SCUOLA DI SUSSIDIARIETÀ DEL VENETO
Scuola di cultura cattolica
Bassano del Grappa
31 maggio 2003

VALORE DELLA PERSONA E SENSO DEL LAVORO

"Il primato del lavoro dell'uomo sul capitale"


S.E. Mons. Angelo Scola
Patriarca di Venezia


1. La questione

Nel contesto della cosiddetta globalizzazione potremmo forse applicare all'economia la constatazione che Hegel faceva a proposito della tecnica: "una nuova tecnica è una nuova metafisica". Ed in effetti non è raro oggi, anche per il profano come me, incontrare - almeno attraverso le recensioni sulle pagine culturali dei giornali - studi di economisti che invadono campi una volta riservati a cultori di altri saperi sociali giungendo fino a porsi quegli interrogativi che, in ultima analisi, conducono all'insopprimibile questione: "Ed io che sono?". Ma allora, dichiarare che "una nuova economia è una nuova metafisica" non significa, paradossalmente, ritornare finalmente a dare libero sfogo alla forza profetica della memoria?
Infatti trattare la decisiva domanda "Chi sono io?" come una proposizione tecnica o economica lungi dall'esimere dalla necessità di affrontare il livello antropologico ed ontologico (diciamo "metafisico" per intenderci) finisce per metterlo in campo in tutta la sua forza, riannodando i fili del presente col passato e aprendolo al futuro (del quale giustamente Dante dice "che tutta morta fia nostra conoscenza da quel punto che del futuro fia chiusa la porta" (Inferno, X, 107-108).
È proprio questa forza straordinaria di memoria profetica a caratterizzare la Dottrina sociale della Chiesa, i suoi principi di riflessione, i suoi criteri di giudizio e le sue direttive di azione. Affrontare il tema "Valore della persona e senso del lavoro" nel quadro di una Scuola di sussidiarietà - come Voi intendete fare - significa pertanto compiere un'operazione culturale di prim'ordine.
Un'intrapresa culturale che si potrebbe definire, in modo proprio, veramente europea dal momento che l'Europa ha il suo simbolo nell'Enea virgiliano che lasciando Troia per raggiungere l'Italia, porta Anchise sulle spalle e tiene Julio per mano. Egli salva la catena delle generazioni (passato, presente, futuro/memoria, conoscenza, profezia) perché trapianta l'antico sul nuovo. La Dottrina sociale consente così anche a noi di guardare con costruttiva serenità alle nuove forme dell'economia odierna.
Tra le principali mutazioni o novità che, lungo questi ultimi anni, si sono verificate in campo economico vi è quella del rapporto tra capitale e lavoro. Non pochi economisti sensibili alla Dottrina sociale sono giunti a domandarsi: nell'attuale mutato quadro di riferimento ha ancora senso parlare di priorità del lavoro sul capitale? E ha senso farlo nei termini indicati da Laborem exercens (cfr. 11-15)? O ancora essi si chiedono: la più articolata visione del sistema economico proposta da Centesimus Annus (cfr. soprattutto 32-35; 43) è sufficiente per riaffermare tale priorità? L'enciclica Laborem exercens parla infatti della "decisa convinzione del primato della persona sulle cose, del lavoro dell'uomo sul capitale come insieme dei mezzi di produzione" (LE 13) e della necessità di assicurare il "primato del lavoro e, per ciò stesso, la soggettività dell'uomo nella vita sociale e, specialmente, nella struttura dinamica di tutto il processo economico" (LE 14). Appare oggi necessario verificare se questo principio sia superato. Se vogliamo riformulare in termini più incisivi l'interrogativo potremmo dire: i cambiamenti in atto nella realtà socio-politica ed economica hanno "spazzato via" questa affermazione contenuta nella Dottrina sociale della Chiesa in merito al primato del lavoro?
Tentare di rispondere a questa provocazione significa affrontare in maniera non retorica la questione del valore della persona e del senso del lavoro.
Per sciogliere, necessariamente in modo schematico, questo nodo di problemi occorre, da una parte, evitare di rimanere preda della Scilla di una riaffermazione del principio che muova da riferimenti etici ed antropologici proposti come puramente "estrinseci" al terreno economico; dall'altra ci si deve guardare dalla Cariddi di concepire la sfera economica come un mondo chiuso in sé, autonomo ed assoluto. Occorre quindi mostrare che l'economia, nei suoi elementi costitutivi e nelle sue attuali complesse articolazioni, domanda, dal suo interno, di stare in relazione con la sfera etica e con quella antropologica. In breve, per essere riaffermata in modo convincente, la priorità del lavoro sul capitale deve rivelarsi "con-veniente" (in senso forte) alla sfera economica stessa e quindi ad essa intrinseca .
Se l'operazione riesce verrà confermata ancora una volta la bontà del principio di sussidiarietà. Infatti, l'affermazione del primato del lavoro implica necessariamente quella del primato del soggetto personale e comunitario, espressioni essenziali della società civile.

