentazione sono importanti, ma non sempre
vengono rispettati. La strategia culturale ed educativa è molto
omogeneizzata e segue la logica degli ascolti.
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