2. Il rapporto lavoro/capitale: i cambiamenti

Ovviamente non tocca a me riproporre un'analisi tecnica articolata dei cambiamenti nel rapporto lavoro/capitale.
Basta qui richiamare il dato che da quando l'attività economica non ha più nel "sistema fabbrica" il suo pilastro portante è venuto meno un rapporto bilanciato tra stato/capitale/lavoro a livello delle relazioni sociali. D'altra parte, nel cosiddetto "mercato globale" gli attori non "trattano" direttamente uomini, ma informazioni e decisioni allocative di capitali. Infine dobbiamo riconoscere che in società complesse come le nostre le dinamiche economiche si intrecciano in modo sempre più imponente con quelle sociali. Basti pensare, ad esempio, al peso del terzo settore o all'importanza dei comportamenti di consumo in ordine alle attività e ai risultati aziendali .
Si può capire come, in un simile quadro, gli attori dell'economia siano tentati di non sentirsi chiamati in causa dai principi di riflessione, dai criteri di giudizio e dalle direttive di azione da sempre cari alla Dottrina sociale tra i quali spicca quello della priorità del lavoro sul capitale .

3. Ragioni per riaffermare il principio

Personalmente resto convinto che, anche in queste condizioni, vi siano buoni motivi per affermare che il principio è ancora valido. Ne indico tre.
Osserviamo anzitutto che degradare il lavoro a mero fattore del processo produttivo - come avveniva nel vecchio sistema di fabbrica, oggi, come abbiamo visto, superato - costituiva già di per sé una riduzione ideologica di un'adeguata concezione del lavoro. La Dottrina sociale l'ha sempre nettamente rifiutata. Secondo la Dottrina sociale della Chiesa, infatti, il lavoro è una delle due dimensioni costitutive dell'esperienza umana elementare (insieme a quella degli affetti): "Il lavoro è una delle caratteristiche che distinguono l'uomo dal resto delle creature, la cui attività, connessa col mantenimento della vita, non si può chiamare lavoro; solo l'uomo ne è capace e solo l'uomo lo compie, riempiendo al tempo stesso con il lavoro la sua esistenza sulla terra. Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell'uomo e dell'umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura" . Per l'antropologia cristiana poi il lavoro è una eminente forma di partecipazione - anche nei suoi aspetti di fatica e di contraddizione - all'opera creativa e redentiva del Dio di Gesù Cristo: "Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia esercitano il proprio lavoro in modo tale da prestare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che con il loro lavoro essi prolungano l'opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia" .
Una conferma di tale portata antropologica del fenomeno lavoro - ed è questa per me una seconda ragione del permanere della validità del principio - giunge proprio dalla recente riflessione teorica sulla crescita economica, per la quale essa non è unicamente legata ai fattori produttivi. Infatti, l'accumulazione di capitale, ancorché necessaria, spiega una quota decisamente minoritaria della crescita economica, che invece dipende, in misura assai più rilevante, dall'efficienza con cui il lavoro umano sa usare gli strumenti della produzione e dell'organizzazione. Mi sembra che l'insistenza con cui gli economisti parlano di learning e di "capitale umano", come fattori decisivi nella crescita, sia un modo esplicito di riconoscere la priorità del lavoro come propria dei dinamismi strettamente economici. È dunque l'economia stessa ad imporre l'urgenza antropologica. Un'urgenza sempre più attuale in quanto, nella realtà attuale, "manchiamo di una semantica condivisa del civile che sia antropologicamente fondata e che possa rappresentare il dispiegamento, sul piano sociale, di una civilizzazione in senso umano. Il fatto è che, ultimativamente, è proprio l'uomo che viene meno, e con esso l'identità di ciò che possiamo definire umano" .
In terzo luogo, negli ultimi decenni, è venuta prepotentemente in primo piano l'importanza della prospettiva istituzionale: il sistema di regole, norme e valori condivisi in cui l'attività economica è chiamata a svolgersi si rivela sempre più decisivo per disegnarne l'efficienza . "Bad laws" portano ad un'economia bloccata e asfittica. Comportamenti culturali semplicemente "redistributivi" e non creativi hanno deciso il divergente destino, sotto il profilo economico, delle nazioni .
Emerge qui, dall'interno dell'economia, l'istanza etica. Il disegno istituzionale - che si delinea non solo attraverso la partecipazione al disegno legislativo ma, soprattutto, attraverso l'organizzazione della vita sociale - è un'ulteriore innegabile espressione del dato che il "lavoro" umano precede il capitale.
Per quanto schematiche, le osservazioni fin qui svolte ci mostrano, con sufficiente chiarezza, il carattere insuperabile del principio del primato del lavoro sul capitale. Un primato che pur avendo le sue radici nell'antropologia e nell'etica, appare chiaramente rintracciabile dall'interno della stessa realtà economica.

4. Quale direzione prendere?

Quale direzione prendere allora per sostenere nel modo più efficace la priorità del lavoro sul capitale? Da più parti si auspica l'istituzione di una governance globale fondata principalmente sul rafforzamento delle regole generali di conduzione della politica economica e sociale . Questo ordinamento globale avrebbe lo scopo di assicurare il rispetto dei diritti umani in campo economico. Si osserva inoltre che un simile scopo non può essere raggiunto semplicemente attraverso l'operato dei governi nazionali, ma esige, di fatto, la costituzione di un ordine mondiale - globale appunto - che possa essere rispettato da tutti.
La proposta tiene sicuramente conto della complessità dell'odierna vita economica - imparagonabile rispetto al passato - nonché dell'irrinunciabile dimensione istituzionale dei processi di produzione, dei mercati… Da questo punto di vista la costruzione di un nuovo assetto istituzionale in ambito economico costituisce un tentativo opportuno che giustamente deve occupare le diverse forze in campo.
Sono però convinto che questa prospettiva sarà praticabile solo se si avrà il coraggio di perseguirla fino in fondo, esplicitandone tutti i fondamenti. Infatti - ed è la tesi centrale di questa mia breve riflessione - l'economia esige non solo l'etica, ma anche l'antropologia. Le leggi, infatti, sono chiamate a facilitare la vita pubblica. Il loro compito è quello di aprire delle strade e sbarrarne altre, indicando la direzione da prendere in modo di assicurare, in questo caso alla vita economica, il necessario ordine. Tuttavia, soprattutto nel quadro del positivismo giuridico oggi dominante, è necessario che tale dimensione legale abbia una solida fondazione antropologica . Perché gli attori economici non possono limitarsi a costruire dal basso un quadro convenzionale di regole di comportamento sia pure agile e rispettoso delle libertà individuali e sociali, delle sensibilità culturali, delle peculiarità religiose di uomini e di popoli. Perché una simile impostazione non eviterebbe l'inconveniente che affligge ogni pratica e teoria etica della nostra epoca: la grandissima difficoltà di formare un consenso di esperienza e cultura sui criteri fondamentali della stessa valutazione etica. Questo grave handicap impedisce al popolo di identificare le cause meritevoli di impegno a livello di vita personale e di vita pubblica. Da sola l'etica non basta a muovere il desiderio e l'interesse dell'uomo, mentre - come documenta il celebre studio di Franz von Kutschera, non certo appassionato di Dottrina sociale della Chiesa - "la mediazione tra interesse ed esigenze morali è il problema centrale dell'etica" . Solo una proposta antropologica compiuta muove la libertà dei singoli e la sospinge, attraverso i corpi intermedi, nel circolo virtuoso della vita buona (Aristotile, Tommaso), ad un tempo personale e sociale.
È questo l'oggetto diretto della Dottrina sociale della Chiesa. Essa ci insegna che, prima ancora dell'etica, l'economia domanda antropologia. La vita economica, infatti, esige una concezione dell'uomo e della comunità sociale .
Per essere armonica e capace di perseguire il suo proprio obiettivo la relazione economica dovrà quindi collocarsi dentro questo orizzonte integrale. Ecco il salto culturale che la Dottrina sociale della Chiesa intende opportunamente rimettere a tema riproponendo, in termini aggiornati, la validità del principio della priorità del lavoro sul capitale.

5. Quali bisogni per quali persone? Attività economica e qualità dei rapporti

Per riformulare il principio è quindi necessario partire da un'antropologia adeguata, cioè da un'antropologia che sappia farsi carico della natura drammatica (dal greco drao, azione) dell'io . In forza di tale natura l'io esiste sempre dentro un'unità duale in cui si evidenziano tre polarità costitutive: spirito/corpo, uomo/donna, individuo/comunità. L'uomo è uno di anima e di corpo, di uomo/donna, di individuo/società.
La questione antropologica è in un certo senso molto semplice. Essa infatti è alla portata di tutti, è appunto esperienza elementare. ogni uomo ogni giorno gioca la sua libertà in ogni circostanza ed in ogni rapporto, a partire dagli affetti e dal lavoro. Emerge qui chiaramente il peso della relazionalità. Essa domanda che l'altro, il differente, la differenza venga pensata in positivo e non esclusa, come ha tentato di fare la modernità, dissolvendo il soggetto. La differenza, infatti, è la scuola dell'alterità, che, a sua volta, non è pura esteriorità ma, proprio in forza del concatenarsi delle polarità costitutive, è in un certo senso interna all'identità dell'io. L'altro, senza cessare di essere tale, è in un certo modo costitutivamente posto all'interno dell'io (madre-bambino): l'esperienza della differenza - ai diversi livelli ma soprattutto a quello delle polarità costitutive - è lì a ricordarcelo costantemente. Ogni contatto con l'altro implica uno spostamento (dif-ferre) dell'io.
A questo obiettivo stato di cose non sfugge neppure la relazione economica in cui si esplica, in svariate forme, il rapporto lavoro-capitale. Per essere armonica e capace di perseguire il suo proprio obiettivo la vita economica dovrà quindi collocarsi dentro questo orizzonte integrale.
L'attività economica nasce dalla sproporzione fra bisogni e risorse. Essa, in altri termini, identifica l'attività di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi con il minimo dispendio di risorse, al fine di soddisfare il maggior numero di bisogni umani. In base a questa definizione possiamo distinguere nell'attività economica tre ordini di problemi, che però non sono da intendere come ambiti giustapposti, ma piuttosto come cerchi concentrici. Si può perciò parlare di:
- una dimensione di razionalità tecnica, data dal rapporto mezzi-fini, bisogni-risorse, tipica dell'economia;
- una dimensione sociale, data dalla relazionalità e interdipendenza realizzata dalle attività economiche: ogni decisione economica crea rapporti ed effetti sulle persone;
- una dimensione etica, data dal carattere umano della vita economica: l'attività economica è infatti opera dell'uomo, a vantaggio dell'uomo, ed è realtà che incide sulla sua vita e sul suo modo di pensare.
Tutte e tre le dimensioni si intrecciano all'interno del comune orizzonte antropologico.
Si vede allora come la vita economica non rappresenti una dimensione puramente tecnica (per cui solo gli economisti sarebbero competenti a parlare di economia), ma si configuri piuttosto, proprio in quanto attività umana, come una realtà polimorfa, necessariamente portata ad investire la riflessione antropologico-morale. Da ciò deriva che la scienza economica non può essere intesa come "scienza obiettiva" che prescinda dal soggetto e dai suoi comportamenti, anche se la nascita dell'economia, come disciplina, nella realtà moderna è stata pensata e perseguita in tal modo.
Pur tenendo presente che, in questo campo, l'identificazione del bene morale non può prescindere dalla necessità di raggiungere l'obiettivo economico - quello di creare e distribuire beni e servizi per l'uomo riducendo il più possibile i costi, di produrre ricchezza e profitti - la vita economica tuttavia non si identifica con un astratto rapporto tra mezzi (beni e risorse) e fini (bisogni). Essa significa sempre anche un incontro tra persone e un rapporto di scambio, sia che abbia a che fare con l'ambito della produzione o con quello della distribuzione e del consumo. Sempre implica un insieme di scelte e di decisioni che si ripercuotono su altri. In questo senso si deve parlare di una dimensione antropologica personale e sociale (rapporto interumano mediato dalle cose e dalle prestazioni) costitutiva dell'attività economica.
Se chiamiamo attività etico-economica questo modo di strutturarsi delle relazioni interpersonali mediato dalle cose e dalle prestazioni, allora essa, proprio a causa della pluriformità dei fattori che mette in gioco, non può eludere due decisivi interrogativi.
Il primo: quali bisogni, per quali persone e con quali modalità soddisfarli?
Il secondo: di quale natura sono i rapporti che l'attività economica è chiamata a promuovere?
In un quadro economico complesso come l'attuale si tratta di salvaguardare - a favore dei singoli, dei corpi intermedi e di tutta la compagine sociale - la qualità veramente umana dei bisogni e la corretta relazione tra libertà e funzione critica.

6. Economia, educazione e politica

Al fine di garantire l'adeguata dimensione etico-antropologica esigita dall'economia - quella che riconosce il principio del primato del lavoro sul capitale -, il fattore determinante che gli analisti sociali ed economici devono tenere in grande stima è l' educazione . Quale educazione è oggi concretamente possibile per valorizzare a pieno le dimensioni dell'attività "lavorativa" decisive per le dinamiche sociali e per la stessa crescita economica? Il che equivale a dire: come garantire, in concreto, il principio della priorità del lavoro?
La risposta a questa domanda, che mette in campo i due capisaldi della Dottrina sociale - la solidarietà e la sussidiarietà - deve vedere coinvolti tutti gli attori socialmente rilevanti: la persona, i corpi intermedi, la società civile (e perciò anche "impresa") e Stato . Questa è un'opera di cultura e di civiltà. Una nuova cultura inizia quando il soggetto si .pone. Il soggetto nuovo è come l'alba di una nuova civiltà. Certo, solo l'alba, ma, come ci ha di recente ricordato il funambolico pensatore di origine ebraica George Steiner, l'Occidente, cioè la terra del tramonto, ha oggi più che mai bisogno di una cultura dell'alba, vale a dire di una nuova nascita.